chicago86

Lotte operaie anni '60-'70

Verso la lotta generale: lottiamo per vivere

Da "Lotta Continua", anno IV Numero 2 del 2 Febbraio 1972 - Quindicinale

pugno di lotta continuaAlla fine dell'anno scadono i contratti per tre milioni di operai. Ma già nei prossimi mesi ci sarà un grosso sviluppo delle lotte nelle fabbriche, nelle piazze, nelle campagne, nelle scuole. La crisi unifica le condizioni di vita di tutti i proletari; e la repressione che il padrone ci scatena contro rende necessario rispondere con una lotta sempre più generale. D'altronde già oggi nelle lotte che ci sono, gli operai e i proletari vedono chiaro che i problemi che ci troviamo di fronte non possono venire risolti, e nemmeno affrontati, con una lotta particolare, di una sola fabbrica, di un solo quartiere, di una sola scuola, anche se molto dura. La risposta giusta all'attacco del padrone è sempre l'estensione e la generalizzazione della lotta, e oggi questo è tanto più urgente quanto più la crisi e la repressione sono dure e generali. Prepararsi ai contratti, vuol dire organizzarsi in vista di una lotta generale che coinvolge tutto il proletariato: gli operai, i disoccupati, i braccianti, gli studenti e le donne proletarie, le masse sfruttate del nord e del meridione.

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Lavorando noi operai produciamo capitale

operai_margheraCosì riproduciamo il dominio del capitale su noi stessi

"Lavorando noi operai..." è un documento del Comitato operaio di Porto Marghera, confluito poi nell'assemblea autonoma. Ha avuto nel periodo in cui uscì una grossa diffusione come stimolo alla tematica del "rifiuto del lavoro".

Cosa significa distruggere il potere dei padroni? Chi sono e cosa vogliono i padroni?

Sembrano domande stupide, ma in realtà sono fondamentali al fine di stabilire quella che deve essere la nostra linea politica contro di loro.

Quello che dobbiamo prima di tutto dire è che è falso il luogo comune che i padroni sfruttino gli operai per arricchirsi. Quest'aspetto senz'altro esiste, ma la ricchezza dei padroni non è per nulla proporzionale al loro potere.

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Luglio 1960, rivolta proletaria

magliette_righeMezzo secolo fa, nel 1960, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferì l'incarico di formare il nuovo governo a Fernando Tambroni, un personaggio secondario della sinistra democristiana. È un momento di stallo della politica italiana rigorosamente filo-atlantica: ci sono trattative con il Partito Socialista, ma esso ha al proprio interno correnti di sinistra non disponibili al compromesso governativo (si scinderanno nel 1964 fondando il PSIUP). Sostenitori della svolta sono Pietro Nenni e Aldo Moro, il primo notissimo, il secondo quasi sconosciuto. Il governo Tambroni nasce quindi con spinte di centro-sinistra, ma non riesce ad avere una maggioranza: passerà con il "sostegno esterno" dei fascisti e dei monarchici. Tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) si dimettono aprendo la crisi. Gronchi minaccia un "governo del presidente", Fanfani spinge per una soluzione di tipo presidenziale alla francese per limitare l'influenza dei socialisti. Alla fine si costituisce un governo di soli democristiani filo-atlantici (si scoprirà che alcuni facevano parte del partito trasversale "Gladio", clandestino e golpista).

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Comitato unitario di base della Pirelli

Pirelli_BicoccaLotta della classe operaia alla Pirelli di Milano a cura del Comitato Unitario di Base della Pirelli + 17 documenti e volantini del CUB Pirelli -1968/69

Il testo che qui presentiamo è una delle fatiche politiche del Comitato Unitario di Base della Pirelli di Milano. Se viene tardi, è perché altre cose dovevano esser fatte prima. Ma anche questa andava fatta, perché ci sembra che valga la pena di far conoscere e presentare alla discussione i risultati teorici di una pratica di lotta che non vogliamo ristretta. Non diamo che indicazioni di metodo e poche tesi generali, senza pretesa di essere definitivi nemmeno su quelle.

Non è definitiva la nostra azione, e nemmeno il discorso che è cresciuto con essa. L'esposizione, si vedrà, rispetta rigorosamente il processo reale, che è stato di incessante collegamento tra ipotesi e fatti, attraverso due fasi: nella prima il CUB ha sviluppato l'analisi della condizione in fabbrica, per contribuire al risveglio della coscienza operaia; nella seconda ha partecipato, dall'interno, allo sviluppo della lotta fino alla sua massima espressione politica, di lotta per il potere in fabbrica. Quello che qui è scritto, come la decisione di scrivere, è del Comitato, ed è il risultato delle sue discussioni, che sempre precedono e seguono i momenti di intervento. Quello di cui si parla, è la lotta della classe operaia alla Pirelli di Milano, dalla cui combattività e coscienza politica è nato il Comitato, a dimostrazione della reale connessione tra rivendicazioni economiche e obiettivi politici, e della possibilità di farla valere anche e soprattutto nelle lotte operaie.

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Mai più senza salario

Da Lavoro Zero, numero 1 febbraio 1976

maipiusenzasalario_11. DA INVISIBILI A VISIBILI

Cade la barriera tra occupati e disoccupati, tra salariati e senza-salario; cade non solo in qualche paese ma sul piano internazionale; e cade nel pieno di una crisi che è destinata a durare tanto a lungo quanto durerà questo braccio di ferro tra classe operaia e capitale. Al di là del fumo della « ripresa » di questi mesi negli USA, gli anni a venire non vanno nel senso dello sviluppo né tantomeno dell'occupazione. La disoccupazione nei paesi sviluppati e nella maggioranza di quelli del secondo e del terzo mondo è destinata ad aumentare, non a diminuire. La dimensione del calo dell'occupazione non salta agli occhi se si guarda soltanto alle cifre camuffate della disoccupazione. In realtà, oggi la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione in età di lavoro diminuisce nei paesi industrializzati, seguendo l'esempio della maggioranza dei paesi con un passato coloniale dove diminuisce da almeno un ventennio. Non si tratta di un calo che durerà solo qualche mese. Al contrario, si tratta di una tendenza legata al tentativo capitalistico di fare a meno di larghe quote di classe operaia dei paesi industrializzati, di affidarsi ad un macchinario più moderno ed efficiente e di spostare fabbriche e capitali nei cosiddetti secondo e terzo mondo.

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