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La chiusura dei margini di contrattazione

Da Lavoro Zero, numero unico in attesa di autorizzazione dicembre 1975

La chiusura dei marini di contrattazione immagineInvestimenti, occupazione, mobilità, riconversione, sono temi ricorrenti del dibattito sindacale che si è venuto sviluppando in relazione al fatto che i rinnovi contrattuali sono stati piazzati nel punto morto inferiore della crisi.

Essi alludono evidentemente aciò che il sindacato (le Confederazioni soprattutto) ritiene necessario perché si dia un modo "diverso" di produrre; il modo di produrre è "diverso", naturalmente, solo in quanto è capace di produrre occupazione.

Quale consistenza reale hanno tali temi? Consistenza che vada oltre il fatto che essi sono una dichiarazione di intenzioni di autoregolare la propria disponibilità a gestire la lotta per i rinnovi entro un pacchetto di vincoli predeterminati e accettati da tutti; dallo Stato, dai padroni dai sindacati? Nessuna; consistente è stato invece lo uso sfrenatamente propagandistico che di essi si è fatto da tutti i pulpiti.

Vediamo un po' tema per tema.

INVESTIMENTI

Gli investimenti in una certa area del regime capitalistico si danno solo se si verificano certe condizioni:

a) il costo del denaro deve essere relativamente basso perché il risparmio si trasformi in macchinari e in impianti. Se il costo del denaro sale oltre un certo limite c'è, per il singolo imprenditore, interesse a conservarlo liquido. Il problema diventa allora: qui in Italia le cadute degli investimenti (e la fuga all'estero dei capitali) è avvenuta perché il tasso di interesse era alto, oppure il tasso di interesse era alto perché non ci dovevano essere investimenti?

b) il costo del lavoro deve essere relativamente stabile perché le modificazioni tecniche, l'innovazione possano aumentarne la sua produttività e si traducano in una garanzia di accumulazione che è la base necessaria anche se non sufficiente, degli investimenti;

c) il costo delle materie prime deve essere relativamente basso e stabile.

Queste condizioni non si verificano più da un pezzo. A partire dagli anni '60 le lotte hanno fatto lievitare il costo del lavoro con una velocità molto superiore alle variazioni di produttività.

I padroni hanno risposto con l'inflazione, trasferendo cioè i maggiori costi sui prezzi.

Negli anni '70 hanno cominciato a crescere anche i prezzi delle materie prime perché i paesi produttori di esse non potevano sopportare, senza reagire, che le ragioni di scambio peggiorassero. Ciò ha prodotto nuova inflazione (importata dall'estero) che ha messo in moto nuove lotte, nuove e più gravi tensioni politiche.

Su termini molto generali, i nuovi investimenti tendono a risparmiare forza-lavoro. Questo avviene sempre, anche quando l'occupazione aumenta. Chi investe lo fa solo a condizione che, a parità di ogni altra condizione, una unità di capitale addizionale produca un maggior prodotto netto, cioè un profitto maggiore. Nuovi investimenti producono maggiore occupazione solo in presenza di molte condizioni concomitanti. Solo quando esse si verificano tutte, l'investimento produce nuova occupazione.

Una di queste condizioni, adombrata nelle proposte di Lama per il Mezzogiorno, è che gli investimenti avvengano in settori che risparmiano beni capitali; il che è come dire: in quei settori che disoccupano il capitale e occupano forza-lavoro: in settori a bassa produttività.

Ma non è una cosa seria. In un mondo in cui materie prime e denaro finiscono col costare moltissimo, le possibilità di reggere la concorrenza internazionale per prodotti a bassa tecnologia è affidata a salari coreani ed a un mercato internazionale a domanda sostenuta di quei beni. Nessuna di quelle condizioni si dà.

Perché si verifichi una tendenza dei salari ad abbassarsi a livelli coreani occorre che si diano altre condizioni, la prima delle quali è che esista una consistente sovrappopolazione relativa. Essa in Italia non si dà. Tutta una serie di vincoli imposti dalla classe operaia hanno finito coll'elevare il costo sociale della forza-lavoro. Forza-lavoro a diversa produttività ha imposto ed ottenuto lo stesso valore-punto di contingenza. La contingenza ha ormai un tale peso sul salario di fatto che ha finito con lo sganciare il salario della produttività. Se ad essa si aggiunge che la cassa integrazione cui i padroni hanno ricorso pesantemente, pensando ai vantaggi di far finanziare la loro crisi dalla collettività, si è risolta per il padrone collettivo in una remunerazione per lavoro non fatto ed in un congelamento della offerta potenziale di lavoro, conservandola a livelli compatibili con la piena occupazione del fattore lavoro.

Qual è la situazione? L'eccesso di liquidità degli istituti di credito dice che nessuno investe. L'indebitamento delle imprese con gli istituti di credito da un lato scoraggia gli investimenti, cioè altri debiti, dall'altro produce un rincaro del denaro perché le banche, all'aumento del costo del lavoro non collegato con la produttività, d'altronde, è la causa prima delle crisi delle aziende. Dunque senza garanzia che i salari cresceranno solo con la produttività, gli investimenti non ci saranno. Soprattutto non ci saranno se non ci sarà accumulazione.

OCCUPAZIONE

Nei settori a bassa e media tecnologia come i settori metalmeccanico, tessile, edile e abbigliamento non potrà che diminuire l'occupazione. Ogni investimento in questi settori, qualora ci fosse e tenuto conto che esportano già quote rilevanti di prodotto, non potrà avvenire che per diminuire l'impiego del fattore lavoro: aspettarsi che le multinazioni riducano il prezzo dell'energia, del Know-how, è impensabile. Deve diminuire l'incidenza del: costo del lavoro; dunque tali settori possono ristrutturarsi solo in presenza di una disoccupazione del fattore lavoro. Le fideiussioni bancarie torneranno se ci sarà disoccupazione. Dalla crisi si esce solo con un alto tasso di disoccupazione in questi settori.

Nei settori innovativi, e nei settori già ad alto contenuto di tecnologia (elaboratori elettronici e relativa software, telecomunicazioni, progettazione di impianti, ecc.) l'occupazione crescerà, ma con un ritmo compatibile alla loro consistenza attuale. In Italia essa è ben poca cosa, anche se è significativo che tutto il settore calzaturiero produce esportazioni per 50 miliardi, mentre una sola raffineria, progettata dall'ENI per la Nigeria, produce un fatturato di 400 miliardi; la Nigeria è disposta a spendere tale cifra per un impianto, mentre l'industria calzaturiera, in tale paese, non esporta un solo paio di scarpe.

RISTRUTTURAZIONE

La riconversione interesserà ben poco i settori manifatturieri. Riconversione del sistema industriale e mobilità della forza-lavoro sono così la condizione per uscire dalle crisi, ma c'è da dubitare che essa sia contrattabile. Con mobilità della forza-lavoro si intende il fenomeno per cui in certi settori verrà emarginata una certa quota di forza-lavoro e in altri settori (quelli a più alta tecnologia) una certa quota di forza-lavoro sarà immessa nei processi produttivi. E' francamente un imbroglio statistico. Illudere, come sembrano voler fare coloro che stanno contrattando il destino dei 1500 licenziati dell'Innocenti, che riconversione significhi trovare 1500 posti da metalmeccanico da qualche altra parte (come se, soprattutto, la cosa fosse possibile, controllando democraticamente gli investimenti), è una operazione destinata presto a perdere di credibilità.

La composizione tecnica della forza-lavoro ha già subito negli anni '70 una violenta variazione, nel senso che essa si è andata arricchendo di nuovi operai nel settore di avanguardia, dove il sindacato manca di attrezzature per contrattare.

La mobilità come condizione della riconversione non si contratta ora, perché essa è già da tempo qualcosa che capitale e classe operaia contrattano direttamente, da produttore di capitale a produttore di lavoro.

Nello stesso tempo in cui la contrattazione "globale" per il pubblico impiego chiarisce che globalità vuol dire 20 mila lire per i ferrovieri e cose molto simili per gli altri dipendenti pubblici improduttivi, le file dei tecnici di stato si assottigliano perché da qualche altra parte qualcuno ha offerto loro vantaggiose offerte di lavoro.

Le banche assumono ingegneri elettronici, mai iscritti alle liste di collocamento, e contemporaneamente 300 mila laureati in lettere e magistero protestano dalle file del sindacato per la disoccupazione "intellettuale".

La manovra fiscale è apertamente fallita. Lo Stato non riesce a procurarsi le entrate necessarie per programmare uno sviluppo alternativo (le riforme ecc.).

La manovra monetaria ha perso tutto il mordente repressivo degli anni scorsi. L'inflazione ha prodotto più danni politici dei benefici economici (cioè ha prodotto più lotte dentro e fuori la fabbrica che vantaggi all'esportazione).

Le compatibilità si sono infrante, tanto che Cefis e La Malfa, nei loro settori, lamentano una crescita di spese correnti (soprattutto di salari). Siamo indebitati coll'esterno quanto le imprese seno indebitate col sistema finanziario.

SI CHIUDONO I MARGINI DI CONTRATTAZIONE

Quali sono i margini di contrattazione, a questo punto? Da vent'anni la produttività del lavoro ha avuto una crescita doppia rispetto all'occupazione. Il che significa che in questi vent'anni nessuno ha contrattato l'occupazione: ciò che si è contrattato è la produttività del lavoro. Tenuto conto della ingovernabilità operaia e del tipo di tecnologia usata nella fabbrica, un aumento della produttività del lavoro è improponibile, oggi, non solo da un punto di vista politico, ma anche dà un punto di vista semplicemente, fisico.

L'occupazione, in questi vent'anni di sviluppo, è cresciuta come variabile dipendente. Nella crisi, e cioè ancora per molti anni, essa diminuirà: la disoccupazione sarà un fenomeno strutturale. Il probabile aumento di occupazione nei settori passibili di un salto tecnologico, sarà per molto tempo incapace di pareggiare il disimpiego del fattore lavoro nei settori manifatturieri tradizionali.

MARGINI PER CONTRATTARE NON SOLO L'OCCUPAZIONE, MA PERSINO LA DIFESA DEL POSTO DI LAVORO, SEMPLICEMENTE NON CE NE SONO. Negli ultimi 10 anni la produttività è cresciuta meno dei salari. Dunque, perché le richieste contenute nelle piattaforme sindacali siano compatibili, l'unica contrattazione possibile è un blocco dei salari, che di fatto consenta al sistema industriale di uscire dal "tunnel", di recuperare una capacità generalizzata di accumulazione e, quindi, di investire. In una fase di violenta riconversione, sia la massa che il saggio salariale si devono contrarre perché abbia luogo una distribuzione del reddito a favore degli imprenditori. Data la situazione, nemmeno il salario è difendibile sulla base della contrattazione, perché in realtà essa verte su altro. Anche, sul salario la parola è alle lotte.

 

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