chicago86

Non semplice protesta contro il lavoro che ci è tolto ma rivolta anche contro il lavoro che ci è dato

Da tempo ci affanniamo a dimostrare, su queste pagine, che gli strilli sollevati dai nazionalcomunisti sulla pervicacia degli industriali che si accaniscono a licenziare, l'un dopo l'altro, gruppi di operai, colpiscono a vuoto.

Colpiscono a vuoto perché i capitalisti vivono sul lavoro degli operai non sulla loro disoccupazione e il difendere la semplice presenza nella fabbrica significa difendere l'accumulazione capitalista, il regime del lavoro salariato.

Malgrado la pedanteria con cui noi insegniamo il marxismo, evidentemente ci tocca sempre ricominciare daccapo. Su che cosa si basa il profitto capitalista? Sull'investimento in capitale variabile, o salario, o, ancora lavoro vivo. Questo solo crea il plus-valore e dalla sua proporzione col capitale costante, o impianti, nasce il tasso di profitto. Il capitalista tende naturalmente a aumentare il capitale fisso, ma non a diminuire il plus-valore, o, altrimenti detto, l'acquisto della forza lavoro al prezzo di mercato (costo della sussistenza); se non fosse così, il più felice dei capitalisti sarebbe quello che riuscisse a licenziare l'ultimo operaio.

Al contrario il capitalista pone sempre il problema dello sviluppo della produzione e della sua attrezzatura tecnica, prima del problema della riduzione della mano d'opera. E quando avviene, come è avvenuto in Italia, che certe industrie hanno dovuto diminuire il loro personale fino al 10 per cento degli effettivi di alcuni anni fa, gli industriali subiscono la circostanza come una vera e propria calamità. Il licenziamento diviene una misura per ristabilire l'equilibrio e il profitto di mercato, non un provvedimento per ... accrescere gli utili oltre la media: è un riflesso della incapacità del sistema a funzionare non della volontà - che sarebbe davvero malthusiana e masochista - degli industriali di aver ... meno operai.

Quando poi alcune fabbriche devono addirittura mandare a casa tutti gli operai e chiudere, non si può certamente parlare di "manovra dei proprietari" i quali sono i primi a strapparsi i capelli non nel senso che si siano ridotti in miseria ma nel senso che non possono più ottenere i profitti di prima.

Con tanto minor ragione si dovrebbe protestare contro i malvagi concorrenti che vogliono questi estremi, (non si è sentito chiedere, a proposito dell'Ansaldo, che la Fiat ceda un po' del suo lavoro?) perché in tal caso non si farebbe che sposare la causa dei primi e solidarizzare con i propri padroni; o protestare perché lo Stato tira i cordoni della borsa e non dà né sussidi né commesse, perché sarebbe chiedere che il denaro pompato al contribuente operaio permetta al capitalista di pompare maggior plus-valore.

Ma ciò a cui tendono gli stalinisti è inculcare nelle menti degli operai che il sistema capitalista può, adeguatamente riformato, dare ancora pane e lavoro, e che la lotta è contro persone e gruppi, non contro l'intera classe.

In virtù di tutte queste considerazioni dobbiamo allora accettare il principio dei licenziamenti o del "risanamento delle industrie"? Chi avanzasse anche solo parzialmente un'idea di questo genere meriterebbe di essere preso a calci nelle parti molli anche se avesse dimostrato in tal modo una completa deficienza mentale.

Il problema è altro e ben diverso! Il regime capitalista non è in grado di garantire il diritto di lavoro che ogni nato di donna ha; e per tale ragione deve morire!

Il regime capitalista anche quando funziona a pieno ritmo, vive sullo sfruttamento del lavoro salariato, e anche per questo motivo deve essere distrutto!

Non quindi semplice protesta per il mancato lavoro, ma rivolta anche contro il lavoro "concesso"! Questo è essere rivoluzionari.

Coloro che piangono sulla disoccupazione da "eliminare", sulla miseria che potrebbe essere evitata, sulla possibilità di star meglio sono autentici centristi. E i centristi hanno la loro funzione da compiere: l'opposta della nostra.

Battaglia comunista, n. 17, 29 agosto - 12 settembre 1951

 

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