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Anche gli attivisti del buon Dio al salvataggio delle aziende

In regime fascista, quando le aziende industriali erano in difficoltà o fallivano, la procedura era semplice: in nome dei "superiori interessi" della Nazione (sempre gli interessi della classe dominante, quelli più apertamente di bottega, passano per superiori e identici a quelli della collettività nazionale), lo Stato corporativo accollava alla suddetta collettività l'onere finanziario dell'impresa in deficit: quando poi la situazione fallimentare investiva l'intera attrezzatura industriale, ci si buttava o in imprese militari esterne o all'autarchia, e le aziende zoppicanti venivano nell'uno o nell'altro caso – sempre a spese del contribuente e senza nessuna perdita per l'antico grande azionista – salvate dal tracollo, e la "pace sociale" era ristabilita. Il procedimento era chiaro e lampante: lo Stato agiva senza veli a difesa della classe padronale.

Come in tutte le altre manifestazioni della sua esistenza, il regime democratico persegue gli stessi fini ma con ipocrisia gesuitica; prima che lo Stato intervenga (e allora interviene fingendo di farlo contro voglia), è necessario tutto un lavorìo "dal basso" in cui le forze dell'opportunismo sono chiamate a velare e nascondere i bruti e palesi interessi della classe dominante, e il salvataggio delle aziende (cioè dei capitali investiti in esse e dei profitti che da quegli investimenti si attendevano) va presentato come rivendicazione degli operai (cioè di coloro che le aziende sfruttano) o come obbligo sociale, morale e via discorrendo, finché anche questi termini non bastano, e chiude la fanfara l'obbligo "patriottico", il motivetto fascista.

È la funzione che ha esercitato nel dopoguerra, in modo particolare, lo stalinismo. La crisi ricorrente e galoppante dell'industria italiana, che a raggruppamenti che rappresentassero davvero gli interessi operai avrebbe dovuto fornire una ragione di più per un attacco su tutto il fronte della lotta di classe alla borghesia nazionale, ha invece ispirato, com'era naturale, al superopportunismo staliniano la parola d'ordine del salvataggio azienda per azienda dell'apparato economico sul quale la classe dominante fonda la sua stessa esistenza, salvataggio al quale i governi sono sollecitati col pretesto della difesa del pane e del lavoro della classe operaia. L'operazione avviene non senza la recita di una commediola in cui azionisti e dirigenti delle rispettive aziende versano lacrime di coccodrillo sul peso della mano d'opera esuberante, sui sacrifici che hanno dovuto compiere per tirare avanti nel nome della fraternità democratica, sull'intollerabile intromissione degli organi pubblici; anche questa commediola va recitata per gli stessi motivi di ipocrisia gesuitica, ma il risultato è sempre uno – l'azienda fallita o in procinto di fallire o semplicemente bisognosa di quattrini (senza rischio degli azionisti di gran classe) pompa quattrini allo Stato e continua a vivere, senza nessun sforzo di rimodernamento e nessuna iniziativa di avanguardia, al patrio e tradizionale sole della commessa statale e della protezione pubblica.

Senonché questa politica di salvataggio "dal basso", che era privilegio fino a poco tempo fa dello stalinismo, comincia ora ad essere fatta propria – a dimostrazione della sua finalità di conservazione borghese – dalle stesse forze del partito di governo e degli "attivisti della Chiesa", al fine di strappare al patriottismo "comunista" una duplice simpatia, quella degli operai dell'azienda singola e quella degli imprenditori. Al motivo degli "interessi proletari", vediamo così affiancarsi – e rendere ancora più indigeribile e piratesco l'intruglio – le idealità morali, i versetti evangelici, le omelie pastorali, i comandamenti religiosi. Il campo sperimentale di quest'offensiva di attivismo cattolico, ammantato di rugiadoso affetto per gli operai e diretto a chiedere allo Stato di salvare dal fallimento gli azionisti (pardon: l'azienda, tesoro collettivo nazionale) è stato negli ultimi tempi e continua ad essere Firenze, dove intorno alla Pignone danzano insieme gli attivisti neri e "rossi", e La Pira spalleggia gli occupanti dell'azienda, e rifornisce di materassi e di messe gli operai, e spedisce telegrammi al governo e ai presidenti della Camera, e riceve ogni giorno ed ogni ora le congratulazioni e le attestazioni di solidarietà (non prive di qualche gelosia) dei dirigenti sindacali e politici dello stalinismo. Sappiamo bene come finirà la storia: lo Stato pagherà lo sbilancio dell'azienda, questa riprenderà a personale ridotto (dopo qualche tempo per lasciar sbollire i rancori e sfibrare la resistenza delle maestranze), e il parassitismo della classe dominante sarà mascherato dal passaggio dell'impresa nei ruoli dell'I.R.I. od altro organismo del genere, mentre d'altra parte governo e partito di governo si saranno fatti propaganda come tutori degli interessi di chi lavora, e Chiesa e parrocchie avranno velato di filippiche contro l'egoismo padronale un ennesimo episodio di difesa della pirateria capitalistica, e lo Stato-padrone avrà fatto un altro passo avanti.

Cosi attivismo nero e "rosso" collaborano a quella identificazione degli interessi operai con gli interessi dell'azienda prima e dell'economia nazionale poi, che era l'alfa e l'omega della politica fascista, col solo risultato che la carota ha sostituito il bastone, ma il bastone c'è anche se non si vede.

Da il programma comunista n°22 del 1953

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