chicago86

Mai più senza salario

Da Lavoro Zero, numero 1 febbraio 1976

maipiusenzasalario_11. DA INVISIBILI A VISIBILI

Cade la barriera tra occupati e disoccupati, tra salariati e senza-salario; cade non solo in qualche paese ma sul piano internazionale; e cade nel pieno di una crisi che è destinata a durare tanto a lungo quanto durerà questo braccio di ferro tra classe operaia e capitale. Al di là del fumo della « ripresa » di questi mesi negli USA, gli anni a venire non vanno nel senso dello sviluppo né tantomeno dell'occupazione. La disoccupazione nei paesi sviluppati e nella maggioranza di quelli del secondo e del terzo mondo è destinata ad aumentare, non a diminuire. La dimensione del calo dell'occupazione non salta agli occhi se si guarda soltanto alle cifre camuffate della disoccupazione. In realtà, oggi la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione in età di lavoro diminuisce nei paesi industrializzati, seguendo l'esempio della maggioranza dei paesi con un passato coloniale dove diminuisce da almeno un ventennio. Non si tratta di un calo che durerà solo qualche mese. Al contrario, si tratta di una tendenza legata al tentativo capitalistico di fare a meno di larghe quote di classe operaia dei paesi industrializzati, di affidarsi ad un macchinario più moderno ed efficiente e di spostare fabbriche e capitali nei cosiddetti secondo e terzo mondo.

L'occupazione di fabbrica nei 6 maggiori paesi industriali - USA, Gran Bretagna, Francia, Germania occidentale. Italia, Giappone - era di 59 milioni nel 1964, di 62,5 milioni nel 1972. In 14 paesi bersagliati dagli investimenti delle multinazionali — Brasile, Venezuela, Jugoslavia, Spagna. Indonesia, Iran, Egitto, Turchia, Corea del Sud. Singapore, Malesia, Hong Kong, Formosa, Filippine — era di 14,5 milioni nel 1964, di 24,5 milioni nel 1972. In altre parole, dei 9,75 milioni di nuovi posti di lavoro di fabbrica del periodo 1964-1972 più di 6 milioni, ovvero il 61 per cento del totale, sono andati ai 14 paesi bersagliati dai capitali multinazionali, mentre solo 3,75 milioni, ovvero il 38 per cento circa, sono andati ai 6 maggiori paesi industriali. Se la proporzione del 1964 fosse stata mantenuta, i 6 maggiori paesi industriali avrebbero dovuto ottenere 7,4 milioni di posti di lavoro invece dei 3,75 che hanno ottenuto. La perdita di posti di lavoro di fabbrica nei maggiori paesi industriali a causa dello spostamento dei capitali multinazionali è di circa il 5 per cento all'anno. Di tali dimensioni è dunque la risposta del capitale alle lotte operaie nei paesi industrializzati negli ultimi 10 anni! Ma mentre questo processo di contrattacco capitalistico va avanti, due fenomeni fondamentali nello scontro tra classe operaia e capitale cominciano ad emergere.

Da una parte, quelle sezioni di classe operaia che sono minacciate nel loro salario con i licenziamenti lottano attorno al mantenimento del salario senza lasciarsi intenerire per le disavventure del capitale. E' questo il terreno sul quale la classe operaia si è esercitata più a lungo nel suo passato. Oggi questo terreno è stato esteso. Si lotta non solo contro il licenziamento dell'impresa ma anche contro il licenziamento dello Stato, non solo contro il licenziamento dei colletti blu ma anche contro il licenziamento dei colletti bianchi. In paesi come gli Stati Uniti ed il Canada dove l'espulsione dal lavoro era accettata come parte della cosiddetta « società libera », licenziare diventa oggi difficile per i padroni. Basti pensare allo sciopero dei 13 mila netturbini di New York — in maggioranza di origine italiana — che nell'estate del 1975 ha fatto rientrare in larga misura le migliaia di licenziamenti già decisi, battendo così in anticipo le forze politiche che volevano dichiarare fallito il comune di New York, un fallimento fatto su misura per lasciare sul lastrico non soltanto decine di migliaia di dipendenti comunali ma anche e soprattutto centinaia di migliaia di « assistiti » dal comune.

Dall'altra parte, il fronte dei non-salariati che lottano apertamente per un salario è venuto ingrossandosi enormemente negli ultimi 20 anni. Quella che a lungo è statamaipiusenzasalario_2 lotta individuale per il lavoro, per la conquista di un salario attraverso l'entrata in una fabbrica che non c'era o che era a migliaia di chilometri di distanza è diventata la lotta collettiva contro il controllo esercitato dal capitale internazionale attraverso le borghesie locali. A lungo il movimento operaio è stato in ginocchio chiedendo al capitale le fabbriche e in subordine il salario. Oggi, non più, nella metropoli come nelle aree dove la piantagione coloniale ha imposto un ritmo di lavoro di fabbrica da almeno 200 anni, senza erogare salari di fabbrica. Oggi al capitale non è possibile convincere questi proletari e queste proletarie che c'è la scarsità come c'è il terremoto o la valanga. Oggi coscienza di classe sul piano internazionale è innanzitutto certezza e consapevolezza del livello più alto di sviluppo delle forze produttive raggiunto in un punto qualsiasi del globo. Il capitale non può nascondere la potenza produttiva del sistema né tantomeno le capacità soggettive della classe operaia di godere producendo: né al giovane disoccupato di Harlem né alla casalinga di Madrid e neppure al proletario della periferia di Nairobi.

Oggi il movimento dei giovani disoccupati nelle Antille, nelle metropoli latinoamericane, nei paesi africani si confronta direttamente con la repressione dei regimi militari. In questi paesi il problema padronale del controllo dei movimenti politici dei disoccupati è diventato un problema di repressione immediata e violenta; in poche parole, per i padroni internazionali lì la classe operaia è diventata un problema di polizia, di ordine pubblico. E dal lato della classe operaia, l'abbattimento dello Stato è una cosa sola con la lotta armata alle multinazionali ed all'apparato repressivo dello Stato USA e delle borghesie locali. Ma nella metropoli come nei paesi con un passato coloniale la lotta dei disoccupati è andata intensificandosi negli ultimi 20 anni. Le cifre della disoccupazione sono venute gonfiandosi; e questo non soltanto perché è aumentato il numero dei licenziamenti ma anche perché si sono rotte le vecchie barriere che separavano gli occupati e i licenziati recenti da una parte ed i  senza-salario  permanenti   dall'altra.

« Buttarsi nell'assistenza » non è più stata una vergogna ma il riconoscimento di una condizione di proletari che presentavano finalmente il conto allo Stato della loro passata disponibilità a farsi sfruttare. Di qui è venuta la crisi dei grandi centri urbani e prima degli altri di New York. Le donne condannate al casalingaggio che lottano per entrare nel numero degli assistiti, i giovani neri dei ghetti permanentemente senza lavoro, i pensionati che reclamano pensioni decenti, tutta questa sezione invisibile della classe operaia che i riformisti volevano in ginocchio a pregare per lo sviluppo si è fatta visibile, è emersa come forza politica. Lo Stato tenta di reprimere e di arginare, ma l'incantesimo del diritto al salario soltanto a chi è sfruttato dentro i muri di una fabbrica o di un ufficio è finito.

2. IL SALARIO E' FARINA E LA RIAPPROPRIAZIONE E' LIEVITO

A questo punto, il « risparmio » di salario grazie alla riappropriazione è diventato una pratica di massa. La riappropriazione si manifesta in molte forme; in tutte i proletari non tendono all'equo affitto, all'equa bolletta, all'equo assenteismo. Tendono a pagare zero, a riappropriarsi di tutto quello che hanno prodotto. Il padrone singolo vuole che i « suoi » operai e le loro famiglie consumino lo stretto indispensabile per stare in piedi e ripresentarsi al lavoro. Solo così gli operai non possono pretendere un salario « esagerato ». Il padrone collettivo, lo Stato, vuole che la classe operaia in generale consumi il suo salario secondo il livello salariale fissato; non vuole certamente che il salario operaio lieviti grazie alla riappropriazione. Eppure le varie forme di appropriazione si sono estese negli ultimi anni. Lo stesso assegno di disoccupazione deve essere strappato con forza. I ritardi, gli intoppi burocratici vengono eliminati quando le file dei disoccupati diventano minacciose, quando cioè i disoccupati si ricompongono politicamente attorno ai loro interessi immediati e di lungo periodo. Così a Napoli come a Parigi. Per questo i socialdemocratici tedeschi hanno deciso di mandare per posta gli assegni ai disoccupati. E negli Stati Uniti gli sportelli degli uffici di disoccupazione vengono rinforzati con griglie e vetri antiproiettile.

Sono 3,9 milioni i disoccupati negli USA che ricevono l'assegno regolare di disoccupazione. L'insieme degli « assistiti » a vario titolo da parte del governo federale è di circa 6,1 milioni. Si può ben dire che quello della cosiddetta assistenza è il settore più ampio e in più rapida crescita negli USA.

E' chiaro che un problema di disoccupazione di tali dimensioni non può essere affrontato con qualche palliativo socialdemocratico. Vengono riscoperte tutte le vecchie tattiche di costrizione al lavoro degli anni '30 e quanti non si adeguano ad un lavoro dequalificato, senza senso, creato solo per tenere calmi i proletari vengono trattati come problemi di ordine pubblico, di controllo poliziesco. Se lo Stato non intende dare soldi ai senza-salario, questi devono scontrarsi con i metodi più brutali e raffinati di dominio, quei metodi che sono stati più a lungo sperimentati dai padroni nelle aree coloniali o con un passato coloniale dove essere senza-salario è la condizione generale.

maipiusenzasalario_3Oggi questi metodi tornano come un boomerang nella metropoli. Il problema per il capitale è quello di disgregare e disperdere masse proletarie che tendono ad aggregarsi ed a ricomporsi con un'unità politica che non si era più vista dagli anni della Grande Depressione a partire dal 1929. Tutte le tecniche sono buone, purché raggiungano l'obbiettivo di costringere il proletario alla rassegnazione. Ma la crisi non produce rassegnazione. L'assenteismo non diminuisce — neppure in quel settore-spia che è il settore dell'auto negli USA; qui l'assenteismo era più alto nell'aprile del 1975 — nonostante licenziamenti e sospensioni — che nell'aprile del 1973 quando la produzione tirava (v. «The Wall Street Journal », 8 luglio 1975, p. 1). Basti pensare al rafforzamento delle squadre di polizia addestrate contro la rivolta urbana, al loro armamento, alla loro distribuzione nei nodi vitali del profitto. Oggi nelle metropoli statunitensi non c'è supermercato che non abbia un poliziotto « antisaccheggio » con il compito di coordinare la vigilanza degli sbirri aziendali. E basti pensare che negli USA la fabbricazione di apparecchi antifurto per l'uscita delle maestranze dai luoghi di lavoro è aumentata del 25 per cento nel 1975 rispetto al 1974. Un padrone, prendendo le difese dell'uso degli apparecchi, ha detto che la recessione « ha fatto sì che le maestranze se la sentano di rubare ».

Con gli scioperi degli affitti, a partire da quello di New York del 1965, le massicce occupazioni di case sono riuscite ad aggregare sezioni importanti, sovente immigrate, di proletariato giovane contro la quotidiana costrizione al lavoro. Se la lotta va nel senso della riappropriazione, riappropriazione è anche rifiuto dell'assistenza così come viene data oggi. E' rifiuto degli anziani di accontentarsi delle briciole, rifiuto della stragrande maggioranza dei giovani di finire sbirri con stipendio « buono e sicuro », è rifiuto di tutta una classe di sentirsi colpevoli per il fatto di autoridursi una bolletta dopo aver addomesticato un contatore. L'illegalità senza legittimazione degli sfruttati di ieri trova finalmente legittimazione colletiva tra gli sfruttati di oggi. Così è cresciuta la lotta individuale per far lievitare il salario e così è diventata lotta collettiva.

Deve esserci una vita migliore. I contorcimenti governativi degli ultimi tempi, a quanto pare, vogliono dimostrarci il contrario, vogliono « gestire decentemente la crisi ». Segno che ad una vita migliore ci si può arrivare, ma con le necessarie pulizie.Mai più senza salario.

Volantino 25.12.75
Share |
e-max.it: your social media marketing partner

News lotte in corso

News dal ventre della balena

News feedback