chicago86

Quale piattaforma?

Da Lavoro Zero, numero unico in attesa di autorizzazione dicembre 1975

Quale piattaforma immagineLA CRISI, come tentativo capitalistico di portare sulla difensiva l'intero movimento proletario, assegna alle scadenze contrattuali contenuti senza dubbio nuovi. PER GLI OPERAI, i contratti sono oggi una camicia troppo stretta, PER I PADRONI l'occasione per tentare di definire un nuovo comando sul lavoro (in termini di occupazione, condizione e costo). Per i padroni si tratta di porre, anche con i contratti, delle barriere alla crescente domanda operaia di riduzione del tempo di lavoro e di riappropriazione di tutta la ricchezza sociale che il sistema del capitale ha liberato e continua a distruggere.

E' importante, per non cedere al ricatto padronale, uscire dalla falsa prospettiva delle piattaforme contrattuali. Esse infatti non rappresentano né la forza della classe, né un momento tattico capace di rinviare l'attacco padronale. Oggi non può esserci piattaforma "contrattuale" per il fronte proletario, ed è un segno di forza sottovalutato dagli stessi padroni, per il semplice motivo che non c'è volontà operaia di tregua, non c'è alcun margine di credibilità sugli impegni padronali di compromesso. Quello che gli operai di oggi vogliono, anche se manca l'organizzazione adeguata, è l'imposizione di alcune esigenze vitali (e vitali non significa minime ma irrinunciabili) ben al di là di una costrizione contrattuale.

AD OGNI COSTO I SINDACATI VOGLIONO CHE L'INTERLOCUTORE E L'INTERPRETE DELLA VOLONTA' OPERAIA SIA IL LAVORO; vogliono, attraverso il lavoro come nuova professionalità e adattabilità al ciclo, ricreare il rapporto, oggi rotto, tra salario e lavoro. Questa strategia, applicata dentro il rinnovo contrattuale, li ha portati alla scelta cieca della difesa dell'occupazione; li ha portati ad assumere il RUOLO DI RICREATORI DI CAPITALE LA' DOVE ESSO VIENE DISTRUTTO DAL RIFIUTO OPERAIO DELLO SFRUTTAMENTO. Mentre la multinazionale attacca lo stato disgregandone i centri di potere non funzionali alla "circolazione veloce di capitale" (banche, borsa, parlamento, risparmio, rendita fondiaria, ecc.) e chi li gestisce (attacco alla "giungla retributiva", scandali di regime, ecc.) la strategia riformista, dentro la quale il sindacato si confonde, funziona come appaltatrice delle iniziative dove il ruolo dello stato E' SUBORDINATO AL SAGGIO DI PROFITTO DESIDERATO DAL CAPITALE MULTINAZIONALE. In questo modo la cassa integrazione come "salario garantito" è una sollecitazione enorme che le imprese multinazionali impongono allo stato nazionale, trovando facili quanto stupidi alleati nella piccola e media industria, per trasformare la cassa in un enorme "fondo di gestione salariale". E' urgente fare il possibile perché la parola d'ordine operaia — "SALARIO GARANTITO"— esca dall'incertezza di richiesta di equa distribuzione del reddito prodotto per trasformarsi in preciso attacco alla base produttiva del sistema fondato sul lavoro salariato. La cassa integrazione e tutte le forme di sussidio salariale (per arrivare, in tendenza, fino al salario stesso) non provengono più da uno stato controllore dei profitti e quindi, bene o male, obbligato a sanare i "deficit" conseguenti con quote di capitale ma da uno stato controllato dal saggio di profitto per cui, supposto costante questo, il prelievo avviene esclusivamente sul monte salari.

QUINDI O L'ATTACCO OPERAIO SI RIVOLGE DIRETTAMENTE CONTRO IL PROFITTO NEL TENTATIVO DI AZZERARLO OPPURE QUESTO ATTACCO E' SEMPLICEMENTE UN AGGIUSTAMENTO (ad esempio del salario) INTERNO ALLA LOGICA DELLA SFRUTTAMENTO. Azzerare il profitto significa ridurre a zero il tempo di lavoro superfluo che è in massima parte costituito dal tempo di lavoro scambiato con il salario.

ECCO ALLORA che il tema dell'orario di lavoro, della riduzione immediata dell'orario di lavoro è legato non solo all'occupazione (come giustamente rinfacciano i riformisti ai gruppi) ma al potere degli operai di comandare sulla materializzazione dei loro interessi (esattamente ciò che i riformisti impediscono).

ECCO ALLORA che il salario non deve essere considerato funzione del tempo di lavoro (né tanto meno del tipo di lavoro) ma modo di sconvolgere l'organizzazione che obbliga al tempo di lavoro.

Se confrontiamo gli aumenti salariali proposti dai sindacati (e sono mediamente di 30.000 lire al mese) vediamo che questi aumenti, in confronto alla tanto reclamizzata "giungla", sono appena una foglia e così piccola da far apparire interamente nuda la trinità sindacale.

Si può aggiungere che per alcune migliaia di impiegatuzzi che portano a casa 1.000.000 (un milione) AL MESE, le 30.000 lire d'aumento possono anche bastare, non si può dire altrettanto per tutti quelli che intascano meno di 300.000 lire al mese con bisogni fisici (e . . . spirituali, ci dicono) di ordine simile a quello dei citati funzionari. Ragione vuole, accettando il metodo da manuale del perfetto sindacalista, e cioè fatte salve anche la gradualità e il Signor Valore Professionale, che si vada a proporre subito, subito, un aumento di almeno 100.000 al mese. A questo punto si spara per le strade: quindi niente armi e niente soldi. Il problema sta qui, non nei discorsi preoccupati di chi vorrebbe spiegarci che un simile aumento (le 100.000 al mese) è da rifiutare perchè porterebbe l'inflazione alle stelle e nel giro di pochi mesi ci ridurrebbe le paghe al valore di partenza. Valga com'è piccolo esempio, ma la pratica è sempre rivoluzionaria, quello del mezzo migliaio di operai, con qualifica da deputati, che, occupati in una piccola fabbrica romana, si sono approvati un nuovo AUMENTO, nel luglio di quest'anno santo con effetto retroattivo al 1-1-'75 del valore di LIRE 135.000 MENSILI.

Ironie a parte, tutti ormai si rendono conto che, anche per il salario, non ci sono margini di contrattazione: è finita l'epoca dei mediatori.

ESISTONO solo due vie: la prima di accettazione dell'imposizione padronale con la benedizione sindacale (cioè un 10-12% medio complessivo quindi non a tutti e con un lungo scaglionamento nel tempo), la seconda di SCONTRO sulla base di interessi materiali dentro i quali il salario è un elemento fondamentale perchè assunto con un significato "nuovo".

Il salario oggi non va solo chiesto ma ottenuto e cioè va imposto ai padroni.

E per ottenere questo c'è bisogno di determinare quelle forme d'organizzazione autonoma da partiti e sindacati (compresi quelli "autonomi") che già si sono espresse sia con l'autoriduzione, sia con forme di lotta nuove dentro e fuori la fabbrica. C'è un potenziale di lotta, ancora intatto, rappresentato da quell'organico che non è più semplicemente interno al circuito di fabbrica ma che ha assunto il comportamento più avanzato verificatosi nel passato solo dentro la fabbrica.

Parliamo della nuova composizione di classe, dei primi momenti di aggregazione di un nuovo livello che LE COSE SE LE PRENDE E NON LE CHIEDE.

Dobbiamo quindi, non scartando richieste come quella delle 50.000 uguali per tutti, fatte da gruppi e avanguardie nelle fabbriche, cercare di chiarire QUALE NUOVO CIRCUITO DI LOTTA oggi soddisfa una richiesta che, secondo molti, è corretto definire richiesta di REDDITO GARANTITO. Perché sia come livello di scontro, sia come soddisfazione dei bisogni posti, lottare per 1.000 o per 100.000 in più rispetto al tetto fissato dal padronato, c'è da fare comunque i conti con la necessità di nuova organizzazione proletaria; di organizzazione per il comunismo come frutto già esistente e proposta da completare che rende inutilizzabile ogni tipo di riformismo o di gradualismo.

L'occupazione delle case, il rifiuto degli aumenti dei servizi, l'autoriduzione del tempo di permanenza in fabbrica e gli altri mille modi di lottare sono termini iniziali che spingono a creare STRUMENTI PROLETARI OPERANTI, capaci cioè di farci uscire non solo a parole dalla situazione attuale. Il bilancio di queste prime iniziative territoriali è ancora da farsi ma ci sono dati sufficienti per vedere l'autoriduzione non come lotta di difesa salariale, ma UNA tra le molte forme che la lotta per la garanzia del reddito assume. Le donne, i pensionati, i giovani, pur lavorando non vogliono considerarsi ed essere considerati "occupati", per .il semplice motivo che hanno la forza di liberarsi con la lotta dalla loro figura di "merce" e misurare quindi i loro interessi non sulla base del "valore" del loro lavoro, ma contro questo ormai assurdo obbligo. Partono cioè da quello che fasce sempre più larghe di operai in fabbrica hanno individuato come lotta contro il lavoro, come lotta contro una condizione da superare e da superare non solo con più salario e meno orario. I nuovi settori proletari, formati tutti dalla società della fabbrica, non hanno più bisogno del lavoro per emanciparsi ma puntano su lotte di appropriazione già vivendo in esse un modo concreto di far coincidere "teoria" e "pratica", di far crescere cioè livelli di organizzazione non staccati, non anticipati e quindi astratti, rispetto agli interessi immediati di classe; quindi livelli d'organizzazione non modellati sulle scadenze dello stato dei padroni.

Qui c'è un nodo politico cioè pratico da sciogliere, ed è il superamento della contrapposizione ancora esistente tra organizzazione PER il potere proletario e la organizzazione DEL potere proletario.

La parola a questo punto passa a chi le cose se le prende e non le chiede.

Ci viene ripetuto in questi giorni che "il mercato non tira", che i magazzini "sono traboccanti". Bene l'unico modo perché ciò non avvenga né ora né in futuro è LAVORARE MENO, è farsi pagare di più per meno ore di lavoro. Non è vero che diminuendo le ore di lavoro diminuirà il nostro reddito, la nostra ricchezza: è vero invece che diminuendo l'orario di lavoro per i padroni diventa più difficile la rapina sul lavoro, il furto continuato che essi compiono su ogni minuto di lavoro.

Basti un esempio: un impianto di produzione di cloruro di vinile (CVM, quello del cancro al fegato e altri effetti ) del tipo installato al Petrolchimico di P. Marghera ha una incidenza dei costi del personale addetto (tutto) sui costi del prodotto come da tabella:

Da: Capitale, Inflazione e imprese multinazionali di Charles Levinson (1971). Impianto di Cloruro di vinile da 100.000 tonn./anno del costo di 2,8 miliardi di sterline (4.200 miliardi di lire).

costo
sterline/tonn.
Materie prime
nafta 7.52
cloro 11.16
ossigeno 2.53
Prodotti chimici
acquisti di servizi 3.36
vapore 4.34
energia 1.45
refrigerazione 1.17

 

acqua di raffredd. 1.40
combustibile 0.40
Mano d'opera 0.42
Costi fissi (21%) 5.88
Residui
gas di raffineria —0.31
idrocarburi liquidi —0.38
Costo totale di produzione 38.94

Come si può vedere, in questo tipo di impianto e cioè il tipo petrolchimico, il costo della manodopera sui costi totali di produzione si aggira sull'1% (uno per cento). Ogni commento è superfluo.

I giornali, la TV che per tutto un periodo mostrarono "interesse" per la salute degli operai di Porto Marghera oggi dedicano poco spazio alle notizie sulla nocività: cosa è successo? Forse non ci sono più "fughe" di gas ed inquinamenti? Niente di tutto questo, anzi gli "incidenti" con intossicati, infortunati continuano. L'indagine sugli operai esposti a CVM sta fornendo dati molto "interessanti", la Montedison per mettersi al riparo dalla "cattiva" pubblicità sta costruendo presso la portineria "Quattro" un vero e proprio ospedale con 60 posti letto (il malato dal produttore al consumatore) e nel frattempo aumenta le lavorazioni pericolose. Il famoso TDI, il reparto del fosgene, ora raddoppiato continua ad arricchire la casistica sulla letalità del tristemente famoso gas. I camini dei CV gli impianti di polimerizzazione del CVM, il gas cancerogeno, continuano a sfornare all'aria più di 8.000 kg. al giorno. E' nostra intenzione dedicare parte del prossimo numero del giornale a questo aspetto della violenza padronale: perciò invitiamo ogni compagno, ogni lavoratore in grado di fornire descrizioni oggettive della situazione all'interno dei reparti delle fabbriche Montedison a SCRIVERCI (casella postale 457-Venezia).

SUL PROSSIMO NUMERO "AUTO-RIDUZIONE SIP - LOTTA DI ATTACCO PER IL REDDITO, CONTRO LE MULTINAZIONALI".

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