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Marghera: appunti di lotta

Da Lavoro Zero, numero 1 febbraio 1976

lavorozero-febb76-marghera-4GIOVEDI', 20 NOVEMBRE 1975. NOTTE.
Nei diversi reparti del Petrolchimico di Porto Marghera le produzioni sono in progressiva diminuzione per arrivare con gli impianti fermi allo sciopero di otto ore del giorno 21. Lo sciopero per i turnisti inizia alle ore 6 di venerdì e termina alle ore 14. Lo stato degli impianti all'inizio e durante lo sciopero è sempre stato di fondamentale importanza: la posizione dei lavoratori, inizialmente chiara e compatta, sulla necessità di fermare completamente gli impianti durante gli scioperi nel corso di esperienze diverse susseguitesi dal '68 in poi, deve di volta in volta misurarsi sulla omogeneità interna di ciascun reparto e, soprattutto, con la disponibilità delle strutture sindacali di fabbrica, per evitare l'isolamento di fronte alle rappresaglie che regolarmente la direzione MONTEDISON mette in atto quando una lotta le crea qualche difficoltà (è nota a tutti la manovra repressiva fondata sulla «messa in libertà» del personale in quei reparti dove la direzione ritiene non esistenti le condizioni richieste di PRODUTTIVITÀ dopo o durante uno sciopero).

Anche questa volta si è discusso e preparato lo sciopero in modo da colpire la MONTEDISON, si è riusciti a parare le divagazioni sindacali programmando la fermata totale di due impianti, AC1 e AC3, che spesso vengono tenuti in una posizione di «minimo», in occasione di scioperi burla (organizzati dal sindacato senza credibilità alcuna, e che si risolvono in perdita di salario per gli operai).
Mentre il turno smontante della notte si prepara alla fermata totale degli impianti, dopo la decisione presa dai lavoratori degli AC di andare ad una intensificazione della lotta, verso le 2,30-3 della notte, la direzione, per bocca del capo produzione (dr. Baisero), dopo ripetute pressioni individuali, vista la irremovibilità dei lavoratori nel rispettare le decisioni prese dalla assemblea del Consiglio di fabbrica, comunica le nuove disposizioni agli assistenti. L'ordine è quello di andare ad una fermata con «degasaggio lungo», cioè di predisporre l'impianto non per una fermata di 8 ore ma di un tempo indeterminato, di certo più lungo di quello previsto dai lavoratori, con le conseguenze già accennate. Si minacciano in pratica gli operai, con la «promessa» che a partire dai turni successivi allo sciopero incorreranno nel ricatto delle «ore improduttive», e la disposizione, sottolinea il dr. Baisero, varrà anche per tutti gli impianti a valle del ciclo acetilenico (a capo del quale stanno appunto i due reparti AC1 e AC3) in modo che, a partire da questi, seguano i reparti TD1, TD2, TD3, TD4, TD5, AC11, AC12/16, CV10, TR4. Di fronte a questo ricatto, posto alle 3 della notte dalla direzione con la speranza di trovare disorganizzati i lavoratori, i compagni dei reparti si mettono subito in collegamento con i reparti dell'intero ciclo e, verso le 5 del mattino, anche con i picchetti esterni. La tracotanza della MONTEDISON questa volta deve fare i conti con un nuovo livello di lotta che, anche se non ancora emerso con tutta la sua forza, già si è imposto dentro il dibattito operaio.
Infatti, tra le varie proposte emerse nei reparti e nei picchetti, una sarà capace di esprimere la volontà operaia dentro l'attuale livello dello scontro: la distruzione del comando; cioè non tenere in nessun conto le decisioni MONTEDISON, avviare autonomamente gli impianti contro la volontà dei capi, per mostrare come non ci sia nessuna motivazione tecnica o produttiva alla base del ricatto padronale. Così, durante le ore di sciopero del mattino, con il rifiuto del «degasaggio lungo» operante, il «capannone» delle assemblee è particolarmente animato dalla presenza operaia. La vivace discussione tra i lavoratori, l'esecutivo e i delegati del Consiglio di fabbrica, si sviluppa sulle proposte di come rendere operante alle 14 (fine sciopero) il riavvio degli impianti.

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VENERDÌ 21
Si va così alla preparazione di una assemblea con i lavoratori del turno montante delle 14-22, per metterli al corrente della situazione e per decidere con loro il da farsi. Molte sono le perplessità e lo scetticismo, non poche le difficoltà e gli ostacoli da superare; ma la ragione operaia è vincente. Si decide finalmente di andare in reparto e di iniziare tutte le manovre preliminari per il regolare riavvio dell'impianto...
Assieme agli operai, nei due impianti interessati al riavvio, sono presenti i delegati e i membri dell'esecutivo. E' il momento della verifica, per tutti.
All'AC1 e all'AC3 il capo reparto ordina all'assistente e al capo turno di non «prestare» la loro assistenza tecnica, di rimanere passivi a guardare lo svolgersi delle varie operazioni.
Le decisioni da questo momento spettano interamente agli operai presenti. All’AC1 sulla questione della mancata assistenza dei tecnici si apre uno scontro tra la delegazione del Consiglio e la direzione MONTEDISON; è una occasione per mostrare come la direzione manipola la volontà delle persone, di come ne limita la libertà individuale. Il responsabile, certo dr. GORI, vice capo generale della produzione dello stabilimento, in un primo tempo si dichiara pronto, di fronte a tutti i lavoratori, a mettere per iscritto la motivazione della sospensione dell’assistenza dei tecnici e del loro conseguente ritiro. Il Gori, dopo essersi così pronunciato, si ritira per alcuni minuti per consultazioni; quando ritorna si rimangia la parola appena data e passa ai ricatti e alle minacce individuali nei confronti degli operai. Dopo una breve consultazione, i lavoratori decidono di proseguire nelle operazioni. Viene schiacciato il primo pulsante, e, con un entusiasmo che è solo operaio, va in marcia la prima pompa.
Non è un modo nuovo di produrre ma l'inizio di un nuovo ciclo di lotte.
A questa prima dimostrazione di forza il livore e la rabbia dei responsabili MONTEDISON è al colmo: non sanno più come fare per arrestare questa forza nuova che li travolge. Le lettere di ammonizione arrivano con la firma del direttore ancora fresca; ugualmente rapida è la risposta operaia, e l'apprendista postino deve allontanarsi ancora più in fretta. Poi la direzione, dopo aver comunicato che ha tolto ai presenti anche l'assicurazione INAIL, non sa trovar di meglio che minacciare con telefonate e altre lettere che non vengono nemmeno lette dagli operai.
Ma le minacce servono sempre più a rinsaldare l'unità dei lavoratori, che proseguono regolarmente le loro manovre.
Verso le 16,30, sempre all'AC1, la prima fiamma si alza dalle fiaccole dei bruciatori a metano. E insieme con il metano brucia e va in fumo la capacità di comando della direzione.
E' una esplosione di gioia di tutti i lavoratori del Petrolchimico; la notizia del riavvio autonomo degli impianti si era infatti diffusa in tutti i reparti della fabbrica, che subito solidarizza con i lavoratori in lotta.
I giornalieri ritardano le partenze, lasciando partire vuoti gli autobus in modo da seguire più da vicino le varie fasi dello scontro. I lavoratori degli impianti a valle comunicano che sono pronti a ricevere il prodotto. Il processo di riavvio continua regolare.
Di fronte a questa situazione la direzione ME è incredula, disorientata, infuriata, non le resta altro che il sabotaggio: dà ordine ai suoi fedeli servitori di staccare i fusibili dei motori elettrici di alcuni compressori, che servono per la continuità del ciclo produttivo.
Viene convocato immediatamente in direzione l'esecutivo e i delegati, mentre in reparto ci si accorda di rimanere fermi alla prima fase, con le fiamme alte e rossastre che illuminano la sera. Il consumo di metano, che nel frattempo viene bruciato, 6000 mc/h, farà andare in bestia il dr. Manassero, capo del personale della ME.
Nell'incontro, la direzione ME è costretta a riconoscere la sua impotenza e a ritornare sui suoi passi di fronte a questo nuovo comportamento operaio, pur mistificando questa sua sconfitta con la formula: né vinti né vincitori.
Viene intanto fissato un nuovo incontro con l'esecutivo e la commissione tecnica dell'esecutivo per sabato 22 alle 10. La mossa è chiara come il sole: la ME ha bisogno di prendere tempo per capirci qualcosa ed eventualmente preparare una contro mossa. Alle 21 il personale tecnico, caporeparto, assistenti e capoturno, riprendono in consegna l'impianto e ci si avvia regolarmente alla produzione. Un grosso solco è stato tracciato e sarà molto difficile cancellarlo.

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SABATO 22 NOVEMBRE
Ore 10 del mattino, al Petrolchimico. Le parti si incontrano nuovamente, direzione ME, esecutivo e commissione tecnica. Vengono confermate le posizioni del giorno prima.
I lavoratori: la piena autonomia delle forme di lotta e nessuna regolamentazione degli scioperi.
La ME: la contrattazione di un minimo tecnico, cioè a dire vanificare ogni azione di lotta e fiaccare la resistenza operaia.
Le parti si lasciano senza aver stipulato nessun accordo, ma non c'è rottura; si rimanda tutto ad un nuovo incontro per lunedì pomeriggio, per trovare una eventuale soluzione, in quanto si avvicina la scadenza dello sciopero di martedì 25. In questa fase emerge il ruolo determinante delle avanguardie operaie, che fanno passare tutta una serie di parole d'ordine sulla lotta e il suo allargamento; ma si noterà pure una certa debolezza di decisione nel far crescere interamente la forza operaia. E' alla luce di questi nuovi fatti, con la capacità operaia di aver spezzato il ricatto padronale sulle ore improduttive, che si affronta il dibattito nelle varie organizzazioni politiche. I giornali non riportano nessuna notizia, se non marginalmente, senza alcun riferimento al significato politico di questa lotta; o addirittura le notizie sono falsate, come nel Gazzettino di domenica 23 novembre.

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LUNEDI 24.
Al mattino, nella riunione tra l'esecutivo, la commissione tecnica del C.D.F. e i delegati dei reparti interessati, vengono fatte due proposte:

1) Continuare sulla strada indicata dai lavoratori, e cioè: fermata totale degli impianti, allargamento della lotta ad altri reparti chiave (TA, CR, PR, CS ecc,), proposta di nuove forme di lotta per il resto della fabbrica, specialmente per i giornalieri, come unica via da seguire per rispondere al ricatto delle ore improduttive, attraverso la formazione di un organismo di lotta in grado di rispondere ai colpi della ME.
2) Sospendere la lotta finora condotta nel gruppo acetilene e spostarla in altri settori per aggirare l'ostacolo delle ore improduttive e saggiare effettivamente le intenzioni ME, definite come meramente provocatorie.
Altri interventi si discosteranno di poco da queste due posizioni. Ma il problema della autonomia delle forme di lotta e dell'effettivo diritto di sciopero, portato avanti seppure timidamente dallo stesso sindacato, e soprattutto la volontà operaia di andare seriamente allo scontro, mette in contraddizione chi porta avanti la seconda proposta ed è così che si afferma la corretta proposta operaia.

POMERIGGIO - ore 14,30.
Lo scontro con la direzione si fa acuto. Si intuisce chiaramente dal dialogo che c'erano stati dei cedimenti concordati precedentemente con delle assicurazioni sulla conclusione della lotta. Ma questi comportamenti non hanno la forza di uscire allo scoperto. Non si torna indietro sulla fermata degli impianti e sulla autonomia delle forme di lotta. Il responsabile del personale (dott. Manassero rompe con l'esecutivo e, pieno di rabbia, si dichiara disponibile ad incontrarsi solo con forze sindacali esterne alla fabbrica.
Sulla rottura avvenuta si informano tempestivamente i lavoratori, specialmente il turno di notte, in modo da poter eseguire tutte quelle operazioni per una regolare fermata degli impianti, seguendo le disposizioni tecniche nei termini già attuati nella precedente azione di sciopero di 8 ore.

lavorozero-febb76-marghera-5MARTEDÌ 25 - SCIOPERO 6-14.
Durante il turno di notte, gli operai, contravvenendo alle disposizioni della direzione, si rifiutavano di effettuare un degasaggio prolungato degli impianti: sono i primi coscienti segni del rifiuto operaio al comando capitalistico. Si osservano invece tutte le disposizioni tecniche previste e si rimane in contatto con la commissione tecnica del C.D.F.

MATTINO - ore 9.
Riunione tra esecutivo, commissione tecnica, delegati dei reparti in lotta, F.U.L.C. Emergono le posizioni delle correnti partitiche interne all'esecutivo: il PCI vuole la sospensione della lotta per anticipare la ME; il PSI vuole continuare, per arrivare però ad un accordo quadro con la ME. La DC parla di avventurismo. La posizione della FULC viene mascherata da posizioni personali dei singoli segretari.
Dice uno: «Non dobbiamo provocare noi la ME correndo più forte del movimento, perché è questo che vuole la ME; potrebbe prendere la sua cartella e andarsene e lasciarci soli (orfani)».
La situazione si fa sempre più critica, le contraddizioni sono troppo forti e il livello di lotta operaia troppo alto per tornare indietro. A nulla vale il disfattismo e il terrorismo sindacale e politico. Il tempo lavora a favore di chi correttamente porta avanti la linea emersa dalla lotta operaia.
Non è una posizione di stallo, i compagni si distribuiscono con decisione i vari compiti, che tutti sono tenuti ad osservare, mentre si avvicina l'ora del nuovo cambio di turno.
Gli operai, forti della prima esperienza, e rispettando i tempi tecnici elaborati dalla Commissione tecnica, iniziano subito tutte le manovre necessarie per la rimessa in marcia. Gli assistenti ed i capi-turno hanno già ricevuto l'ordine dalla direzione di non collaborare, ma tacitamente si mettono a disposizione degli operai per fornire, dove è necessario, il loro apporto tecnico.
Mentre invece i capireparto, gli assistenti di giornata e tutto il personale tecnico abbandonano i reparti e vengono segregati in direzione, al limite del sequestro di persona. Ci sarebbe tutto un capitolo nuovo da aprire su questi comportamenti per rompere, una volta per tutte, con un cliché ormai frusto, e partendo da una subordinazione di fatto del caporeparto alle decisioni tecnico-politiche degli operai. Tutto corre liscio come l'olio, gli impianti vanno in marcia regolarmente. Le previsioni della ME, catastrofiche come non mai, crollano come un castello di carta, e con esso le false motivazioni tecniche che sono servite da copertura, per giustificare l'attacco polìtico con le ore improduttive.
Le varie autorità pubbliche non sanno più cosa dire; dopo aver tacciato di irresponsabilità i lavoratori, sono costrette a rimangiarsi le affermazioni che affrettatamente avevano in precedenza fatto.
E' una grande vittoria operaia: vengono istituiti i turni di notte tra l'esecutivo, CT e delegati. Gli operai dei reparti eseguono solo le manovre concordate, viene garantita la manutenzione ordinaria degli impianti e il rifornimento delle materie prime. La direzione è presente solo con il laureato di turno, per garantire la «salvaguardia ecologica».
Dopo migliaia e migliaia di intossicati e tonnellate di inquinanti immesse nell'ambiente, la ME si scopre improvvisamente un animo nobile a tutela della salute dei lavoratori e della popolazione. Intanto sul piano repressivo prosegue nella sua azione: toglie per tutti il cartellino per la timbratura e spedisce per raccomandata le lettere di ammonizione così da impaurire le mogli e rivolgerle contro i mariti-operai. Ma la lotta e l'unità operaia è bene avviata e supera la prova.

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MERCOLEDÌ 26 - ore 8,30:
CONSIGLIO DI FABBRICA
Dopo i vari interventi di solidarietà, Viene concretamente proposto un corteo interno di tutti i giornalieri che dalle portinerie, confluisca verso la palazzina della direzione. La proposta è accettata: poco dopo le 13, gruppi sempre più folti vanno a formare tre cortei, in punti diversi della fabbrica, che mostrano come la solidarietà non sia fatta di parole. Si salda l'unità tra turnisti e giornalieri; molti lavoratori si uniscono al passaggio dei cortei e tutti salutano a pugno chiuso, passando davanti ai reparti in lotta. Mentre capi e capetti vengono gentilmente mandati a passeggiare, più di 2000 lavoratori si ritrovano davanti alla direzione e in gran numero ne visitano gli uffici fino all'ultimo piano dove avviene un incontro con il direttore (dr. Cecchi) il quale, in maniche di camicia, tenta la parte del democratico sorpreso di trovare il servo seduto al suo tavolo; ma la recita non viene gradita e gli operai presenti dopo aver mostrato poca sensibilità per i discorsi ritornano all'aperto e subito dopo il corteo si scioglie.
A questo punto il padrone passa alle grandi manovre: la direzione locale del Petrolchimico viene, di fatto, esautorata e la conduzione delle operazioni viene effettuata direttamente da Milano, mentre Cefis si precipita a Venezia per seguire più da vicino questa situazione «anomala», con in tasca 500 miliardi di promesse da offrire alle forze politiche locali per «l'occupazione e gli investimenti».
Nel pomeriggio si riunisce nuovamente l'esecutivo per fare il punto sulla situazione tecnica che viene continuamente aggiornata. Ma sono solo dei pretesti: si vuole convincere chi, nello stesso sindacato, ha ancora dei dubbi che la situazione deve essere risolta con ogni mezzo al più presto; il fronte di questa posizione si allarga ovviamente fino a comprendere tutto il quadro dirigente di PCI, PSI, FULC, su una linea concordata da seguire.
E' evidente che sono aumentate le pressioni politiche direttamente dai centri di potere a livello nazionale per lo sblocco della situazione a favore del padrone.
E questo mentre il cordone sanitario imposto rischia di saltare: intanto in termini di lotta, in quanto si andrebbe a coinvolgere di fatto tutte le fabbriche di P. Marghera con il pericolo ancora maggiore per il sindacato di ritrovarsi, su basi nuove, la direzione politica del Petrolchimico come centro di coordinamento reale delle lotte, come era avvenuto con la lotta di autoriduzione; in secondo luogo come controinformazione a livello nazionale.
Nei reparti, intanto, c'è la più grande euforia e disponibilità di tenuta della lotta. Se ne fa un gran parlare dentro e fuori la fabbrica. Emergono con prepotenza i problemi che gli stessi operai collegano a questa lotta e che mancano invece nelle piattaforme contrattuali: qualifiche, orario, salario, nocività. Il comando è spazzato via, mai tanta solidarietà gli operai avevano vissuto nel posto di lavoro.

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GIOVEDÌ 27 - ore 8,30:
COORDINAMENTO DEI CONSIGLI DI FABBRICA.
Si fa sempre più chiara la posizione del sindacato e dei partiti presenti nell'esecutivo. Si dà mandato alla CT di incontrarsi con la direzione: i giochi sono ormai fatti.
ORE 15. - Mentre in capannone i compagni coordinano la lotta dei reparti, ecco arrivare Rossi, Vanin ed altri membri dell'esecutivo i quali convocano alla FULC l'intero esecutivo per valutare una bozza di accordo. Manca uno dei membri dell'esecutivo, il compagno Sbrogio, perché ammalato.
Nella sede della FULC si presentano anche i delegati dei reparti interessati alla lotta AC1-AC3 ecc., ma vengono allontanati, giustificando la riunione come un incontro privato di amici invitati a «mangiarsi una pastasciutta». La metafora si adatta perfettamente, ma sarà un boccone che si fermerà nel gozzo dell'esecutivo e del sindacato.
ORE 18 - CONSIGLIO DI FABBRICA. Si inizia con una relazione scarsa di notizie ma chiara nelle intenzioni del relatore incaricato Vanin. Gli interventi dei compagni sono duri ed i delegati sono chiaramente ostili alla bozza di accordo. Rossi mette in chiaro senza mezzi termini la sua posizione e il suo ruolo: «... viviamo in una società capitalistica e il compito del sindacato non è quello di fare la rivoluzione, perciò bisogna mettersi d'accordo con i padroni...».
I compagni sono un po' disorientati e si va ad un nuovo incontro «tecnico» con la direzione che è in paziente attesa. Il C.D.F. rimane convocato in assemblea permanente, e saranno i presenti che rimarranno a decidere sull'accordo.
Alcuni a causa dei turni, altri per ragioni diverse, sono purtroppo costretti a lasciare il campo. Il capannone si svuota progressivamente. Verso le 22 l'accordo è fatto e a nulla valgono le proteste dei compagni presenti. Si torna alla normalità: la direzione ME riprende la gestione degli impianti con i tecnici liberati dal sequestro.
Gli insegnamenti da trarre da questa lotta sono molti, mentre un'altra esperienza si è aggiunta alla capacità di attacco della classe operaia e alla costruzione dell'organizzazione autonoma.

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MERCOLEDÌ 17 DICEMBRE.
Sciopero con minimo tecnico agli AC e fermata del gruppo TA (produzione a partire da acido acetico e paraxilolo di ac. tereftalico e dimetilteraftalato); la direzione mette in ore improduttive solo il reparto TA1. Questo attacco mostra quale sia la reale portata dell'accordo del 28/11 e sottolinea come sia fallimentare la linea di mediazione del sindacato.

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VENERDÌ 19 DICEMBRE.
Sotto la pressione operaia per un allargamento della lotta e l'abbandono di una tattica dilatoria, viene proposto ed approvato dal C.d.F. il nuovo programma di scioperi, che prevede, tra l'altro, la fermata del gruppo CR per 32 ore (produzione a partire da virgin-naphtha di etilene, propilene, benzine). Nell'incontro tra lavoratori del CR e l'esecutivo di fabbrica per definire le modalità tecniche della fermata vengono presentate due proposte: 1) la fermata totale dell'impianto 2) la fermata parziale a «produzione zero» con una parte dell'impianto, la «zona fredda», in riciclo. Il dibattito è particolarmente vivace. I lavoratori sono disponibili per entrambe le soluzioni; solo si fa notare che attuando la seconda proposta se ne ricaverebbe un peso politico maggiore: verrebbe applicata cioè una forma di lotta nuova, capace di smontare qualsiasi provocazione Montedison sulle conseguenze «esterne» della fermata (Mantova e Ferrara). I lavoratori decidono la «produzione zero», pur valutando la presenza di problemi tecnici finora mai affrontati senza i capi; per questo non viene esclusa l'ipotesi di una fermata totale dell'impianto qualora il boicottaggio dei capi la renda necessaria. In fabbrica il dibattito politico si anima nuovamente dopo l'accordo sui «minimi tecnici», che le ultime decisioni hanno di fatto ridotto a carta straccia. Tutti dicono: finalmente abbiamo imboccato la strada giusta!

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LUNEDI 22 DICEMBRE - ore 6.
Il cambio turno della notte avviene in un clima di attesa e di soddisfazione, in particolare al CR dove il capo reparto arriva con l'ordine di portare l'impianto al carico del minimo tecnico.
Questa mossa tattica della direzione non trova impreparati gli operai, che già nel dibattito di quei giorni ne avevano previsto lo sviluppo. Si lascia procedere, senza intervenire, fino al nuovo turno; nel frattempo si discute con l'esecutivo la possibilità di rimanere in reparto a fianco del turno che dovrà montare alle 14 in modo da rinforzare l'organico per avere le condizioni migliori nelle quali eseguire le manovre contro la eventuale mossa repressiva da parte della Montedison.
Dalle 9 alle 11 intanto si era svolta una manifestazione interna con più cortei che avevano fatto pulizia negli uffici e in tutti i ripostigli dove qualcuno cercava di nascondersi; molto simpatico, tra l'altro l'incontro con una delegazione di tecnici ungheresi i quali vedendo irrompere nel salone del laboratorio (LS2) un corteo di operai urlanti, attraverso un megafono, frasi per loro senza dubbio incomprensibili, devono aver pensato, a guardare le loro facce allibite, ad uno sbarco marziano sul pianeta terra.
Sempre nella mattinata del 22 (la cosa si saprà solo ai primi di gennaio 76 in un direttivo della Federchimici), si tiene una riunione ristretta tra i gruppi del PCI e del PSI. E' un incontro tra forze politiche, che mirano a battere la direzione operaia della lotta, per conservare le loro posizioni di potere a livello clientelare (dentro e fuori la fabbrica). De Michelis (PSI), chiarisce subito che la fermata del CR è una questione dietro alla quale ci sono problemi ben diversi da quelli che si discutono in fabbrica; in questo senso i socialisti non ci mettono niente a dire che la lotta la si può far saltare e aggiungono invece che potrà esserci la crisi della giunta comunale se non verrà lasciato spazio alla gestione PSI anche in fabbrica (essenzialmente i già consolidati rapporti con la direzione Montedison e l'ufficio del personale); Pellicani (PCI) vuole invece il rientro della lotta al CR (come già i comunisti avevano ribadito in fabbrica), che, inasprendo il clima politico e allargando lo scontro, rischia di far saltare il progetto del PCI di una NORMALIZZAZIONE (ristrutturazione) degli organismi di fabbrica (il progetto PCI prevede di portare l'esecutivo, attualmente di 30 persone, a 12 e il consiglio, attualmente di 350, a circa 80 delegati con una rete di super-delegati, — i coordinatori di gruppo — di rigida fede riformista con doppia tessera — quella del partito e quella del sindacato —. E' dall'accordo tra PCI e PSI su queste «cose» che parte l'iniziativa di blocco della lotta al CR, iniziativa la cui qualificazione lasciamo ai compagni (non a chi ormai ha fatto dell'abbraccio con i padroni e la D.C. il suo programma).
ORE 14. L'incontro con i compagni del nuovo turno è, soprattutto al Petrolchimico 2, vivace, festoso, insomma un'atmosfera da grandi occasioni. Si mettono al corrente i compagni del CR della situazione e delle ragioni per le quali si è deciso di rimanere insieme alla squadra montante. Il delegato di reparto della squadra montante (Ballarin) rassicura i lavoratori e riferisce che nell'incontro in portineria con alcuni membri dell'esecutivo è stato deciso che il turno smontante lasci pure il reparto non essendoci motivi di preoccupazione. I compagni insistono sulla opportunità di rimanere tutti insieme, ma prevale la scelta di lasciare il posto di lavoro.
ORE 14,30. Mentre in reparto si mettono a punto le varie operazioni per la fermata, la squadra smontante arriva in portineria e trova alcuni dell'esecutivo che, meravigliati, chiedono come mai non ci si è attenuti alla decisione di rimanere in reparto.
I lavoratori si guardano sorpresi e rispondono che la decisione di lasciare il reparto era stata presa proprio su indicazione dell'esecutivo. Si chiama allora il delegato del reparto per la conferma e questi riferisce quanto aveva detto poco prima. Gli operai, dopo alcuni minuti di discussione, decidono che è meglio tornare in reparto. Il delegato racconta nuovamente come sia stato Rossi (dell'esecutivo) a dare quel tipo di indicazioni. Rossi, interpellato a sua volta, dichiara che ci si è capiti male nella interpretazione delle disposizioni da lui date. I lavoratori si guardano stupiti, ci sono momenti di disorientamento e di incertezza provocati da un simile atteggiamento fondato sul «gioco di parole». Nonostante tutto si decide di passare alla fase operativa isolando così chi «gioca» con gli operai. A questo punto, poco prima di iniziare le manovre, il capo reparto convoca un'assemblea nella quale illustra i pericoli per l'impianto e la sicurezza del personale addetto qualora si proceda nelle operazioni per arrivare «a produzione zero» e avvisa che se non ci sono cambiamenti nel programma di lotta sarà «costretto» a ritirare lo «staff» tecnico; se invece si recede dalla «produzione zero», garantisce la normale assistenza per la fermata dell'impianto. Dove si vuole arrivare con questa mossa? Quale gioco tattico si nasconde? Operai e tecnici affrontano insieme i vari problemi ma non manca chi fa opera di rottura (Manente, capoturno) mentre altri insistono per la forma di lotta decisa. La posizione operaia è vincente e controbatte le tesi «tecniche» della Montedison.
ORE 15. - Di fronte alla irremovibilità dei lavoratori la direzione decide il ritiro dello «staff» tecnico. In un comunicato fatto affiggere nella bacheca di reparto la direzione elenca le ragioni del suo gesto cercando così di giustificare la grave provocazione dell'allontanamento dei tecnici. Evidentemente l'esperienza della lotta agli AC le è servita a qualcosa, così non si può dire del C.d.F. che non ha affrontato il problema dei tecnici.
Sono però gli stessi tecnici che fanno sapere di non essere disposti a rimanere passivi di fronte ad eventuali difficoltà. E sarà proprio al verificarsi di alcuni inconvenienti nella zona fredda dei compressori che si dimostra l'unità tra «tecnici» e operai: si pongono tutti una serie di domande sul perché l'impianto non risponda come dovrebbe al susseguirsi delle operazioni prescritte. E la risposta è unanime: c'è mancanza di una decisa volontà politica da parte dell'esecutivo di fabbrica di andare fino in fondo alla lotta, questo di conseguenza provoca un mancato coordinamento tra i vari settori dell'impianto che permette ad alcuni noti elementi di operare ai limiti del sabotaggio. Comunque, pur attraversando momenti in cui si teme per la riuscita della lotta, i lavoratori risolvono i diversi problemi legati alle varie fasi del raggiungimento della «produzione zero».
ORE 18,30. - Mentre la situazione si va normalizzando arriva in reparto una strana telefonata, il cui tono dà ai lavoratori la netta sensazione di essere abbandonati a se stessi. Chi telefona, saputa quale era la situazione nel reparto, a nome dell'esecutivo comunica che è in corso un incontro con la direzione per la soluzione dei problemi posti dalla lotta e che, di conseguenza, l'impianto deve rimanere nello stadio in cui si trova e consiglia di ritornare gradatamente al minimo tecnico.
Poco dopo arriva una nuova telefonata che smentisce quella ricevuta in precedenza. Logicamente queste telefonate disorientano i lavoratori i quali, dopo una breve assemblea in cui emerge il bisogno di avere elementi più chiari sulla situazione, decidono di ritornare al minimo tecnico e di andare con una delegazione al capannone. All'arrivo dei lavoratori del CR nel capannone delle assemblee tutti si guardano e si chiedono il motivo della loro presenza. I lavoratori di CR chiedono spiegazioni sulle telefonate giunte in reparto; viene loro risposto che nessuno ne sa niente (o meglio, qualcuno fa finta di non saperne niente). Chi vuole nascondere la verità certamente non ha svolto un buon lavoro; forse ormai abituato al clima di omertà politica del capannone non si è accorto che lì presente c'era un delegato del CR che smaschera l'autore della prima telefonata. Si tratta di Perini (segretario provinciale Fulc per la CGIL) che insieme a Rocci (CISL) e Salvi (UIL), hanno, telefonando da un bar, scavalcato ogni decisione del consiglio, dell'esecutivo, dei responsabili di turno nominati per seguire minuto per minuto lo sviluppo della lotta. E sono questi i rappresentanti dei lavoratori!? Questi che inventano delle misere scuse e falsificano i fatti, questi che fanno fallire le iniziative di lotta concreta!? La situazione diventa caotica, non si sa più cosa fare; i lavoratori disorientati, confusi, si trovano costretti ad accettare di comunicare al reparto di rimanere al minimo tecnico, in attesa delle decisioni che saranno prese alla riunione di coordinamento dei Consigli di fabbrica di martedì 23.

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MARTEDÌ 23 DICEMBRE:
ORE 8,30. - Alla richiesta di precise spiegazioni, fatta dai delegati ai membri dell'esecutivo, con riferimento alla mancata fermata del CR, viene presentata una versione tutta tecnica dei fatti, una versione che, per giustificare il minimo tecnico al posto della produzione zero, tende a scaricare tutte le responsabilità su presunti limiti tecnici degli ... operai! La spiegazione non soddisfa nessuno, viene rifiutata ma, a causa della debolezza del CdF come strumento organizzativo, non viene presa nessuna decisione di lotta. A complicare le cose (non certo casualmente) si pone lo sciopero alternato degli AC che, se aveva un senso con la produzione zero del CR attuata, ora risulta un momento tutto difensivo. La direzione approfitta del momento di debolezza e annuncia di non riconoscere questo sciopero (dalle 14 alle 22 del reparto AC3).
L'esecutivo lascia scivolare la questione e non prende posizione, alle 14, in portineria, anziché dare indicazioni precise viene genericamente detto di andare a vedere... con il risultato che la fermata dell'AC3 non viene fatta. Si arriva così all'assurdo di vedersi proibire gli scioperi già programmati e, quel che è peggio, accettare passivamente la violenza padronale danneggiando ciò che si era costruito nei giorni precedenti. Anche le ultime due ore di questa brutta giornata che dovevano vedere un massiccio sciopero dei giornalieri finiscono in un clima di disfattismo: i crumiri prendono in giro chi sciopera e non c'è la forza per reagire. La direzione soddisfatta per la gestione fallimentare del sindacato alle 22 annuncia la fine delle «ore improduttive» per i TA.
Nel pomeriggio si era intanto tenuta una «assemblea» tra esecutivo, FULC e operai del CR.
Un'assemblea il cui significato riassume tutto l'andamento della lotta e ripropone nuovamente delle precise domande sui livelli d'organizzazione capaci di esprimere e di guidare, fino alla vittoria, l'offensiva operaia. Il sindacato tenta come «ultima spiaggia» di scaricare la responsabilità della mancata «produzione zero» ai lavoratori, tenta di gonfiare i motivi «tecnici» per essere riconosciuto come guida politica, come giudice «al disopra di ogni sospetto». Gli operai rovesciano questa impostazione e dimostrano punto su punto quanto sia falsa e provocatoria la ricostruzione sindacale degli avvenimenti. Non solo, da parte operaia si ribadisce la capacità e la possibilità di andare nuovamente a «produzione zero» dimostrando così, se ce ne era ancora bisogno, la malafede del sindacato, che ovviamente rifiuta la proposta di ripresa della lotta (difficile, a questo punto, scaricare, come fecero durante la riunione alcuni degli stessi sindacalisti, le responsabilità sui singoli personaggi della gerarchia sindacale).
Doveva essere un processo contro gli operai ed invece è stato un processo contro il sindacato: certo ne esce sconfitta la lotta ma c'è la volontà da parte dei lavoratori di andare alla definizione di una struttura che diriga lo scontro senza subire di volta in volta il ricatto del sindacato.

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