chicago86

Lotte operaie anni '60-'70

Lotta contro il lavoro

Da Lavoro Zero, numero 4 dicembre 1976

Che il problema energetico come pure quello dell'alimentazione ed altri siano diventati oggetto di dibattito non solo ma possano diventare anche terreno di iniziativa e di lotta, non siamo noi ad affermarlo. E il comportamento di classe ad imporlo.

La lotta quotidiana per il mantenimento del livello di vita, le iniziative anche individuali per sottrarsi alla rete di restrizioni che si tenta di stendere su ogni aspetto della vita, (mangiare meno carne, consumare meno benzina ed energia, divertirsi di meno,...) andrebbero attentamente analizzate ma sono riscontrabili ad occhio nudo nel comportamento proletario. La stampa borghese ha più volte rilevato il fenomeno ed ha tentato subito di esorcizzarlo — sia pure con un filo di inquietudine — definendolo "il tipico modo di arrangiarsi degli italiani".

Per quanto ci riguarda abbiamo la tendenza ad assumere qualsiasi comportamento proletario nel suo senso più politico. Nessuna meraviglia quindi se individuiamo in questo atteggiamento proletario non solo il rifiuto tenace ad ogni tentativo di intensificazione dello sfruttamento, ma anche la volontà di sottrarsi ai ricatti continui che vengono presentati come necessità oggettive, sotto forma di passivo della bilancia commerciale, di scarsità delle risorse, ecc. ed il rifiuto di accettare passivamente i discorsi degli "esperti" sull'impossibilità di sfuggire alle ferree leggi dell'economia capitalistica.

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Dalla lotta sul salario alla nuova soggettività operaia

Da Lavoro Zero, numero unico in attesa di autorizzazione dicembre 1975

Con questo articolo intendiamo aprire un dibattito sui rapporti tra soggettività e movimento di classe. Siamo convinti che la problematica del soggetto è parte integrante e fondamentale del discorso di classe che andiamo svolgendo su questo giornale. Perciò, a questo primo intervento, di carattere prevalentemente teorico, ne seguiranno altri che siano in grado di offrire ai compagni un quadro sufficientemente ampio del problema, sia sul livello della teoria sia su quello, pia specifico, di esperienze concrete maturate dentro al movimento.

Dalla lotta sul salario img1"Non appena il direttore di gioco si tramuta in dirigente, il principio gerarchico salva la pelle, la rivoluzione si impaluda per presiedere al massacro dei rivoluzionari. Bisogna rammentarlo senza tregua; il progetto insurrezionale non appartiene che alle masse, il regista lo rinforza, il capo lo tradisce. E' tra questo organizzatore di nuovo tipo e il capo che si svolge dapprima la lotta autentica". (Raoul Vaneigem, Trattato, pp. 47-47, Vallecchi 1973)

Non ci interessa aprire un dibattito sulla soggettività in termini astratti ed ideologici, slegati cioè da una interpretazione politica della qualità dello scontro di classe oggi in atto nel paese. Fare questo significherebbe, ancora una volta, giustificare la separazione tra vissuto e pratica politica: questa separazione il movimento la vive spesso sulla propria pelle, talora al prezzo di una paralisi della fantasia e dell'immaginazione, di una regressione al privato che diventa, per molti compagni, crisi dell'identità politica, perdita della propria capacità di lotta.

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La chiusura dei margini di contrattazione

Da Lavoro Zero, numero unico in attesa di autorizzazione dicembre 1975

La chiusura dei marini di contrattazione immagineInvestimenti, occupazione, mobilità, riconversione, sono temi ricorrenti del dibattito sindacale che si è venuto sviluppando in relazione al fatto che i rinnovi contrattuali sono stati piazzati nel punto morto inferiore della crisi.

Essi alludono evidentemente aciò che il sindacato (le Confederazioni soprattutto) ritiene necessario perché si dia un modo "diverso" di produrre; il modo di produrre è "diverso", naturalmente, solo in quanto è capace di produrre occupazione.

Quale consistenza reale hanno tali temi? Consistenza che vada oltre il fatto che essi sono una dichiarazione di intenzioni di autoregolare la propria disponibilità a gestire la lotta per i rinnovi entro un pacchetto di vincoli predeterminati e accettati da tutti; dallo Stato, dai padroni dai sindacati? Nessuna; consistente è stato invece lo uso sfrenatamente propagandistico che di essi si è fatto da tutti i pulpiti.

Vediamo un po' tema per tema.

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Quale piattaforma?

Da Lavoro Zero, numero unico in attesa di autorizzazione dicembre 1975

Quale piattaforma immagineLA CRISI, come tentativo capitalistico di portare sulla difensiva l'intero movimento proletario, assegna alle scadenze contrattuali contenuti senza dubbio nuovi. PER GLI OPERAI, i contratti sono oggi una camicia troppo stretta, PER I PADRONI l'occasione per tentare di definire un nuovo comando sul lavoro (in termini di occupazione, condizione e costo). Per i padroni si tratta di porre, anche con i contratti, delle barriere alla crescente domanda operaia di riduzione del tempo di lavoro e di riappropriazione di tutta la ricchezza sociale che il sistema del capitale ha liberato e continua a distruggere.

E' importante, per non cedere al ricatto padronale, uscire dalla falsa prospettiva delle piattaforme contrattuali. Esse infatti non rappresentano né la forza della classe, né un momento tattico capace di rinviare l'attacco padronale. Oggi non può esserci piattaforma "contrattuale" per il fronte proletario, ed è un segno di forza sottovalutato dagli stessi padroni, per il semplice motivo che non c'è volontà operaia di tregua, non c'è alcun margine di credibilità sugli impegni padronali di compromesso. Quello che gli operai di oggi vogliono, anche se manca l'organizzazione adeguata, è l'imposizione di alcune esigenze vitali (e vitali non significa minime ma irrinunciabili) ben al di là di una costrizione contrattuale.

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I sindacati in difesa del capitale: l'esempio delle ferrovie dello Stato

L'agitazione dei ferrovieri è stata così intimamente confusa con il problema della "riforma di struttura" dell'azienda, che non si può parlare dell'una senza accennare all'altra, a nuova dimostrazione del ruolo controrivoluzionario che i sindacati sempre più svolgono nel quadro del moderno ordinamento borghese-democratico. È questo che si propone nel seguente articolo "Il ferroviere".

A chi serve una riforma?

Le ferrovie sono, prima che un'industria per il trasporto merci o passeggeri, un indispensabile accessorio del modo di produzione della grande industria capitalistica; e poiché tale accessorio non aggiunge nulla al valore dei prodotti, ma ha il solo fine di accelerarne la circolazione, è interesse dell'intera classe dominante avere a sua disposizione ferrovie moderne, veloci, e che offrano servizi a basso prezzo. Siccome, in una società divisa in classi, nessuna riforma può essere fatta "nell'interesse di tutta la collettività", come a bocca piena dicono i bonzi della CGIL e degli altri sindacati, essa può servire oggi ad una sola causa: la causa della conservazione. Ed è qui che si inserisce il ruolo controrivoluzionario dei bonzi. Che cosa significa infatti riforma democratica dell'azienda ferroviaria, per i sindacati? Significa rimodernare la struttura e l'organizzazione della azienda, renderla più agile, più adeguata alle moderne esigenze del capitale decentrando il potere direzionale in modo da conferire maggiori e più dirette responsabilità ai dirigenti periferici, ma tutto questo deve avvenire non solo col beneplacito bensì anche con l'inserimento diretto dei sindacati centrali (e loro istanze periferiche) nella élite dirigente della nazione, facendone un vero e proprio strato privilegiato come nella democratica repubblica delle stelle e strisce.

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