chicago86

Lotte operaie anni '50

Un simbolo italico

Il "caso" dei ventidue minatori di Seddas Moddizis in Sardegna, che per cinque giorni hanno fatto lo sciopero della fame in fondo a un pozzo di calamina perché infine le "autorità" si decidessero a pagargli il salario, è veramente simbolico.

I 25 erano rimasti senza salario non da una settimana, non da un mese, ma dal luglio dell'anno scorso: in tutto questo periodo, si sono indebitati prima verso lo spaccio aziendale (il famigerato truck-system), poi — quando questo si era limitato a vendere pane e sapone, prodotti simbolici l'uno della guardina, l'altro della forca — si sono caricati di debiti verso i negozianti locali; infine, hanno deciso di chiudersi in un pozzo e non mangiare addirittura, essi che da tempo non mangiavano già più quasi nulla. Sette mesi: che cos'hanno fatto nel frattempo le organizzazioni sindacali, cosiddette protettrici degli interessi operai? Hanno presentato piani di riorganizzazione delle miniere, hanno speso tempo in trattative interminabili, non hanno risolto nulla: gli operai intanto morivano di fame. Che cos'ha fatto lo Stato, cosiddetto tutore di tutti i cittadini, a qualunque classe appartengano? Quello che facevano i sindacati, cioè nulla. I 25 operai abbandonati dalle loro organizzazioni, soli con la loro fame, si sono chiusi nel pozzo. Era già amaro pensare ai minatori del Borinage costretti a difendere i loro "pozzi della morte": che dire dei 25 affamati cronici costretti a tapparvisi dentro e a non mangiare addirittura perché, se no, nessuno se ne accorge?

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Un esempio proletario da imitare

Torre Annunziata

Erano anni, si può dirlo senza esagerare, che non si vedeva nella nostra città, che pure vanta belle tradizioni classiste, uno sciopero come quello dei lavoratori della A.G.I.T.A. Questi compagni sono riusciti a resuscitare un morto: lo sciopero ad oltranza. Sia onore a loro e al loro coraggio. Le confederazioni sindacali che si disputano il controllo del mercato del lavoro, da anni lavorano a cancellare qualsiasi memoria di un'arma gloriosa del proletariato, anzi dell'unica arma che nelle infami condizioni borghesi permetta ai lavoratori di piegare la prepotenza padronale. Da quanti anni dura la sconsolante esperienza dello "sciopero" a tempo, che scade come una cambiale! Rompendo l'invisibile reticolato di filo spinato che frena le azioni rivendicative dei salariati, spazzando le ragnatele pazientemente tessute dai bonzi sindacali, i lavoratori della Agita hanno condotto lo sciopero vero, lo sciopero che fa ballare di paura tutto quanto il vile apparecchio di repressione che lo Stato borghese mantiene per opprimere gli operai.

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Per carità, operai, non siate... esosi

Da quando, per somma virtù dello stalinismo e del post-stalinismo, le agitazioni operaie sono organizzate in modo da non scandalizzare nessuno, meno che mai l'onesta coscienza dei piccoli-borghesi, e possibilmente da entusiasmare per conformismo e ardore patriottico i bottegai e i baciapile, da quando sono qualcosa di cui gli operai devono, in certo modo, arrossire, si è arrivati a chiedere mercé al gran pubblico della dolorosa necessità in cui si trovano i dirigenti sindacali "operai" di avanzare rivendicazioni per conto degli iscritti, e a preoccuparsi di mettersi in bella vista come i più umili e sottomessi sfruttati dal Capitale. Ci si fa pecore, pur di mendicare il presunto appoggio dei filistei — che poi, come sempre, va a farsi benedire.

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Trappole sindacali

Ravenna, novembre

Un gesto che va segnalato ad onore degli operai e a vergogna dei cosiddetti "rappresentanti sindacali dei lavoratori" è quello dei lavoranti del legno, scesi in sciopero contro il parere dei sindacati per la rivendicazione di un aumento di salario di L. 15 orarie, e rimasti compatti sulla breccia per 15 giorni malgrado le pressioni dei soliti pompieri. La risposta a questo gesto "inconsulto" fu, da parte sindacale, l'affermazione che i contratti nazionali (alla cui elaborazione gli operai non hanno partecipato, e che i funzionari delle varie centrali sindacali hanno loro imposto) dovevano essere rispettati perché non ancora giunti a scadenza: lo sciopero, per lor signori, era quindi illegale, e male avevano fatto i lavoratori a violare la maestà suprema della legge per difendere le loro ragioni di vita.

Abbandonati a se stessi, i lavoranti del legno hanno infine dovuto cedere alle manovre delle molteplici Camere del Lavoro, e tornare in fabbrica contro la promessa di un aumento di L. 7 a partire dal 1958. Esattamente meno della metà della loro richiesta, e a data da… venire! Per chi non fosse ancora convinto, dopo tante esperienze, della funzione anti-operaia e rompi-sciopero di questi organismi che si vantano proletari, è sperabile che almeno quest'ultima lezione serva ad aprire gli occhi. Si stupiranno essi che, piangendo la morte del super-bonzo sindacale don Peppino Di Vittorio, Luigi Einaudi abbia reso omaggio al fatto che egli patrocinasse "la causa dei lavoratori non solo nell'interesse di questi ma anche in quello della comunità nazionale"?

Quando si lavora anche nell'interesse della comunità nazionale, si va contro quello degli operai: è l'abc della lotta di classe!

Il Corrispondente

Il programma comunista n°22 del 1957

Ravenna, novembre


Un gesto che va segnalato ad onore degli operai e a vergogna dei cosiddetti "rappresentanti sindacali dei lavoratori" è quello dei lavoranti del legno, scesi in sciopero contro il parere dei sindacati per la rivendicazione di un aumento di salario di L. 15 orarie, e rimasti compatti sulla breccia per 15 giorni malgrado le pressioni dei soliti pompieri. La risposta a questo gesto "inconsulto" fu, da parte sindacale, l'affermazione che i contratti nazionali (alla cui elaborazione gli operai non hanno partecipato, e che i funzionari delle varie centrali sindacali hanno loro imposto) dovevano essere rispettati perché non ancora giunti a scadenza: lo sciopero, per lor signori, era quindi illegale, e male avevano fatto i lavoratori a violare la maestà suprema della legge per difendere le loro ragioni di vita.


Abbandonati a se stessi, i lavoranti del legno hanno infine dovuto cedere alle manovre delle molteplici Camere del Lavoro, e tornare in fabbrica contro la promessa di un aumento di L. 7 a partire dal 1958. Esattamente meno della metà della loro richiesta, e a data da… venire! Per chi non fosse ancora convinto, dopo tante esperienze, della funzione anti-operaia e rompi-sciopero di questi organismi che si vantano proletari, è sperabile che almeno quest'ultima lezione serva ad aprire gli occhi. Si stupiranno essi che, piangendo la morte del super-bonzo sindacale don Peppino Di Vittorio, Luigi Einaudi abbia reso omaggio al fatto che egli patrocinasse


"la causa dei lavoratori non solo nell'interesse di questi ma anche in quello della comunità nazionale"?


Quando si lavora anche nell'interesse della comunità nazionale, si va contro quello degli operai: è l'abc della lotta di classe!


Il Corrispondente

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Non singhiozzano

A suprema onta dei dirigenti sindacali che la stampa borghese chiama "rossi", gli operai della industria meccanica e navale dello Schleswig-Holstein – pur inquadrati sindacalmente in organizzazioni social-democratiche – non hanno ancora la teoria degli scioperi a singhiozzo, a cronometro, a settore, e, iniziato uno sciopero generale compatto senza esclusione di categorie, tre mesi fa (altro che scioperi di 20 minuti debitamente preannunciati alla parte!), l'hanno sospeso soltanto dopo aver messo a soqquadro tutta la repubblica federale, ottenuto vittoria. Circa trentacinquemila meccanici che abbandonano per tre mesi il lavoro, non preoccupandosi della paralisi di una delle regioni ricche della Germania, ecco un "fenomeno" che non sarebbe apparso nuovo e strabiliante trentacinque o trenta anni fa, che sarebbe anzi sembrato normale, il solo giustificabile, e che ci "riporta" con la mente agli operai cantieri e ai marinai delle basi navali di Kiel, spina dorsale delle grandi battaglie dell'altro dopoguerra tedesco e, possiamo dire, europeo.

Vada agli operai dell'industria meccanica del nord il saluto dei confratelli Italiani che non hanno ancora imparato a singhiozzare e che attendono l'incandescente ripresa delle tradizioni di lotta dei proletari del sud, nella certezza che l'opera corruttrice dei bonzi politici e sindacali può ben assopirle temporaneamente, mai distruggerle.

Il programma comunista n°3 del 1957

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