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Crisi disoccupazione sviluppo

Da Lavoro Zero, numero 2/3 giugno 1976

crisi disoccupazione sviluppoDISOCCUPAZIONE: UNA TENDENZA GENERALE?
Il modo violento con cui il capitale adopera lo strumento della crisi per modificare e sconvolgere la struttura e la composizione di classe pone all'analisi politica una serie di questioni fondamentali: a) qual'è la lettura operaia dei fenomeni in atto nel mercato della forza-lavoro (restringimento della base produttiva diretta, allargamento dei settori a lavoro precario, consolidarsi della struttura del lavoro marginale, esplosione della disoccupazione giovanile, femminile ed intellettuale)? b) lo sviluppo delle forze produttive comporta come tendenza l'allargamento o il restringimento delle base produttiva?
Valido punto di partenza nell'affrontare simili questioni è la lettura, di quelle che per Marx erano le tendenze nei movimenti del capitale rispetto al mercato della forza-lavoro (come vedremo in seguito la tendenza si è fatta stato presente delle cose).
Conseguenza dello sviluppo delle capacità produttive del capitale è la diminuzione del tempo di lavoro necessario (equivalente in termini di valore ai beni necessari alla conservazione e riproduzione dell'operaio) e quindi l'aumento del tempo supplementare di lavoro (o pluslavoro).

Quest'ultimo è presupposto fondamentale per l'esistenza di un surplus di attività lavorativa non remunerata e quindi disponibile all'appropriazione da parte del capitale sotto forma di plusvalore: «Quindi se da una parte il capitale crea il pluslavoro, il pluslavoro é a sua volta presupposto dell'esistenza del capitale. Tutto lo sviluppo della ricchezza si basa sulla creazione di tempo disponibile». (Marx-Grundrisse, vol. 1° pag. 413). Il processo di valorizzazione richiede l'esistenza e lo sviluppo del tempo superfluo. Ai diversi livelli di sviluppo delle capacità produttive muta il rapporto ed il reciproco condizionamento tra tempo di lavoro necessario e superfluo. Ma é proprio ai livelli più alti dello sviluppo che tale rapporto si presenta come contraddizione interna al capitale: la riduzione del lavoro necessario al minimo rende il lavoro umano (relativamente) superfluo, ma non può abolirlo perché: «è legge del capitale creare pluslavoro, ossia (appropiarsi) di tempo disponibile; e ciò esso può fare solo in quanto mette in movimento lavoro necessario, in quanto cioè contrae uno scambio con l'operaio. La sua tendenza è perciò tanto quella di creare il più lavoro possibile, quanto quella di ridurre ad un minimo il lavoro necessario».
La possibilità di manovrare masse ingenti di pluslavoro si dà perciò solo a partire da un certo livello di socializzazione delle capacità lavorative (sociali). Il capitale perciò tende sia ad aumentare la popolazione lavorativa sia a porre incessantemente una parte di essa come sovrappopolazione inutile fino al momento in cui il capitale può valorizzarla.
Più numerose sono le giornate lavorative con cui il capitale può procedere allo scambio di lavoro oggettivato con lavoro vivo, tanto maggiore è la sua valorizzazione simultanea. È per questo che il capitale sollecita l'aumento della popolazione, insomma la produzione di operai diventa più a buon mercato; in un medesimo tempo è possibile produrre più operai, nella stessa misura in cui diminuisce relativamente il tempo di lavoro necessario o si riduce relativamente il tempo di lavoro richiesto per la produzione della forza-lavoro viva. Tutto questo, senza considerare ancora che l'aumento della popolazione aumenta la produttività del lavoro in quanto rende possibile una maggiore divisione e una maggiore combinazione del lavoro (Marx-Grundrisse, voi. 1° pag. 415-16-17).
Questa tendenza dello sviluppo favorisce (secondo lo schema di Marx) la formazione di una riserva industriale (la parte di popolazione che rimane insieme fino al momento della sua valorizzazione), che soddisfa una condizione politica molto importante per il capitalista (in regime di libera concorrenza); il mercato del lavoro si deve trovare costantemente in eccesso di offerta, solo così il capitalista può governare e controllare, nelle fasi della crisi (parliamo ovviamente delle crisi classiche da sproporzione degli elementi del ciclo: produzione, realizzo, consumo) il saggio dei salari reali facendolo tendere costantemente ad eguagliare il valore della forza-lavoro.
È quest'ultima una condizione necessaria per la estrazione di plusvalore nel regime del capitale ottocentesco.
Marx parla poi riferendosi alla struttura della forza-lavoro di DISOCCUPAZIONE ESPLICITA come differenza tra domanda ed offerta effettiva di lavoro, distinguendo:
a) la disoccupazione fluttuante (coincide con l'esercito salariale di riserva)
b) la disoccupazione latente dovuta ai flussi migratori ed all'esodo dalle campagne
c) la disoccupazione stagnante, coincidente con l'area del lavoro precario
d) la disoccupazione pauperistica: i senza reddito, gli assistiti, gli espulsi dai processi di ristrutturazione.
Infine fornisce una seconda spiegazione: la disoccupazione nascosta che comprende i fenomeni di sottoutilizzazione od inutilizzo della forza-lavoro (INOCCUPAZIONE-per esempio 1’I.S.T.A.T. esclude i fenomeni di inoccupazione).
Concludendo per Marx il processo di accumulazione sociale del capitale è caratterizzato da un comportamento ciclico a seconda del prevalere della fase di attrazione di nuova forza-lavoro disponibile a valorizzare; o della fase di repulsione della forza lavoro, in base alla crescita della composizione organica del capitale. Strumento politico di questo schema è la manovra dell'esercito industriale di riserva. Le successive modifiche della composizione di classe cresciuta dentro lo sviluppo del capitale, l'emergere di una figura politica operaia contro il ciclo, imporranno al capitale, dopo la crisi del 1929, l'organizzazione di strumenti politici d'intervento più complessivi.
È il periodo dell'utopia keynesiana, dello Stato che dirige centralmente le manovre monetarie contro la classe per controllare la crisi. L'inflazione come necessità dello sviluppo capitalistico per governare, con la manipolazione della domanda aggregata di beni, l'andamento del ciclo contro la dinamica politica dei salari. Rispetto alla fase attuale invece la manipolazione del mercato della forza-lavoro, le manovre monetarie e l'inflazione sono ormai armi spuntate contro l'attuale natura e livello della crisi. I nuovi rapporti di forza tra capitale e classe operaia hanno sancito la fine dell'appiattimento storico della classe nella categoria del capitale variabile; l'emergere dell'autonomia politica di classe contro il lavoro ha determinato la rottura storica del rapporto tra salario e produttività, tra regime di bassi salari e gonfiamento dell'esercito industriale di riserva, la fine della legge classica del valore e l'emergere del modo di produzione capitalistico come modo di produzione sotto comando senza logica economica.
Rispetto a questo quadro della crisi, assumono forza reale le tendenze esaminate da Marx: il livello su cui si è attestata la riduzione del tempo di lavoro necessario entra in contraddizione con la forza operaia che limita e rende ingovernabile la appropriazione capitalistica del tempo di lavoro superfluo. Da qui la necessità capitalistica di ristabilire il comando sulle condizioni di appropriazione del tempo superfluo a partire da una nuova socializzazione delle disponibilità lavorative; la disoccupazione come nuovo modo di lavorare.

MATERIALI PER L'ORGANIZZAZIONE DEGLI STAGIONALI A JESOLO
Riuscire a cogliere completamente la composizione della forza-lavoro che opera a Jesolo tra maggio e settembre di ogni anno è essenziale se si vuole ottenere una visione complessiva che ci permetta di guardare a Jesolo come ad un possibile centro di organizzazione proletaria.
Quel che salta subito all'occhio in ogni caso sono le caratteristiche peculiari degli stagionali di Jesolo, e cioè la passività che si ha, nel rapporto albergatore-operaio, da parte dell'operaio e che permette al datore di lavoro di far passare in maniera spesso ricattatoria tutta una serie di imposizioni che vanno dall'orario massacrante ai bassi salari, a condizioni di lavoro quanto meno assurde.
Afferrare la complessità della composizione della forza-lavoro significa cogliere spunti necessari per dare sbocco operativo alla questione.

Ristrutturazione alberghiera
È necessario però premettere quale sia ora la linea di tendenza del capitale a Jesolo e quali le intenzioni rispetto all'utilizzazione della spiaggia. È inoltre significativo, per mettere chiarezza sul discorso riformista, verificare i vantaggi che i ceti medi traggono da questo processo di ristrutturazione.
Partendo dalla considerazione classica che in un periodo in cui le lotte operaie hanno un peso tale da poter ribaltare le strutture produttive, il comportamento del capitale è quello di spostare gli investimenti in alcuni reparti più sicuri dal punto di vista del controllo sulla classe, possiamo constatare come si sia trovato nell'investimento alberghi trasformati in condomini una condizione ottima da questo punto di vista; piuttosto che investire in macchinari si è preferito investire in attività speculative senza passare, come dice Marx, nell'inferno della fabbrica: d'altra parte i condomini non danno grattacapi proprio perché non esiste forza-lavoro da controllare ed inoltre si possono, specialmente in località balneari, affittare senza nessun tipo di controllo.
È chiaro che con la crisi il turista straniero ed italiano ricco ha preferito le spiagge Jugoslave e spagnole a quelle italiane adriatiche e quindi la composizione turistica è cambiata; se fino ad un anno fa i frequentatori di Jesolo erano per lo più operai ora le recenti ristrutturazioni ci chiariscono come da una parte si siano voluti chiudere i grossi alberghi di prima categoria e dall'altra si siano voluti costruire condomini con affitti (300.000 lire al mese) certamente non permessi ad un operaio. La chiusura di molte piccole pensioni e locande che praticavano prezzi bassi esplicita ancor più come si sia voluto eliminare il turista proletario (proprio perché, come chiariva TINA ANSELMI all'ultima conferenza degli operatori alberghieri, «... il turismo é un settore che vive col superfluo» e data la crisi attuale bisogna sacrificarsi invece per il necessario e riparare invece sulla categoria di turista MEDIO/ALTO).
Così riconvertendo, dal 1971 al 1976, 44 alberghi i padroni sono riusciti a far saltare 1.500 posti di lavoro e si preparano a farne saltare ancora (ci sono attualmente 20 domande per ristrutturazioni che verranno ovviamente accolte).
Anche l'osservatore più sprovveduto potrà notare come aumentando la disponibilità di manodopera, si avrà un uso ancor maggiore del ricatto e quindi le condizioni di lavoro peggioreranno ulteriormente.

Composizione della forza-lavoro
I dati che è possibile ottenere riguardo al numero della forza-lavoro e la sua provenienza sono purtroppo poco precisi per l'evidente fenomeno di evasione delle denunce per nascondere casi di sottoccupazione e di sfruttamento minorile. Ci sono però utili, se teniamo conto di una certa costante all'anno, per valutare l'andamento in percentuale dell'occupazione.
Dobbiamo subito distinguere tra due tipi di forza-lavoro:
— immigrata da paesi e province più o meno vicini
— forza-lavoro locale
ulteriori discriminanti devono essere fatte riguardo al sesso ed all'età rilevando l'importanza che assume il fenomeno del proletariato giovanile.
A) Dal boom turistico degli anni 50/60 Jesolo diventava un luogo dove poter trovare lavoro che si adattava, per le sue tipiche caratteristiche, a quella forza-lavoro che di inverno non lavorava (donne, studenti) o che svolgeva attività in proprio in special modo nell'agricoltura.
Arrivavano a Jesolo, così, donne dalle campagne con il preciso intento di arrotondare il bilancio familiare. Poi studenti che si preoccupavano di avere una fonte di guadagno autonoma per potersi mantenere agli studi e per le proprie necessità in generale. Quindi contadini che lasciavano momentaneamente la campagna ove si verificava cosi un ulteriore carico di lavoro per i familiari che rimanevano e per finire tutta una serie di persone che di inverno non trovavano lavoro. A questo proposito è bene precisare che il lavoro stagionale é in questo momento l'espressione più evidente dell'espulsione o della non accettazione dal mercato della forza-lavoro giovanile.
Possiamo notare infine come la forza-lavoro immigrata sia la prima ad essere colpita in caso di ristrutturazione e come in particolar modo sia la donna a subire il licenziamento. A questo proposito molto indicativa è la dinamica dell'occupazione nell'anno '69/70 quando si ebbe un calo del 25 % delle donne occupate immigrate e dell'8 % di uomini.
B) La forza-lavoro locale è composta principalmente da donne dei quartieri che lavorano come cameriere dei piani o cuoche, e da studenti in quantità molto rilevanti. Esiste tutta una casistica, che preferiamo rimandare, di doppi lavori (persone che lavorano di giorno 8 ore e che la sera lavorano come camerieri nelle discoteche o nei bar, ecc.).

Collettivo comunista Jesolo

PROPOSTA DI ORGANIZZAZIONE: DISOCCUPATI
La crisi ha generato una nuova figura di giovane proletario destinato all'immissione diretta, immediata nel mercato del lavoro marginale e saltuario. La caratterizzazione essenziale della sua condizione è la pendolarità tra loro e non-lavoro, tra salario e non-salario.
Uno degli aspetti di questa nuova composizione di classe è la sua possibilità e capacità di inserirsi nella stratificazione territoriale del reddito.
Dentro la gestione capitalistica della crisi e la polverizzazione del processo produttivo in migliaia di unità marginali, questo tipo di soggetto produttivo si va allargando ed omogeneizzando in maniera capillare dentro la complessa realtà del territorio.
Ma se tutto ciò è chiaro ormai, altrettanto chiaro deve essere il fatto che questo agglomerato proletario non è di per se una realtà esplosiva dal punto di vista di classe.
Proprio perché questo settore proletario di lavoratori marginali, stagionali, disoccupati, è frutto calcolato della ristrutturazione capitalistica su tutto il tessuto sociale e di fabbrica. Questa sacca di disoccupazione nascosta è uno strumento determinante nelle mani del capitale e dello stato per riuscire a gestire fino in fondo la ristrutturazione in fabbrica, la cassa integrazione, i licenziamenti. Il mercato del lavoro gestito in questi termini si presenta come uno strumento molto efficace per impedire in modo scientifico qualsiasi momento di massificazione di larghi strati di disoccupati. Da questo punto di vista fare intervento sui disoccupati diventa una cosa necessaria. Necessaria in quanto solo aggredendo gli strumenti che il capitale usa per imporre il progetto di produzione a mezzo di comando possiamo pensare di costruire un'ipotesi di attacco, di gestione della crisi a nostro favore.
Se la fabbrica resta ancora il punto di partenza per l'iniziativa proletaria, il punto più alto dell'organizzazione di contropotere, il territorio diventa ogni giorno di più il terreno concreto dove si gioca la partita decisiva, dove si decide o meno la maturità del comunismo.

5 ANNI AL SARPI E POI DISOCCUPATI
Quando eravamo a scuola professori, presidi, genitori si affannavano a dirci che dovevamo studiare, qualificarci, sacrificarci oggi per godere domani, prepararsi per avere un ruolo qualificato poi nel lavoro. E così ci controllavano, ci selezionavano, facevano pagare a noi ed alle nostre famiglie i costi della scuola, ci imbottivano di puttanate che loro chiamavano cultura.
E ADESSO?
Adesso siamo disoccupati assieme agli altri 2 milioni di disoccupati che ci sono in Italia, più le centinaia di migliaia di operai in cassa integrazione che sempre di più dentro la crisi aumentano, come tra l'altro aumentano prezzi ed affitti. Siamo costretti per avere un minimo di soldi ad accettare il ricatto del lavoro stagionale, precario, mal pagato come del resto anche i giovani che sono ancora a scuola e che sempre più, anche e non solo per pagarsi gli studi, lavorano d'estate ed al pomeriggio.
STUDENTI, la scuola non vi garantisce nulla. Vi tengono 5 anni in una sacca di disoccupazione senza la garanzia di un salario presente o futuro. E allora che cazzo studiate a scuola ed accettate il ricatto della selezione! Dovete avere la coscienza di essere FUTURI DISOCCUPATI, gente che non ha oggi e non avrà domani un reddito per vivere. E l'unica garanzia per avere un reddito sta nelle nostre lotte che dobbiamo fare dentro e fuori della scuola.
COMPAGNI, a Napoli, a Roma e nelle altre città, i diplomati, i giovani in cerca di prima occupazione, gli studenti si organizzano assieme ai comitati dei disoccupati organizzati. Cominciamo ad organizzarci anche noi. Più volte nelle piattaforme del movimento degli studenti si è messo l'obiettivo del sussidio di disoccupazione ai giovani in cerca di prima occupazione. Più volte in fabbrica e nei posti di lavoro, i lavoratori lottano per la riduzione generalizzata dell'orario a parità di salario con nuove assunzioni.
COMPAGNI, noi come disoccupati usciti dal Sarpi vogliamo riconquistare questa scuola come luogo fisico e politico per aggregare gli altri giovani e diplomati disoccupati, come luogo dove poter confrontarsi con gli studenti come futuri disoccupati. Certi però che non vogliamo rivendicare una perduta professionalità che non esiste più e nemmeno un nuovo tipo di qualificazione su cui i riformisti vanno cianciando.

Giovani disoccupati usciti dal Sarpi

MOZIONE APPROVATA AL SARPI
L'assemblea generale degli studenti del Sarpi, con la partecipazione di alcuni diplomati disoccupati, riunita il 15-3-76, visto il problema della disoccupazione (2 milioni di disoccupati) ed in particolare della disoccupazione giovanile e dei diplomati (300.000 disoccupati e 900.000 in cerca di prima occupazione), considerato che la scuola non è che una sacca di disoccupazione dove controllare e non pagare i giovani, e che gli sbocchi occupazionali si risolvono nel mercato precario, stagionale, sottopagato, rifiutano le ipotesi del governo e dei padroni di istituzionalizzare il lavoro precario per i giovani (piano di preavviamento al lavoro: 50.000 posti a 100.000 lire al mese), decide che oltre a continuare la lotta nella scuola contro la selezione che divide gli studenti e li fa rimanere anni in più in una sacca di disoccupazione, non salariati, c'è anche la necessità di organizzarsi da subito (specialmente quelli delle quinte) assieme ai diplomati ed ai proletari disoccupati, per esempio all'inizio sull'obiettivo del SUSSIDIO DI DISOCCUPAZIONE ai giovani in cerca di prima occupazione (900.000 che i padroni non considerano disoccupati), obiettivo che il movimento degli studenti più volte ha messo nelle sue piattaforme e sul quale non ci sono mai stati momenti di lotta precisi, individua nel programma della riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario con nuove assunzioni (programma che già le avanguardie autonome gestiscono nella fabbrica e nei posti di lavoro), assieme alla lotta nel territorio per la riappropriazione del salario (autoriduzione delle bollette, delle tariffe, degli affitti, controllo dei prezzi nei supermercati) l'unica strada per garantirsi un reddito per vivere, chiede che l'istituto tecnico P. Sarpi sia aperto come spazio fisico e sociale ai diplomati usciti da questo istituto, e non solo da questo, avendo un aula a disposizione nei giorni da stabilirsi, e di avere a disposizione i dati della segreteria per contattare gli altri diplomati usciti in questi anni, invita gli studenti di tutte le scuole, in particolare dei tecnici e professionali, i diplomati in cerca di prima occupazione, i disoccupati, a discutere e confrontarsi su questo per creare momenti organizzativi e di lotta.
L'assemblea del Sarpi ed alcuni disoccupati usciti dalla scuola.

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