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Lebbra dell'illegalismo bastardo

Ove taluno (un Nume? un Genio? una Commissione di Inchiesta? un Istituto Gallupp - o un chi-se-li-freghi-tutti) avesse vaghezza di sottoporre la validità della dottrina marxista ad un experimentum crucis", esauriente quanto una analisi, del più perfetto laboratorio, fisico-chimica - batteriologica - radiografica - elettronica - psicanalitica, ecco quale potrebbe essere il dispositivo.

Ammesso che si trovi che a distanza di ben cento anni nella storia dei paesi di razza bianca, mentre da una parte i dati economici della tecnica, della produzione, del consumo salgono da uno a cinquanta (prendi p. es. lunghezza ferrovie o tonnellate di acciaio 1850-1950) le ideologie con cui i capi politici avanzati e spinti pilotano le masse di sinistra si esprimono colle stesse tesi, e le masse le seguono e li seguono; la carta di tornasole rossa si colora in azzurro, e prova che Marx e tutti i suoi seguaci sono una manica di fessi.

Si intenda bene: la conclusione è questa, a condizione che si voglia, possa e debba lasciare la definizione di movimento rivoluzionario, di avanguardia, preparatore e rappresentante del domani storico, a quello le cui proclamazioni e dichiarazioni saranno state sottoposte al saggio di confronto. Abbiate dunque ben presenti le contemporanee divulgazioni politiche dei partiti, giornali, consessi, e uomini di punta, del movimento che in Italia e nel mondo si schiera alla sinistra, e fa capo alla centrale stalinista di Mosca.

Ieri

Adesso veniamo (come era facile prevedere) alla citazione. Ma non di Marx e di Engels: una citazione di citazione. Engels infatti riporta brani molto istruttivi dei "capi popolari rivoluzionari" di un secolo fa.

L'articolo di Engels cui ricorriamo è datato da Londra, 1 novembre 1850, ed apparve nella Neue Rheinische Zeitung di Colonia, col titolo Dal maggio all'ottobre. Si tratta di un quadro economico sociale e politico della situazione in Inghilterra, sul continente, e in America, che conclude per la diagnosi di fase controrivoluzionaria. Dopo la rassegna delle forze e dei poteri conservatori, l'autore passa a quella dei loro avversari, che, essi e non altri, potevansi assumere come espressione "del paese qual è, del popolo europeo, del popolo dell'emigrazione". E qui si imposta una satira senza pietà. "La massa del popolo europeo in partibus infidelium (espressione con cui la Chiesa indica le zone e le plaghe dove le sue missioni a stento son penetrate e lavorano duramente tra i nemici della fede, tra le popolazioni pagane) ha ottenuto negli ultimi anni un governo provvisorio, col Cominform... (mi correggo, mi correggo, come oggi si dice freddamente dopo la papera, che una volta aveva conseguenze letali) col Comitato Centrale Europeo composto di Giuseppe Mazzini, Ledru Rollin, Alberto Darasz (polacco), Arnold Ruge (tedesco)".

Costoro lanciarono un Manifesto di cui Engels riporta molti brani. Trattandosi di una accozzaglia di credenti in diverse fedi il manifesto, nel fare il bilancio delle sconfitte del 1848, rimpiange la mancanza di una organizzazione, accusa le ambizioni personali dei singoli capi, e al solito sbocca nella demagogica apologia dell'azione "di popolo" e della diffamazione della teoria. "Tutta la palinodia finisce nell'opinione che la rivoluzione sia naufragata a causa dell'ambiziosa invidia dei singoli condottieri, dei pareri contrari dei diversi maestri del popolo... Questi signori in realtà, come odiano lo sviluppo e la lotta, così odiano il pensiero, il freddo pensiero - come se qualche pensatore (non escludendo Hegel e Ricardo) abbia mai raggiunto il grado di frigidità col quale si versa sulla testa del pubblico una simile tenera risciacquatura". Ma i manifesti pretendono di non mancare di una dottrina. "Al contrario, per dimostrare la loro sufficienza ci presentano un vero registro leporelliano (Leporello era un servo sciocco della commedia classica) di verità eterne".

Udite ora il testo del "credo" dei quattro, e vedete se al posto dei nomi non possiamo mettere: Duclos, Pieck, Togliatti, Racocy. "Crediamo allo sviluppo progressivo delle facoltà e forze umane, alla legge morale che ci è stata prescritta. Crediamo all'associazione come all'unico mezzo regolare che può raggiungere questo scopo. Crediamo che l'esposizione della legge morale e della regola del progresso non si possa affidare né ad un individuo né ad una casta, ma al popolo, illuminato dalla educazione nazionale e guidato da coloro che, nel suo seno, per virtù e per talento sono i più adatti. Crediamo al carattere sacro dell'individuo e della società che non debbono né escludersi né combattersi, ma armonizzare assieme per il miglioramento di tutto e di tutti. Crediamo alla libertà senza la quale sparisce ogni responsabilità umana, all'uguaglianza senza la quale la libertà non è che una finzione, alla fraternità senza la quale libertà ed uguaglianza non sarebbero che un mezzo senza scopo, all'associazione senza la quale la fraternità sarebbe un programma impossibile; alla famiglia, al Comune, allo Stato ed alla Patria come ad altrettante sfere progressive (filosofia della cipolla; scusate ma non ne potevamo più: avanti) nelle quali l'uomo deve crescere successivamente nella conoscenza e nella partecipazione della libertà, uguaglianza, fraternità ed associazione. Crediamo alla santità del lavoro, alla proprietà che ne deriva quale suo indice e frutto, al dovere della società di fornire l'elemento del lavoro materiale per mezzo del credito, e del lavoro intellettuale e morale per mezzo dell'educazione; crediamo, per riassumere, in uno Stato sociale che ha Dio e la sua legge al vertice, il popolo alla sua base".

Finito di riportare questo "edificante paternostro" Engels da pari suo sfotte sulla proprietà frutto e indice del lavoro, e sul credito che la società dovrebbe fornire ad ognuno. Il primo teorema lo buttò Adamo Smith 80 anni prima di quel quartetto in mi bemolle; quanto al secondo, è tanto "socialista" che "già adesso ogni industriale ha per costume di anticipare ai suoi operati tanto materiale, quanto ne possono lavorare in una settimana".

Oggi questa stessa Mazzinata si chiamerebbe "piano nazionale di investimenti produttivi" della Confederazione del Lavoro.

Al quartetto di allora e a quello di oggi si applica lo stesso commento di Federigo, col quale chiudiamo la citazione.

"Le lotte delle diverse classi l'una contro l'altra, il cui corso produce appunto, per mezzo delle diverse fasi di sviluppo, la rivoluzione, per i nostri evangelisti non sono che le disgraziate conseguenze dell'esistenza di sistemi divergenti, mentre in realtà è il contrario: l'esistenza di sistemi diversi è conseguenza delle lotte di classe. Sotto il pretesto di lottare contro i dottrinari, essi trascurano ogni contenuto definitivo, ogni definitiva opinione di partito (a florilegio! le opinioni di partito intanto sono tali in quanto sono de-fi-ni-ti-ve: le opinioni dei migliori 'per talento e per virtù', quelle sono transeunti, mutevoli, duttili e volubili). Essi proibiscono alle singole classi di formulare i loro interessi e le loro pretese rispetto ad altre classi. Essi pretendono da queste che dimentichino i loro interessi e le loro rivendicazioni, per pacificarsi sotto la bandiera di una indecisione tanto banale quanto sfacciata, la quale nasconde sotto l'apparenza della conciliazione degli interessi di tutti i partiti, solo il predominio dell'interesse di un partito - del partito borghese".

Come quelli del 1850, tutti gli autori di manifesti in cui guazzano la progressività, l'interesse nazionale, la salvezza della Patria dallo straniero, la salvezza della costituzione dal tiranno, "negano - tale negazione da parte di un partito è sempre definitiva - l'esistenza della lotta di classe".

Ricordiamo che Engels fa una generosa eccezione per l'Italia (1850). Il motto di Mazzini: Dio e Popolo, può avere un senso in Italia poiché con esso al Papa viene opposto Dio, e al Sovrano viene opposto il Popolo. Ma nemmeno a questo ha tenuto fede, appo noi, il partito borghese. Se i sovrani regionali, e il re unitario, sono stati messi da parte (salvo conta elettorale di maggioranze monarchiche), la rinunzia ad ogni antideismo non è stata accompagnata dalla liquidazione del Papa, cui i progressivi e patriottici estremisti han dedicato articoli 7, e sconfinati ossequi, anche per conto del consiglio comunale e provinciale di Roma. Fessi che fossero in filosofia della storia, i Mazzini, Armellini e Saffi non fondarono il governo provvisorio con voti di lacché del Quirinale e di qualche sbandato pretonzolo delle parrocchie di suburbio, ma a colpi di carabina. O Villa Gloria, da Cremera, quando la luna i colli ammanta, vengono i Fabii ancor, ma van schifando il novecencinquanta.

Oggi

Sullo sfondo prospettico della vita italiana uno è l'elemento dominante. La elezione parlamentare per il 1953.

Grandissimi o piccolissimi, i movimenti che alla politica parlamentare non sanno volgere le terga, cadono inesorabilmente nella ossessione elettorale. È una ossessione non derivata in profondità dalla incertezza tra le soluzioni che potrebbe avere il problema del potere, tra le conseguenze delle vicende, quelle sì storiche, che lo Stato italiano e la classe dominante italiana affronterebbero se mutasse il loro schieramento sul piano internazionale e "parabellico".

La ossessione non va dalla "base del popolo" alla élite della virtù e del talento, che la nuova legislatura insedierebbe a Roma, ma scende da questa, e divora i componenti attuali, e le "sfere", queste sì cipollacee, degli aspiranti e delle loro piccole organizzate clientele.

Che la lotta si annunzi clamorosa risulta a tutti chiaro, dopo che le elezioni amministrative sono assurte ad un tono "altamente politico". In tempi di stabile potere capitalistico, se i socialisti rivoluzionari ammisero la conquista dei Comuni, fu a condizione di dare alla campagna deciso carattere di agitazione politica e di partito, mirando alla propaganda di classe e al rafforzamento del partito proletario in tutto il paese, non certo ponendo come traguardo la buona civica amministrazione del villaggio o della metropoli. Nessuno quindi si scandalizzerà che le elezioni per i Comuni si siano svolte come battaglie tra i partiti politici nazionali anziché tra gruppi locali, fautori uno del tram l'altro del filobus, uno dei pissoirs gratuiti, l'altro di quelli a pagamento. Ma la realtà del rapporto odierno sta altrove. Nessuno pensa davvero, tra quei virtuosi e talentati, a mobilitazioni di forze cittadine, per poi col loro schieramento prendere lo Stato, e toglierlo alle forze che oggi lo controllano. Queste forze sono stabili oggi e si fondano, come radice storica, su quelle che vantano di aver buttato giù tedeschi e fascisti con l'alleanza mondiale e l'inquadramento partigiano. Tale blocco ha passato la consegna, e (si sblocchi come vuole) le sue responsabilità sono comuni: la consegna non la ha oggi in mano il partito D.C. o il ministero De Gasperi, ma la flotta navale ed aerea americana, o se volete atlantica, le sue stabili basi a terra, e il collegamento costituzionale tra esse e una delle più affinate organizzazioni sbirraie. Sono fatti di reale forza storica; gli atlantici sono potenti non in ragione delle somme di voti delle recenti amministrative, o di quelli delle spasmodicamente attese politiche 1953, ma in ragione della sommatoria di forze politiche che si formò quando borghesi e comunistoidi bloccarono per la democrazia mondiale e i comitati di liberazione.

Il 1953 potrà dunque schierare come vorrà le sue stucchevoli cifre. Il potere non si taglia a fette in un momento fissato come quello in cui il fotografo fa scattare, ma si fonda su porzioni tagliate nell'ieri, nell'oggi e nel domani. Ora in Italia si batteranno: destra, centro e sinistra. Tutti capiscono.

Chi vincerà? Facile pronostico: il centro. Per i milioni di voti? Ohibò, di questa materia non siamo affatto intenditori e potremmo dire fesserie giganti. Noi facciamo un calcolo a modo nostro, si potrebbe dire nello spazio-tempo politico.

Voti del centro: atlantici ieri, oggi e domani (nonché nella vita di oltretomba): atlantici, in pieno.

Voti della destra: antiatlantici ieri sotto Benito e Vittorio, atlantici oggi e domani, spaccati: atlantici, almeno ai tre quarti.

Voti della sinistra: atlantici ieri fino all'indecenza, antiatlantici oggi; domani poi, chi lo sa? Come piegare uomini così eletti come i loro capi, alla banalità del "definitivo"? In conclusione: atlantici per due terzi.

Con una formuletta statistico-probabilistica: vittoria americana ai tre quarti, matematicamente sicura. La cosa quindi ci lascia da questo momento tranquilli, e se da scrutare vi è nel giro di orizzonte, scrutiamo in altre diverse direzioni.

Ma per quella tale legge che la attività parlamentare o non c'è, o c'è al grado ossessivo, ben altrimenti si dimenano, altrove. Dura sarà la battaglia, dura, annunzia l'organo del Partito Socialista Italiano, e chiarisce: non alludiamo solo alla battaglia elettorale, ma soprattutto alla precedente battaglia per il meccanismo elettorale! Ed infatti il centro minaccia di manipolare la legge in modo che dalla proporzionale pura si passi ad un sistema con premio di maggioranza. Ed allora, urlano gli oppositori, dal momento che attentate ad uno dei comuni sacri impegni nella libertà e nella costituzione, siamo capaci di passare alla lotta con altri mezzi: non colle schede del 1953, non coi voti del Parlamento 1952 sulla legge elettorale, ma coi mezzi illegali e di piazza!

In campo ben lontano, nelle piccole file dei gruppi comunisti che rifiutarono il collaborazionismo moscovita di guerra e di pace, dei comitati partigiani e dei ministeri di liberazione, l'ossessione lo stesso fa vittime! Al solo pensiero che tali gruppetti seguitino a ritemprarsi e a ritemprare le armi della riscossa proletaria decidendo di star ben lontani dai miasmi elettorali, taluni ondeggiano e si sbandano; si fermano per via, tentano, vanamente, orientamenti di principio, di valutazione del momento storico, di strategia tattica rivoluzionaria, imbrogliano anche senza volerlo tutte queste carte, non sanno più dire perché abbandonarono la linea, e si rifugiano in un solo connotato distintivo: non rinunziare alla illusoria possibilità di un turnicino alla baldoria 1953, sia pure su posizioni che gettino rampogna sul centro, la destra e la sinistra, sui "tre grandi". Uno dei caratteri della definita ossessione è quello di far perdere il senso della distanza e della misura, e della pronosticazione dei voti: così sogna di vincere il Tour de France ogni povero "gregario" noleggiato per portare la birra.

Lasciamo quindi elezionisti 1953 di alto e basso bordo alla loro sbornia: gli uni e gli altri non sono nemmeno buoni a farci... la birra.

A noi interessa ora il problema della minaccia (in caso di sconfitta nelle elezioni, di broglio pastettifero, di legge elettorale truccata) di ricorrere all'illegalismo.

Nelle file proletarie il novantanove per cento delle forze (a dir poco) sta coi partiti che si dicono pronti all'elettorato costituzionale, ma non escludono il ricorso alla forza nel caso di "violata democrazia".

Solo forse l'un per cento sta sul terreno di principio dell'uso della forza e non della legalità per arrivare al potere: questi gruppi non minacciano nulla per due ragioni. Primo: sono molto lontani dal rapporto di forze che faccia pensare di dare fastidio alle portaerei e alla Celere motorizzata. Secondo: se a tale rapporto si fosse vicini, sarebbe da supremi fessi mettersi a minacciare prima di dare addosso.

E allora va esaminato come attuale il problema di quei partitoni imbastarditi. Essi si proclamano costituzionali e costituzionalisti in principio, pronti ad ogni patto di azione legalitaria, e perfino di distensione e di collaborazione al potere; ma in certe ipotesi, di cui ostentano che abbia la iniziativa storica esclusivamente il loro contraddittore, dichiarano che passerebbero con tutte le energie sul terreno illegale: Togliatti con tono compito ha ventilato a De Gasperi un processo di Norimberga; si capisce con lui, De Gasperi, imputato qual criminale di guerra. De Gasperi ha detto: prima che mi ci freghi, per ora la polizia la ho io nelle mani.

Quando tali campioni del principio democratico, che entrambi firmerebbero, a tenore delle loro tesi di partito, il testo del quartetto in mi bemolle di cui innanzi, vengono sul terreno della forza, sono costretti ad ammettere che la violenza è un agente storico. Ma tutta la loro dinamica storica della forza sta in questo: se il vincitore sarò io, allora sarò il giudice e ti impiccherò legalmente. Tu in quanto vinto farai da criminale, e in te sarà punita la violazione della legalità e del diritto delle genti!

In questo duetto, paladini come sono del parlamentarismo, che consiste in una riduzione del processo storico alla partizione e conta di alcune centinaia di figuri in una stanza chiusa nella cristallizzata attualità del voto, nessuno dei due si preoccupa un attimo della obiezione: per cinque anni avete preteso che milioni di uomini si immolassero al vostro cenno, dando in sola controgaranzia l'aver tracciato per sempre una linea di demarcazione tra i criminali e liberatori dell'umanità.

Se questa linea di demarcazione siete oggi d'accordo che passa tra di voi, due sono le conclusioni: una, generosa, che la parola di criminale non ha alcun senso e occorre liquidarvi come volgari imbonitori, l'altra che, se la parola ha un senso, criminali siete tutti, da ambo i lati della nuova transenna, e solo norimbergando tutta la banda se ne verrebbe fuori.

Uno dei caratteri della rivoluzione comunista sarà di essere una rivoluzione senza processi. Vivo ancora Lenin, gli elementi di sinistra declinarono l'invito a sedere come pubblici accusatori al processo dei Socialisti Rivoluzionari, pure approvando illimitatamente la rottura del blocco politico con essi e la loro messa fuori combattimento. Ma la Rivoluzione Russa doveva pagare alla storia il suo tributo di giacobinismo in ritardo, e lasciammo che venisse il turno dell'accusatore Vishinsky, fucilatore dell'accusatore di Stato Jagoda, che aveva fatto giustiziare i primi nostri compagni dell'opposizione bolscevica. Economia con computisteria borghese? Ergo, politica con palcoscenico e patibolo borghese. Su, ricciutella, al Tempio! sentiremo indifferenti cantare Palmiro ad Alcide...

La corrente che affiora in campo borghese "liberale" sulla limitazione della democrazia non è certo una novità. Già nel primo dopoguerra in taluni paesi balcanici, Romania, Bulgaria, si ebbero di questi precedenti: il partito comunista fu messo fuori dalla legge; ed anche il partito borghese "totalitario". L'argomento era questo: noi siamo avversari del metodo della dittatura, e sosteniamo che il potere deve derivare da una consultazione dei cittadini in cui tutti i partiti fruiscono di libertà di opinione, propaganda, associazione, agitazione. Ma dal momento che un partito nella sua dottrina e nel suo programma (come i partiti comunisti autentici del tempo) denega questo principio che il potere si conquista per la via elezioni-parlamento, e dichiara di preparare la via insurrezione; di più dichiara che giungendo al potere toglierebbe tutte quelle facoltà e garanzie ai suoi oppositori; è chiaro che un tale partito rinunzia alla piattaforma democratica, e ben può la legge, senza violare la concezione liberale, denegargli il diritto di concorrere alle elezioni, e anche di far propaganda ed esistere come associazione.

Una simile prospettiva tagliava la strada alla tattica che pretendono leninista: entrare nel parlamento per distruggere il parlamento, dichiarando in ogni intervento che si vuol abbattere il parlamentarismo.

Non discutiamo qui tale tattica; stabiliamo solo che essa, come prevedemmo fin dal 1919, salvo alcuni esempi russi (nella Duma zarista) non presenta esempi storici di realizzazione nei paesi di sviluppato capitalismo, soprattutto stabiliamo che quella tattica sta le mille miglia lontana da quella degli attuali partiti cominformisti, che comporta ad ogni intervento, discorso e mozione o tesi, dentro e fuori le camere elettive e perfino nei consessi di partito, leccate di sedere in serie all'istituto parlamentare e alla costituzione democratica.

Nel 1919 dunque la tattica di Lenin nel parlamento non aveva precedenti (lo stesso Carlo Liebknecht aveva, all'agosto 1914, dovuto votare i crediti di guerra!) e noi sostenemmo che non avrebbe avuto seguito: i casi balcanici confermarono che mai la borghesia sarebbe stata tanto idiota da lasciar svolgere un tale piano. La borghesia delle moderne nazioni coi suoi arnesi di governo e di polizia ha da tempo fatto il bilancio del metodo parlamentare, e sa che se esso dà per cinque di agitazione e propaganda al di fuori, dà poi per novantacinque di incapsulamento dei partiti di opposizione nelle reti opportuniste.

La proposta del liberale Vinciguerra contro la tattica, che egli chiama catilinaria, non prende di mira il partito comunista, ma la destra fascista. Egli dice: non sciogliamo i partiti o vietiamo congressi o giornali, ma escludiamo solo, con una legge formale e costituzionale, tali partiti dal diritto di avere seggi in parlamento. Essi infatti si richiamano alle tradizioni della monarchia da un lato, della Marcia su Roma dall'altro, e quindi rivendicano un illegalismo anticostituzionale.

Da altre bande si è gridato: bene! Ma ugual trattamento va fatto alla estrema sinistra, poiché anche essa ha propositi illegalistici. La prova non è data dalle dichiarazioni programmatiche, ultralegalitarie, ma (a dire di questi articolisti) dalle scoperte di armi nascoste.

Più logico, il Vinciguerra dice: coerente è il partito anarchico che fa dichiarazioni illegali e contro lo Stato, ma si rifiuta di andare al parlamento. Ma poiché invece il partito comunista stalinista fa dichiarazioni programmatiche di democrazia e perfino di pace sociale, non si può vietargli l'agone elettorale, nemmeno se lo si convince di "doppio gioco".

L'errore storico della proposta Vinciguerra sta in questo: non avviene mai che le misure eccezionali contro un partito di opposizione armata cominciano dal Parlamento. Esse cominciano fuori, i deputati sono gli ultimi a godere l'immunità. Se una politica e una legge eccezionale avranno corso, i primi ad essere colpiti saranno i militanti, le sedi delle organizzazioni, le associazioni stesse, i giornali: per ultimo si defenestrano i signori onorevoli.

La tattica conservatrice non sarà mai dunque di limitare il diritto elettorale, ma proprio di contrattaccare, quando vi è pericolo, nella "piazza". I deputati, più sono, più sono buoni pegni di castrazione della rivoluzione.

Quale il passaggio dalla tattica "di Lenin" alla tattica "di Catilina"? Non è stato Ibsen il solo a riabilitare costui contro lo sgonfione veramente reazionario che fu Marco Tullio. Ricordiamo un militante socialista di sinistra morto in età giovane, Mario Trozzi, che scrisse una difesa di Catilina. Quella che Sallustio descrive come congiura fu una vera preparazione ed azione rivoluzionaria. La tattica consisteva nel lottare in Senato in minoranza sfruttando il seggio, e poi preparare nella Suburra i manipoli armati pronti a cavare i pugnali. Ora l'abuso che Cicerone voleva reprimere non erano i discorsi, ma proprio i pugnali!.

Se l'illegalismo degli stalinisti deve essere definito bastardo e controrivoluzionario nei suoi effetti, non è per il doppio metodo, ma per le posizioni storiche e di classe che ne stanno allo sfondo.

Un partito comunista continuamente impegnato alla critica politica, feroce e spietata della democrazia, del liberalismo, alla propaganda e preparazione dichiarata della conquista violenta del potere e della dittatura, in date situazioni può tenersi fuori dai fanghi mobili del parlamento, e tale per noi era la situazione europea ed italiana del 1919. Con ciò esso non si scioglie e si nasconde riducendo tutto alla rete illegale e di preparazione armata. Dal parlamento va fuori per non essere corrotto e castrato dall'atmosfera legalitaria, ma (fino a che può) stampa giornali, fa comizi, fa propaganda scritta ed orale e tiene alla luce del sole le sue organizzazioni, riunioni, congressi.

Comodo il complimento al libertario che, avendo schifo dell'apparato statale ne sta lontano, e non si avvicinerà nemmeno per assestargli potenti legnate!

Il doppio gioco è il contenuto di tutta la odierna politica borghese. Ma non è doppio gioco quello del partito rivoluzionario di classe, che fa opera di organizzazione, propaganda ed agitazione aperta approfittando del fatto che la rete dello Stato di classe non glielo impedisce, e allo stesso tempo tende storicamente allo scioglimento insurrezionale. Questa è tattica non bastarda, ma leninista e marxista.

Chiamate pure tattica catilinaria quella che invece accompagna tutta l'azione palese ed ufficiale con dichiarazioni di ossequio costituzionale, e parimenti trama la ribellione armata.

Noi definiamo come illegalismo bastardo quello che si definisce in tre facce. Programma teorico e agitatorio di democrazia e legalità istituzionale. Predisposizione di gruppi per l'azione armata (fin che ci si vuol credere: in fondo si tratta di rigurgiti dell'illegalismo borghese antifascista; l'illegalismo liberale storico, in pace, in guerra, e in guerra civile, merita una trattazione a sé). Periodica minaccia di passaggio dal legalismo all'illegalismo.

Questa minaccia diviene ancora più banale quando, come nelle ultime manifestazioni, essa si riferisce non alla forza del partito ma ad uno spontaneo insorgere del popolo!

La rivoluzione per dispetto! Nulla ormai li separa dalla minaccia che quel tale marito fece alla moglie, se ancora lo avesse tradito.

Noi non insorgeremo, ma il popolo insorgerà contro di voi, se! I "se" sono uno dell'altro più ineffabili. Se violerete la vostra costituzione! Se rivelerete coi fatti che la vostra democrazia non è che una porcata! Se aggiogherete la vostra Patria allo Straniero! Se farete la guerra contro lo Stato russo, che non la vuol fare contro di voi, che non la vuol fare contro nessuno, che non vuole che nel vostro paese nessuna classe e nessun partito prendano le armi per buttarvi a gambe per aria!

O la storia segue finalità di patria, di nazione, di razza, o segue finalità di classe. Se a questo si crede, non occorre stupirsi che le classi borghesi di paesi diversi si sorreggano tra loro, e quando il proletariato interno le minaccia, chiamino lo straniero. Peggio che uno straniero di classe, questo non può essere per noi. Quel che frega non è che gli americani siano qui come americani, ma come borghesi. Quel che frega è che sono venti volte più forti dei borghesi locali. E allora che razza di ragionamento è questo: se restate voi soli borghesi italiani, staremo quieti e consentiremo che gli operai siano sfruttati senza assalirvi: appena sarete ventun volte più forti, vi assaliremo?

Se invece nel mondo vi fosse un governo di dittatura proletaria, questo non sarebbe per i lavoratori un governo straniero, ma il loro governo, sarebbe una potenza politica tenuta nelle mani dalla internazionale proletaria, ed anche dagli operai italiani, dal partito comunista italiano. Come la lotta si intreccerebbe tra urti di classi contigue, e di eserciti statali, è arduo problema della storia futura; allora non si minaccerebbe nulla, ma si dichiarerebbe che in tutti gli scontri, con tutte le forze, e appena possibile con l'iniziativa dell'offesa, si starà col nostro compagno di classe, e quindi con quello Stato di oltre frontiera, nemico dell'altro Stato straniero che sostiene la classe nostra nemica, e lo Stato costituzionale italiano.

Ma - sarebbe qui tutto! - la grossa massa segue più facilmente l'accusa di aggressione, di insidia alla pace, di insidia alla libertà! Segue la campagna, e poi piega sotto l'attacco, la guerra e la dittatura, in una semisecolare impotenza.

Nulla più insorge, quando quella insana coniugale minaccia ebbe effetto!

Da "Battaglia Comunista" n. 13 del 1952

[tratto da www.quinterna.org]

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