chicago86

Rosso, giornale dentro il movimento (giugno 1976)

Pubblichiamo una serie di articoli apparsi su "Rosso" (Giornale dentro il movimento) del giugno 1976. Curiosa l'analisi del rapporto sindacato-PCI-stato e la conseguente messa a fuoco del comportamento di rottura esercitato dalla classe operaia in quel frangente. Rottura che si esplicita anche e soprattutto nel riconoscimento del ruolo castrante esercitato dal sistema della delega:

"Quindi il processo di sindacato unitario non trova il suo limite nella politica rivendicativa, ma nel rapporto di delega. È proprio il terreno della delega ad essere inadatto ad essere praticato ed utilizzato in funzione della crescita della organizzazione operaia. Anche per questo motivo il sindacato si sforza in tutti i modi di consolidare la delega della "base" e di realizzare su tutti i terreni dei centri di formazione della "volontà collettiva" che siano in grado di agire in qualità di rappresentanti operai e di trasformare i conflitti diretti ed aperti in rivendicazioni negoziabili."

Purtroppo, manca una lettura retrospettiva sul perché il più grande “partito comunista” occidentale sia diventato motore di conservazione sociale. Questa è la pecca che inficia l'intera lettura dei complessi rapporti sociali dell'epoca. Ci sembra comunque utile, anche se il PCI è scomparso e la CGIL arranca, rispolverare dei documenti che ricordano come il sindacato sia diventato parte integrante dei processi di valorizzazione. Oggi come allora, la denuncia della micidiale "rete di interessi" che lega le centrali sindacali al capitale deve andare di pari passo alla lotta contro il lavoro.

 

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- Il rapporto partito sindacato oggi. L'obbiettivo dell'occupazione ovvero la repressione delle lotte salariali. (pp. 27-29)
- Dall'autunno caldo al compromesso storico. Il sindacato come funzione di comando del rapporto produttività/salari (pp. 31-34)
- Il lavoro sociale e i "nuovi modi di produrre". A proposito di PCI ed organizzazione del lavoro (pp. 35-36)
- Il sindacalista escluso (p. 28) 

 


 

Il rapporto partito sindacato oggi. 
L'obbiettivo dell'occupazione ovvero la repressione delle lotte salariali. (pp. 27-29)

Il rapporto sindacato-partito si po­ne - nell'ottica comunista - a parti­re dal processo di "sindacato unita­rio ». Il processo di sindacato unitario dovrebbe realizzare la delega effettiva espressa appunto in termini unitari. Il PCI quindi si confronta col sindacato soprattutto a partire dal processo uni­tario, che avrebbe la sua radice nella delega espressa dal "lavoratore". Il processo di sindacato unitario di soli­to però funziona effettivamente solo per emarginare anche fisicamente dalla fab­brica gli strati e comportamenti di for­za lavoro che mettono in crisi l'immagi­ne maggioritaria del sindacato. Per il resto non vi è nulla di unitario: ma il processo, specialmente nei casi in cui è necessario un intervento eccezionale contro l'autonomia operaia, funziona ed è accettato dalle varie correnti sin­dacali, dalle "forze" politiche, dai me­dia. Al di là dell'intervento repressivo, il processo di sindacato unitario non è che una litania educativa per militanti sindacali. Inoltre questo processo de­ve continuamente confrontarsi con la concorrenza operaia, che si esprime in modo maggioritario su quei terreni non vincolati dalla contrattazione, nei qua­li quindi la delega non è stata ancora inventata. È appunto il confronto con­tro le forme maggioritarie di comporta­mento operaio non vincolate dalla con­trattazione che sembra essere il fecon­do terreno dello sviluppo futuro del sin­dacato unitario.

Quindi il processo di sindacato unita­rio non trova il suo limite nella politi­ca rivendicativa, ma nel rapporto di de­lega. È proprio il terreno della delega ad essere inadatto ad essere praticato ed utilizzato in funzione della crescita della organizzazione operaia. Anche per questo motivo il sindacato si sfor­za in tutti i modi di consolidare la dele­ga della "base" e di realizzare su tutti i terreni dei centri di formazione della "volontà collettiva" che siano in gra­do di agire in qualità di rappresentan­ti operai e di trasformare i conflitti di­retti ed aperti in rivendicazioni negozia­bili. Da questo punto di vista, tutte le critiche al processo di "sindacato uni­tario" che si muovono pur esse sul ter­reno della delega - le cosiddette criti­che di sinistra - sono pur esse confor­mi ed ispirate al progetto repressivo di distruzione delle forme maggiorita­rie di comportamento operaio che sfug­gono al controllo democratico-partecipativo. Esse si basano su una constatata insufficiente realizzazione della de­lega operaia nell'ambito del processo unitario, oppure introducono nella delega un vincolo "politico" per cui essa do­vrebbe esser soddisfatta da alcune coa­lizioni governative e non da altre. Nel­l'insufficiente realizzazione della dele­ga unitaria, e nei vincoli che pone sul mercato elettorale, si viene così ad in­travedere la prefigurazione di un "partito" ad immagine e somiglianza della delega operaia. Anche in questo caso tutti i comportamenti operai al di fuo­ri della delega sono la faccia nascosta della luna, ed interessano solo nella mi­sura in cui introducono i ben noti effet­ti devastanti nel processo di rafforza­mento della "delega effettiva", e deb­bono quindi essere combattuti. Al di là quindi del fatto che la realizzazione della delega venga considerata sufficien­te od insufficiente, sia i sostenitori del processo di sindacato unitario che i cri­tici di questo processo si muovono al­l'interno di una pratica nella quale la delega resta il nucleo centrale del pro­cesso. Nel rapporto PCI-sindacato l'in­sufficiente realizzazione della delega vie­ne tirata in gioco solo quando occorre accelerare il processo unitario in vista di scadenze politiche, o quando si trat­ta di negoziare la presenza, all'interno di esso, di componenti di "destra". Per il resto, il PCI considera completamen­te obsoleta la relazione base-vertice quale parametro di democrazia organiz­zativa, e ad essa sostituisce la relazio­ne unitario-antiunitario: ed è proprio sulla base di questo parametro che ven­gono condotte le epurazioni all'interno delle fabbriche.

Sia il sindacato che il PCI, quindi, hanno come obiettivo il "rafforzamen­to della delega", la sua realizzazione in termini "effettivi". Ostacoli e ritar­di in questo processo possono nascere da due fonti: da un lato possiamo ave­re degli ostacoli o ritardi di natura or­ganizzativa interna, per cui in seno al­la stessa organizzazione sindacale, ad esempio, si sviluppano particolari re­sistenze allo svolgimento del processo che dipendono in ultima analisi da dif­ferenti concezioni del contenuto effet­tivo della delega.

D'altro lato abbiamo ostacoli e ritar­di che non dipendono dal contenuto della delega o dall'organizzazione sindacale, e che in genere sono addirittura privi di rappresentanza sociale, e non sono quindi negoziabili o risolvibili tramite un riassetto delle risorse organizzative interne del sindacato. È appunto in questo caso che il processo di sindacato unitario trova il suo limite non tanto in un particolare contenuto della delega, ma nel rapporto di delega co­me tale.

In questo caso appare con chiarezza la partizione non negoziabile dell'inte­resse di classe in una maggioranza dele­gata che il sindacato rappresenta, ed una maggioranza che non si esprime sul terreno della delega e che corrode senza sosta la "legittimità" del sinda­cato come istituzione. Si tratta precisa­mente della fase in cui il controllo sin­dacale della forza-lavoro non è più o meno forte a seconda della natura del­la delega, ma è funzione diretta dello scontro tra il sindacato come istituzio­ne e la maggioranza operaia che non si muove più sul terreno della contrat­tazione. Il processo di costruzione di un sindacato "forte" in Italia, che rap­presentasse in un qualche modo la maggioranza degli operai, risale a differen­za di altri paesi europei a tempi recen­ti ed ha delle caratteristiche che è pos­sibile ricavare dalla storia della contrat­tazione. Lo Statuto dei Lavoratori e tut­te le clausole degli accordi aziendali ri­guardanti i diritti sindacali hanno offer­to al sindacato una risorsa organizzati­va fondamentale per espandere la pro­pria organizzazione. In questo modo il militante sindacale è venuto a godere all'interno della fabbrica di una mobili­tà e libertà che un tempo era privile­gio dei capi e dei guardiani. A partire da questa risorsa organizzativa fonda­mentale il sindacato ha cercato senza riuscirvi di consolidare il proprio controllo sulla forza-lavoro usando meto­di più o meno apertamente ricattatori. Il possesso della tessera sindacale ha si­gnificato in molti casi il requisito per la mobilità verticale. In tal modo i mec­canismi di professionalizzazione ed in­dividualizzazione del salario sono stati finalizzati alla crescita dell'organizzazio­ne sindacale, per arrivare fino ai casi recenti di controllo delle assunzioni da parte del sindacato unitario. Tutta la storia recente della contrattazione, così, sembra essere finalizzata al conso­lidamento nella fabbrica di un sistema di potere sindacale che controlla l'inte­ra carriera dell'operaio fin dall'assun­zione, ed in molti casi ne determina il licenziamento. Tutto questo rende ridi­colo il parlare di partecipazione ope­raia al sindacato: in realtà quello che oggi viene chamato "delega" non è altro che un processo di espropriazione e di controllo del comportamento sociale dell'operaio. Tutti questi fattori sono stati accentuati dalla crisi che ha facilitato l'imposizione da parte del sindacato dello "stato d'assedio" in fabbrica.

Una implicazione importante del rap­porto sindacato-partito così come esso si viene a configurare nei processo di sindacato unitario è quello che viene chiamato il "nuovo modo di fare attivi­tà sindacale".

Infatti è molto frequente nella stampa comunista - sindacale e di partito - la distinzione tra un "vecchio" ed un "nuovo" modo di realizzare l'attività sindacale. Questa distinzione si accom­pagna di solito alla valorizzazione del "confronto" che il sindacato sviluppa con gli apparati di governo centrale e locali - ed anche amministrativi - che formano insieme degli ulteriori li­velli di contrattazione o di confronto della "nuova" attività sindacale. Essi sono visti in parte contrapposti, in par­te complementari, ad i precedenti livel­li di contrattazione caratteristici della "vecchia" attività sindacale.

I nuovi livelli di contrattazione (da­gli Enti locali al Governo) o di confron­to sono occupati in genere dal potere politico, ed in essi il sindacato entra di­rettamente in rapporto con i partiti. In genere essi sono sia una causa che un prodotto del rapporto del sindaca­to con i partiti, ed in particolare del rapporto sindacato-partito comunista. Nella reale attività del sindacato la di­stinzione tra "vecchio" e "nuovo" mo­do di fare con relativi livelli di confronto, corrisponde ad una attività con­trattuale incentrata prevalentemente sul salario, ad una attività sindacale che accerta o promuove le politiche di accrescimento dell'occupazione nel con­fronto con Enti locali o centrali, a se­conda che i due livelli di confronto ven­gano concepiti o contrapposti o complementari, cosa quest'ultima più realisti­ca, si determinano i tempi dell'attività sindacale che coinvolge entrambi i livel­li, ma secondo una gerarchia di priori­tà ben precisa. I due livelli di confron­to possono essere "saggiati" simultaneamente, oppure in periodi diversi, magari vincolando la soluzione di uno all'esito dell'altro. È evidente quindi che per il sindacato il rapporto occupa­zione/salari è generato dai tempi e mo­di con cui vengono, combinati insieme i due livelli di confronto: è quindi un processo di organizzazione specifico.

Tuttavia, la distinzione tra "vec­chio" e "nuovo" modo di esprimere, l'attività sindacale assume una valen­za diversa - e quindi genera delle poli­tiche rivendicative: differenti concate­nazioni nel tempo dei due livelli - a seconda che a) il PCI occupi o meno i governi locali e centrale, b) ci si trovi in regime di occupazione crescente o decrescente.

Nel caso del PCI assente dai governi locali e centrale, in genere il sindacato esprime dei vincoli alle politiche che vengono espresse da questi governi, e magari esemplifica la propria futura di­sponibilità alla collaborazione in pre­senza di governi comunisti con piccole dose di repressione aperta che diano al pubblico un'immagine gradevole del possibile futuro. In presenza del PCI al governo locale il sindacato inizia un lento processo di riconversione che trasforma tutti i vincoli (divieto di licenziare etc.) in politiche attive coinvolgendo in questo gli apparati amministrativi regionali che tendono a perdere la loro struttura napoleonica per divenire degli efficienti centri di re­pressione consensuale di tutte le for­me di rigidità - diretta o indiretta - operaia. Più in generale il sindacato ge­stirebbe in questa fase i canali neri del­la mobilità a tutti i livelli, dalla fabbri­ca al mercato dei lavoro.

Nel caso di occupazione decrescen­te, il sindacato è portato "automatica­mente"» a dare priorità all'obbiettivo dell'occupazione, ed anche in questo ca­so ponendo dei vincoli alle varie politi­che con cui si confronta, vincoli che pe­rò è pronto a trasformare in politiche attive non appena il PCI passi al gover­no locale e/o centrale. La distinzione tra "vecchio" e "nuo­vo" modo di concepire la attività sin­dacale sembra quindi potersi condensa­re in due punti: il passaggio dalla con­trattazione sul salario e anche sull'occu­pazione, al "confronto" sull'occupazio­ne e anche sul salario - passaggio dal­la contrattazione al confronto - , e la trasformazione dei vincoli in politiche attive, che passa per la distruzione del­la complessiva rigidità operaia. È ap­punto la trasformazione dei vincoli in politiche attive che sembra essere una delle caratteristiche specifiche del processo: è abbastanza diffu­sa l'opinione, ad esempio, che lo Statuto dei Lavoratori o gli articoli dell'ultimo CNL dei metalmeccanici sul controllo degli investimenti abbiano creato dei vincoli che il sindacato po­trebbe, volendo, trasformare in politiche che modifichino profondamente la composizione politica e tecnica della forza lavoro. Tuttavia né nella realtà, né nel dibattito, emerge con chiarezza se effettivamente prevalga, all'interno del sindacato, l'opinione dell'apparato che è favorevole a questa trasformazio­ne, o quella di coloro che sono favore­voli ad una accentuazione e rafforza­mento dell'attività sindacale in senso vincolistico. In entrambi i casi, però, il risvolto delle "conquiste" sindacali è dominato dall'accettazione del ricatto dell'occupazione, che permane l'obiettivo prioritario.

Inoltre, la distinzione tra "vecchio" e "nuovo" modo di concepire l'attività sindacale acquista delle valenze differenti che non coincidono tutte con quel­la mostrata. In genere il confronto tra sindacato e vecchi livelli di contrattazio­ne contiene un rapporto "fabbrica-stato" di vecchio tipo, mentre la articola­zione strategica vecchi-nuovi livelli con­tiene l'intero processo di sviluppo del nuovo rapporto fabbrica-stato. Dal rap­porto fabbrica-stato si enuclea il rap­porto sindacato-partito che alla fine tende a divenire il rapporto del PCI con "se stesso". In questo schema l'or­ganizzazione degli interessi "sociali" rappresentati dal sindacato e dal PCI tende ad identificarsi con tutte le articolazioni dello stato, anche se queste appaiono cristallizzate in determinazio­ni politiche inefficienti.

Il rapporto sindacato-partito si pone a partire dal processo di sindacato-unita­rio. Non sfugge che questo processo av­viene completamente fuori della fabbri­ca e questo per un motivo molto sem­plice: mettendo insieme tre sindacati ne esce fuori pur sempre un terzo sin­dacato. Questo, come si vede, è uno dei molti lati negativi del processo. Nel­la fabbrica, il processo di sindacato unitario è sottoposto all'arma disgregatrice della concorrenza operaia che si esprime in forma maggioritaria - in questo periodo - solo su quei terreni non vincolati dalla contrattazione, do­ve quindi la delega non è stata ancora inventata.

Il processo di sindacato unitario in fabbrica, quindi, non trova il suo limi­te nella politica rivendicativa, ma nel rapporto di delega. La contrattazione che si è sviluppata negli ultimi anni - grosso modo a partire dal 1972 - ha infatti generato, tramite l'espansione non indifferente dei diritti sindacali: molte ore per attività sindacali, l'appro­priazione della delega operaia, appro­priazione che ha messo definitivamen­te in secondo piano il "committment" partecipativo dell'operaio al sin­dacato.

La crisi della contrattazione ha cioè determinato, spinto il sindacato verso l'espropriazione della delega attraverso la trasformazione dell'attività sindaca­le in senso vincolistico (ricattatorio). Il divieto di licenziare nella grande fab­brica, ad esempio, significa che può es­sere licenziato solo chi è contro il sin­dacato. Il controllo degli investimenti significa che può essere assunto solo chi si iscrive al sindacato. In questo modo il sindacato gestisce i "canali ne­ri" della mobilità e controlla la doman­da di lavoro, per quel che gli compete, realizzando un processo di espropriazione della delega che dovrebbe garan­tirgli la sopravvivenza sia in regime di crisi e quindi di occupazione "calan­te", sia in un ipotetico regime di svi­luppo cioè in occupazione crescente.

Quante illusioni ci siano in questo meccanismo non è difficile accorgersi. Queste illusioni sono proprie di chi vuole illudere che la garanzia del posto di lavoro e il controllo dei licenziamenti rendono irreversibile la forza operaia. Infatti in questa ipotesi il sindacato manterrebbe costante-inalterata la sua forza in periodi di crisi, la aumentereb­be secondo la misura della occupazione aggiuntiva in periodo di sviluppo. In questo caso, il sindacato diverrebbe l'unico istituto anticiclico della società. Ma questo  significa solo che il Sinda­cato è una istituzione: il resto del mercato del lavoro, quello dei non iscritti al sindacato, sarebbe perfettamente elastico, (immagine perfetta della  congiun­tura).

In questa prospettiva, in regime di piepiena occupazione, il sindacato sarebbe l'istituto più potente dell'encomia: anche per questo, si tende sempre più, sia a livello politico sia a livello sindacale, a concepire l'avanzmento verso la piena occupazione(in fieri) come, un processo di "delega democratica". Il sindacato sarebbe la rappresentazione totale del "mondo del lavoro": ai partiti toccherebbe nell'ambito di questo processo, un ruolo che - in sede di dibattito sul processo di sindacato uni­tario - si assicura "peculiare". In realtà l'unica particolarità dei partiti sarebbe, sembra, quella di avere un ruolo per nulla distinto da quello dei sindacati. La stessa relazione democrazia-occupazione è alla base del quadro di riferimento, della gerarchia di "priorità" che gli uomini politici dovrebbero esporre al sindacato. Solo che il trasferimento della delega sindacale all'universo politico sarebbe indolore: non do­vrebbe esserci necessità di un social conctract (contratto sociale) ,viene auspicato.

Questo punto, in realtà, è al centro della discussione; sia coloro che nega­no il passaggio indolore della delega sindacale ai politici, sia coloro che ne sono sostenitori, hanno molte volte co­me punto di riferimento un rapporto fabbrica-società di tipo contrattuale.

Il rapporto di tipo contrattuale, tut­tavia, si basa su un nesso democrazia-pluralismo che trascura, del sindacato e del partito, il rapporto democra­zia-opposizione.

Il sindacato - si afferma - è democratico nella misura in cui si pone come obiet­tivo prioritario l'occupazione, Quindi nella misura in cui sostituisce con essa gli aumenti salariali.


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Dall'autunno caldo al compromesso storico
Il sindacato come funzione di comando del rapporto produttività/salari (pp. 31-34)

rosso_10_11_dallautunnocaldoIl "compromesso storico" non è una formula governativa ma una ipotesi di trasformazione organica del siste­ma politico. Esso presuppone quindi numerose modificazioni strutturali nei principali sistemi di rapporti su cui si fonda ed articola un sistema politico. In un paese come l'Italia, ormai da sei anni ininterrottamente travagliato dal­la "questione operaia" - che oltre ad essere il problema nazionale costituisce il connotato più specifico del "caso ita­liano" -, uno dei compiti fondamen­tali del nuovo assetto è quello di ri­strutturare e razionalizzare il sistema di rapporti sindacali: struttura compe­tenze e contenuti della contrattazione collettiva, legislazione del lavoro, ruo­lo dello stato, ruolo del sindacato e di­stribuzione di potere al suo interno (dalle confederazioni ai consigli di fab­brica). In sintesi quello che gli speciali­sti chiamano sistema di relazioni indu­striali, dovrebbe subire una profonda riorganizzazione al fine di ricostituire il controllo ormai perso della relazio­ne produttività/salari che è la variabi­le chiave dell'intero equilibrio econo­mico capitalistico.

L'assunzione sempre più diretta da par­te del sindacato del governo di questa variabile è una delle articolazioni fondamentali della strategia del PCI.

È ovvio che il suo obiettivo di piega­re ad essa il ruolo del sindacato incon­tra numerosi vincoli e controtendenze: anzitutto dalla classe operaia e da al­cuni settori imprenditoriali; in secon­do luogo all'interno dello stesso sindacato da parte di quelle correnti che so­no svantaggiate politicamente dal "compromesso storico" (i settori CISL e UIL più legati alla DC al PRI, al PSDI ed al PSI) o che ricavano la loro forza interna dal ruolo di "sensibili" inter­preti della base (i resti della "sinistra sindacale").

Ciononostante questo progetto, perse­guito ormai da qualche anno, comin­cia a trovare significative attuazioni. Compito di questo articolo è ricostrui­re alcuni profili e delineare alcune ten­denze.

La regolazione della produttività del lavoro è, insieme a quella dei salari, il problema fondamentale della moderna industria manifatturiera. Il rapporto tra produttività e salari è la variabile strategica dei processi di sviluppo industriale. Tutte, o quasi, le epoche o i pae­si caratterizzati da impetuosi e duratu

ri processi di crescita industriale seguono la scoperta di nuovi più efficienti sistemi (tecnologici, contrattuali, economici, politici) di controllo della produt­tività, dei salari o del loro rapporto.

Poiché il ruolo del sindacato come oggetto di regolazione dei salari è no­to oltre che tradizionale, e poiché alle recenti "prestazioni"» in materia del sindacato italiano gli ultimi numeri di questo giornale hanno dedicato nume­rosi articoli, ci limiteremo in questo scritto all'esame della funzione di go­verno della produttività svolta dalle unions del nostro paese in questi anni.

Il comando sulla produttività.

È sufficiente il taylorismo, che creò le catene e esasperò la divisione del la­voro e la sua dipendenza dalla macchina, a mostrare l'importanza, ai fini del­lo sviluppo industriale, dei sistemi di comando sulla produttività. Eppure il taylorismo è uno dei pochi esempi no­ti. Non c'è forse un altro aspetto dell'e­voluzione industriale così ricco di mutamenti, svolte, varietà di soluzioni, ed allo stesso tempo così poco noto, così poco organicamente ricostruito, come la storia del comando sulla produttivi­tà. Non c'è forse un altro problema che abbia concentrato tante risorse ed energie della scienza e dell'organizzazio­ne del capitale eppure ad un tempo co­sì trascurato (o mistificato) dalla "cultura" industriale, soprattutto italiana, soprattutto "marxista".

Molti episodi di questa storia, infat­ti, vengono publicizzati come innovazio­ni tecnologiche, come razionalizzazioni organizzative, come perfezionamenti dei sistemi di classificazione, valutazione e retribuzione del lavoro, a volte paradossalmente, come progressi sindaca­li. Il tessuto unitario, il filo condutto­re, il punto di vista organico che, consente la ricostruzione dell'intera storia capitalistica si scompone e si dissimila nelle storie separate (e mistificate) del­la tecnologia, dell'organizzazione, delle strutture retributive, della contrattazio­ne, e, perfino, del sindacato e del Movi­mento Operaio; la visibilità organica dell'evoluzione del comando capitalisti­co si dissolve nei frammenti del tecnici­smo degli specialisti aziendali, si dilui­sce nei rivoli delle storie ufficiali del sindacato; solo guardando in trasparen­za attraverso la terminologia mistifica­ta dei grandi scienziati del capitale se ne colgono tracce.

La guerra intelligente e feroce condotta giorno per giorno da milioni di uomini e da gigantesche energie schierate, sbiadisce e scompare nel neutro incidere del "progresso tecnico". La storia vera rimane esclusivo e segreto patrimonio della scienza del capitale e della "memoria" operaia; i processi reali dominio assoluto e riservato del­la intelligenza degli antagonisti.

È ciò che è sempre avvenuto; è ciò che sta avvenendo anche adesso in Italia.

In queste righe quindi si cercherà di fornire una sommaria ricostruzione del­l'evoluzione degli ultimi anni; il lettore voglia considerare le semplificazio­ni e gli schematismi come testimonian­ze di rispetto per la sua attenzione.

Schematizzando al massimo, si può sostenere che le forme tradizionali di comando sulla produttività sono: a) la gerarchia; b) la tecnologia; e) l'organiz­zazione; d) la struttura del salario. In­fatti:

a)   il controllo sul rendimento eserci­tato dalla struttura dei capi è il comando per eccellenza, il più artico ed universale (ma anche il più logorato).

b)   la tecnologia governa la produttivi­tà in tutti i casi in cui il ritmo di lavoro è vincolato (linea a catena) o comunque comandato (come negli impianti chimici e siderurgici) dal macchinario o dall'impianto;

c) il comando dell'organizzazione si esprime in quei casi in cui il gruppo di lavoro o la struttura organizzativa condizionano la produttività del singo­lo lavoratore sia nel senso che determi­nano il suo ritmo di lavoro (p. es. le lavorazioni a flusso), sia nel senso che vincolano il suo rendimento minimo (impedendo o contrastando livelli infe­riori) perché c'è interdipendenza tra la produttività del singolo e i carichi di lavoro o le retribuzioni degli altri com­ponenti del gruppo (casi di produzio­ne vincolata per il primo caso ed incen­tivi di squadra per il secondo);

d) anche la composizione del salario svolge un comando, meccanico (cotti­mi e incentivi) o mediato dalla gerarchia (tutti i tipi di superminimi indivi­duali), sulla produttività.

Non solo ognuna di queste forme ma anche la loro combinazione nel si­stema complessivo, hanno subito una evoluzione nel corso del tempo. Una analoga variazione, delle singole forme e della loro composizione, ha luogo tra i differenti settori industriali (e tra i diversi paesi). Si può affermare che ogni industria esprime una specifica struttura di comando; ed ogni epoca è contraddistinta dalla prevalenza di al­cuni strumenti e caratteri del comando. Senza poter entrare nell'esame del­le differenziazioni tra industrie, cerche­remo di cogliere i tratti essenziali del­la transizione avvenuta ed in atto in Italia.

La crisi del comando: il 1969.

Assumiamo convenzionalmente, co­me data cruciale della nostra periodizzazione, il 1969. In effetti alcuni dei processi di cui parleremo si sono manife­stati prima o dopo, molti si sono deli­neati in alcune aziende prima che in al­tre, tutti sono il frutto di una lenta ac­cumulazione che ha avuto luogo negli anni '60.

Nel 1969 dunque vengono sconvolte tutte le forme tradizionali di comando sopra elencate:

a) il potere gerarchico entra in crisi e dai gradini più bassi a quelli più alti l'autorità aziendale subisce contestazioni più o meno violente ma comunque decisive; il sistema disciplinare che lo sostiene manifesta la sua inefficacia tanto di fronte alla coalizione operaia che ad opera della magistratura del lavo­ro; i capi di basso livello, anche in seguito all'instaurazione dei delegati, non si rialzeranno più dalla crisi e non riacquisteranno più il ruolo precedente (da allora in poi il comando gerarchi­co verrà mediato dal delegato);

b) il nostrano "gatto selvaggio" non risparmia catene ed impianti "comandati", svelando la "mortalità" dei tabù tecnologici; il trasferimento dalla lotta al lavoro dell'offensiva contro la coercizione della macchina è inconfutabilmente dimostrato dalla gene­rale diminuzione di produttività e di vita media dei macchinari nelle indu­strie con ritmi e impianti comandati;

c) il controllo del gruppo di lavoro diviene sempre più inerte in seguito al­l'emergenza della rigidità operaia di fronte all'aumento dei carichi di lavo­ro; per quanto riguarda gli  incentivi di squadra poi:

d) la parte variabile del salario vie­ne in gran parte congelata: il cottimo viene ridimensionato (fondamentale l'accordo Fiat del luglio 1971); gli in­centivi ridotti o eliminati (p. es. accor­do Italsider). I superminimi individua­li infine vengono limitati o aboliti. Per di più l'avanzata salariale affievolisce l'efficacia sul rendimento degli incentivi.

Tutti gli strumenti di comando quin­di appaiono in quegli anni fortemente compromessi ed usurati dall'iniziativa operaia e dall'azione del sindacato alla ricerca di spazio e potere propri nelle aziende. È in quegli anni che, grazie alla convergenza (in alcuni casi concer­tata) delle svolte strategiche dell'azien­da (che decide dì fondare la "normalizzazione" produttiva sul pieno riconosci­mento e rinforzamento del sindacato) e del sindacato (che decide di assumere un ruolo sempre più importante ed integrato nella gestione aziendale), si profila nella grande azienda un nuovo sog­getto di governo della produttività: il sindacato aziendale. L'emergenza del sindacato come attore diretto del co­mando sul lavoro (attraverso la con­trattazione ha sempre svolto indirettamente una funzione del genere), assu­me in Italia uno specifico profilo con­trattuale.

Dal cottimo alla professionalità

Se si escludono gli aumenti del con­tratto nazionale ed il premio di produ­zione (legati a specifiche scadenze contrattuali), dieci anni fa il principale strumento di crescita salariale dei lavo­ratori era il cottimo (e maggiorazioni individuali); i passaggi di categoria era­no molto rari e quasi completamente nelle mani dei capi. In questi ultimi an­ni, invece, la principale lievitazione sa­lariale è stata realizzata attraverso i passaggi di categoria ottenuti in massa a livello aziendale nel quadro dello "sviluppo professionale" avanza­to e rivendicato dal sindacato con il contratto del 1972 sull'inquadramento unico.

Ambedue questi istituti, cottimo e passaggi di categoria, sono regolati contrattualmente, quindi ratificati dal sindacato. C'è però tra essi una sostanzia­le differenza: del cottimo si contratta so­lo la formula che può essere più o me­no favorevole: poi però il salario effetti­vo è funzione del rendimento del lavo­ratore e dell'arbitrio del cronometri­sta; nei passaggi di categoria il sindaca­to contratta (quindi determina) non so­lo i criteri generali, ma i provvedimen­ti effettivi. Nel primo caso non ha al­cun potere sul salario effettivo (quindi sul lavoratore); nel secondo ne ha l'as­soluto dominio, quindi dispone di un efficientissimo strumento di controllo sui lavoratori.

Con il deperimento del cottimo e l'af­fermazione dello "sviluppo professio­nale" si svolgono due processi paralle­li: si accresce enormemente il control­lo sindacale sui comportamenti operai (attraverso la gestione materiale del loro salario); si trasferisce una quota di comando sulla produttività dal siste­ma aziendale (che progettava il sistema di cottimo ed amministrava attra­verso la rilevazione dei tempi il sala­rio effettivo) al sindacato.

Questo processo di transizione rie­sce a compiersi grazie alla convergen­za di tre interessi: i lavoratori sottrag­gono il loro salario al rapporto mecca­nico con il rendimento; il sindacato si impadronisce di un poderoso strumen­to di controllo sui lavoratori (e conqui­sta quindi il pieno riconoscimento nel­le grandi aziende); le aziende che sem­pre più tendono ad affidare al sindaca­to il monopolio in materia di gestione e controllo della forza lavoro, considerano il crescente potere sindacale co­me un fattore di garanzia dell'ordine aziendale o almeno come un male mino­re rispetto alla "conflittualità perma­nente". Infatti il governo del salario effettivo, se non fosse stato trasferito al sindacato, sarebbe rimasto nelle ma­ni, ben più incontrollabili ed aggressive, del comportamento operaio; il salario ingovernato ed ingovernabile, avrebbe assunto andamenti ben più in­tollerabili; la crisi di tutti i precedenti sistemi di retribuzione avrebbe partori­to una spinta salariale a null'altro anco­rata che alla autonoma ed incontrolla­bile crescita dell'organizzazione ope­raia; il salario sarebbe divenuto funzio­ne dell'intelligenza e della creatività operaia.

Essendo, quindi, irrimediabilmente usurato qualsiasi sistema di controllo oggettivo della relazione produttivi­tà salari, le aziende puntano tutto sul controllo sindacale. Nel '72 con lo "svi­luppo professionale" affidando al sindacato il controllo dei salari (come og­gi tendono a trasferirgli quello della produttività).

Ed il progetto non era insensato. Il sindacato avrebbe acquisito il comple­to controllo dei comportamenti operai perché ne amministrava la crescita sa­lariale attraverso i passaggi di catego­ria. Lo scambio sarebbe stato tra i co­sti che le aziende avrebbero dovuto sop­portare ed i benefici sperati in materia di ordine aziendale e produttività.

Ma le cose non andarono esattamen­te così. La spinta salariale operaia nel­la fase di applicazione aziendale dei principi di "sviluppo professionale", originò un'"ondata", praticamente ininterrotta negli anni '73/74, di passag­gi di categoria. Il costo quindi divenne molto maggiore del previsto. I benefici molto minori perché la crescita salaria­le risultò gestita dai gruppi operai ed il controllo sindacale non ci guadagnò gran che. Inoltre, di fronte alla ricosti­tuzione di un sistema di controllo alme­no formalmente vincolante la spinta sa­lariale dal basso, gli operai reagirono con la massiccia sottrazione di lavoro: l'assenteismo ed il calo di rendimento crebbero ininterrottamente.

A conti fatti il bilancio dell'operazio­ne, sindacal-aziendale risultò disastroso. L'iniziativa operaia aveva logorato il più intelligente e sofisticato sistema di controllo della forza lavoro messo in at­to dal dopoguerra: a dispetto del suo fallimento, lo "sviluppo professionale" contrapposto alla classe operaia del 1969 fu una dimostrazione di creativi­tà sindacale, di maturità raggiunta da un sindacato ormai divenuto una mo­derna organizzazione di gestione della forza lavoro.

L'ideologia della "professionalità", che tanto ha turbato (e continua a tur­bare) i sogni dei nostrani sindacalisti di "sinistra" (soprattutto nella FIM) e dei loro vicini e lontani parenti nei gruppi "rivoluzionari", non è altro che una espressione (o, se si vuole, una escrescenza) più marcata e vistosa di un razionale progetto strategico che accomuna l'intera organizzazione sindaca­le: gestire la "professionalità" (ovve­ro il salario) per fondare materialmen­te il governo assoluto e monopolistico dei comportamenti operai. E lo scon­tro, tutto sindacale, tra "professionali­tà" ed "egualitarismo" non ha nulla di ideologico se non la stupidità di chi gli dà credito (dentro e fuori del sinda­cato, sostenitore o critico, "riformi­sta" o "rivoluzionario", "leninista" o "autonomo"). Il vero scontro nel sin­dacato si produsse tra chi (FIOM/PCI) voleva il minimo di passaggi automati­ci per realizzare una gestione assoluti­stica del salario e chi riteneva fosse meglio accumulare un certo consenso di base attraverso gli automatismi, porta­re a termine un'accumulazione primiti­va di consensi per fondare in modo più indolore il controllo successivo; c'e­ra poi una frazione trascurabile (le ali estreme della FIM e della "sinistra" sindacale ed i loro "fans" esterni) che credeva all'egualitarismo e voleva portare avanti le rivendicazioni operaie; ma questo è un fenomeno che attiene alla psicologia e non alla lotta politica ed è definibile con le categorie dell'intelligenza o della stupidità. Infat­ti un sindacalista che si proponga di essere fedele rappresentante degli inte­ressi operai equivale ad un generale che creda nella libertà.

Il nuovo comando: il sindacato in fab­brica

Nel corso del 1975 matura, in cam­po aziendale e sindacale, la nuova svol­ta, ed arriviamo alla fase presente, quel­la inaugurata in modo esemplare dal­l'ultimo contratto nazionale. Essa è de­stinata ad assumere in questo periodo profili sempre più netti ed una brusca accelerazione in caso si realizzi una qualsiasi soluzione e gradazione di "compromesso storico".

rosso_10_11_dallautunnocaldo_2Nel 1975 gli strumenti aziendali di co­mando hanno ripreso un po' di vigore perché il sindacato è riuscito a limitare la conflittualità (in fasi di lotte in­tense infatti essi si articolano fin quasi a svanire): i capi anzittutto sempre più coadiuvati dai delegati; poi le nor­me e procedure di lavoro (tanto emes­se dalla gerarchia che emanate dai macchinari); inoltre il controllo dei gruppi di lavoro (esaltato ed incoraggiato dai militanti del sindacato e del PCI in qua­lità di agenti ideologici - e materiali perché non manca la "gratitudine" aziendale - della nuova etica del lavo­ro); ormai morto il cottimo, infine, non mancano i progetti e tentativi di so­stituirlo con i più moderni e sofisticati incentivi di rendimento collettivo (o ad­dirittura superminimi e indennità). Ma oltre a rispolverare e rimodernare i vecchi strumenti, la scienza pratica del capitale non ha mancato di impor­tare quelli più moderni di provenienza statunitense: tutti i tipi modelli e quali­tà di riorganizzazione del lavoro (job redesign, dicono loro) riverniciati in lo­co dai nostrani sociologi "rivoluzionari" con i canonici aggettivi del sub­marxismo nazionale, hanno fatto la lo­ro timida comparsa nelle aziende "illu­minate".

Ma tutto ciò non è bastato e non ba­sta. L'elemento insostituibile di ogni strategia aziendale di recupero della produttività e del controllo salariale è ancora il sindacato (ed al suo interno il PCI svolge un ruolo da protagonista riconosciuto e gratificato dai nostri managers). Ma i termini della amichevole trattativa sono lievemente più favorevo­li all'azienda, perché un margine di au­tonomo controllo aziendale sembra riacquisito. Ne deriva che:

1) Il controllo sindacale deve divenire meno costoso. Obiettivo fin adesso rag­giunto se si esaminano tanto i risultati del contratto nazionale che, soprattut­to, la dichiarazione della FLM sulla con­trattazione aziendale ed il blocco del premio di produzione, accettato dai chi­mici.

2) esso deve tradursi in concreti van­taggi aziendali in termini di produttivi­tà. Ciò che non è potuto essere negli ultimi anni, malgrado il potere conces­so con la contrattazione dello "svilup­po professionale", deve cominciare adesso. Ed a conferma vedi le dichiarazioni della FLM sull'assenteismo (e l'au­mento del contratto dei chimici conces­so ai soli presenti in fabbrica) e le con­cessioni sulla mobilità fatte nel 75 nelle grandi aziende e formalizzate con il contratto nazionale. Ma non è che l'ini­zio. Il sindacato deve tramutarsi in ga­rante diretto della produttività attra­verso la sua capillare, rete organizzati­va (delegati militanti) costruita in que­sti anni. Questa rete fin adesso è servita al controllo delle lotte e, quindi, del salario. Adesso deve essere adibita al comando sulla produttività, attraverso gli strumenti dell'ideologia del lavoro, della repressione diretta (vedi squadre di vigilanza) ma soprattutto mediata at­traverso i provvedimenti disciplinari dell'azienda, della gestione di vantaggi materiali concessi dall'azienda (aumen­ti, promozioni, etc.) e dal sindacato (l'elezione a delegati, per cui si lavora di meno, o a rappresentanti distaccati, funzionari sindacali e così via).

3) Per sostenere questo maggiore con­trollo che si richiede al sindacato, le aziende sono disposte a concedere nuo­ve risorse oltre quelle sopra elencate, ad affidargli la gestione di altre compo­nenti della condizione operaia: le assun­zioni per esempio (il CdF dell'Alfa di Milano già partecipa ai colloqui di sele­zione); la mobilità tra reparti e stabili­menti; la riqualificazione della forza la­voro nel territorio; e, in caso di necessi­tà, perché no? la concessione dei benefi­ci contrattuali ai soli iscritti al sindaca­to. O magari - capolavoro di  strateghi sociali coalizzati: banchieri, gover­nanti vecchi e nuovi, e sindacalisti pensosi dei destini nazionali! - la rifor­ma della scala mobile: essa infatti po­trebbe ridurre la quota automatica del­la crescita salariale assegnandola di nuovo in gestione al sindacato (ovvero alla contrattazione).

La scala mobile infatti è stato il più grosso errore di calcolo sociale e di valutazione della classe operaia compiu­to dal capitale negli ultimi anni, nella misura in cui ha creduto che automatiz­zando la crescita salariale avrebbe diminuito la conflittualità; ha cioè pensa­to che il salario atteso dagli operai fos­se fisso e raggiungibile dal salario effet­tivo (mentre non c'è nulla di più mobi­le del salario preteso dagli operai che è meno raggiungibile della tartaruga di Achille). E quindi storicamente plau­sibile che a correggerlo siano organizza­zioni dotate di maggiore "professiona­lità" ed esperienza in materia di con­trollo della classe operaia, come il PCI.

Infine, un altro grande stock di risor­se che sostengano la sua nuova funzio­ne potrebbe venire al sindacato dall'ideologia del lavoro (per il socialismo) la cui esplosione accompagnerebbe l'in­tegrazione del PCI nel governo.

In conclusione, le aziende sono pron­te a fornire al sindacato tutte le risor­se (non economiche) reperibili all'interno di una ristrutturazione del sistema di relazioni industriali; ma in cambio pretendono che la organizzazione sinda­cale assuma in modo sempre più espli­cito e diretto oltre la regolazione dei salari, il comando sulla produttività.

Conclusione

Se il "compromesso storico" è, in fin dei conti, un modello di stato orga­nico di derivazione hegeliana, la nuova figura sociale del sindacato, la sua inte­grazione diretta nell'insieme delle fun­zioni aziendali (magari senza mai arri­vare alla cogestione formale anzi pre­servando una quota di conflittualità ed antagonismo a fini di copertura) disegnano un'impresa organica ed auto-regolata, un sistema socio-tecnico (co­me lo chiamano i teorici del capitale) volto alla "massima valorizzazione del­le risorse umane" (così si chiama la produttività nel più moderno farisei­smo scientifico); in una parola il so­gno di tutti i tecnocrati degli ultimi 50 anni.

rosso_10_11_dallautunno_3Sia ben chiaro, si tratta di tendenze non limpide, di progetti non formulati e forse nemmeno concepiti, che noi estrapoliamo a fini esplicativi. Eppure essi galleggiano sul fondo di quello stagno avvizzito, fatto di inerti rottami ideologici, di residuati culturali ante­guerra e di moderne tecniche del con­senso e della repressione, che è il bagaglio teorico dei dirigenti del PCI.

Ma ciò interessa meno la storia socia­le che la pubblicistica. Più significati­va è la conclusione che il sindacato come progetto di dispotismo crescente sulla relazione produttività-salari è uno dei fondamenti dell'ipotesi di nuo­vo assetto strutturale del sistema politi­co contenuta nella strategia del "com­promesso storico".


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Il lavoro sociale e i "nuovi modi di produrre"
A proposito di PCI ed organizzazione del lavoro (pp. 35-36)

I problema dell'organizzazione del lavoro non può essere, oggi, considera­to scorrelato dalla crisi, crisi complessi­va dell'assetto capitalistico e delle sue istituzioni sul piano nazionale e inter­nazionale.

Organizzazione del lavoro come speci­ficità del presentarsi del comando del lavoro morto sul lavoro vivo, ma speci­ficità conseguente e complementare al­l'attuarsi della coercizione al plusvaloro che è saltata per l'azione operaia, e che perdurando a non darsi, ha determi­nato la crisi, e continua a determinar­la. In tale contesto, nonostante la sche­maticità a cui ci costringe lo spazio, appare chiara la mistificazione dei "nuovi modi di produrre", del "job enlargement", della "ricomposizione delle mansioni", e, in più in generale, delle filosofìe del "job redesign". Misti­ficazione perché? E quali ipotesi sottostanti a tale mistificazione si presenta­no per il capitale e per i riformisti?

La somma di due numeri interi è sem­pre un numero intero, come la somma di un qualsivoglia numeri interi è sem­pre un numerò intero; cosi a meno di non volerci rifare a certi meccanismi deterministici engelsiani per cui la quantità diverrebbe qualità nuova, i nuovi modi di produrre restano som­ma di mansioni, senza che in tal modo a partire solo da essi la forma del co­mando del lavoro morto sul lavoro vi­vo venga effettivamente intaccata. Ma dietro tali filosofie ci sta ben altro.

Nonostante tutto per il PCI esiste la consapevolezza, che "i nuovi modi di lavorare vengono sperimentati in iso­le... e gli stessi risultati non vengono minimamente socializzati" (Misiti R., Nuovo ruolo della scienza e della tecni­ca, Convegno Istituto Gramsci "Scien­za e organizzazione del lavoro") e che dato " lo stretto rapporto esistente tra organizzazione del lavoro, tipo di pro­duzione, livello tecnologico" e "Ricor­dando l'avvertenza che l'organizzazio­ne del lavoro ha una sua autonomia seppure relativa, bisogna sapere che se essa si persegue un superamento si possono seguire due vie:

a) Quella di un superamento in pun­ti isolati, negli aspetti più in crisi, più aberranti, quella cioè di un superamen­to campione. Ciò può richiedere anche alcune modificazioni della tecnologia, ma può sostanzialmente avvenire sen­za grandi mutamenti. Si può ottenere ciò agendo sull'organizzazione del lavo­ro in quanto tale. Si tratta, tuttavia di un superamento fittizio, di un falso superamento;...

b) Si può seguire una seconda via, quella di un superamento ampio, rea­le, sociale. Ciò pone problemi di pro­duttività, e di produttività non azienda­le soltanto, ma di produttività sociale". (Cervetti G., Politica economica e svi­luppo industriale, Convegno cit.).

Ma in che consiste tale consapevolez­za? Quali soluzioni pratiche ipotizza og­gi il PCI in tale prospettiva?

L'enunciazione del PCI a tale propo­sito sono abbastanza chiare, quali con­seguenze logico-politiche delle ipotesi del Capitale. E ciò non tanto sulla specicfiità delle forme dell'organizzazione del lavoro, quanto nella prospettiva di una nuova articolazione tra comando del lavoro morto sul lavoro vivo e coer­cizione al pluslavoro. Infatti esiste una duplice faccia delle ipotesi del PCI sull'organizzazione del lavoro: una all'odierno ruolo del sindacato, l'al­tra in connessione con l'essere il PCI all'interno del sistema dei partiti, nel­lo stato.

Ora seppur articolate tra loro i due aspetti suddetti non vanno confusi e scambiati tra loro. Non entrerò nel me­rito del rapporto tra partito e sindaca­to se non per dire che oggi la riproposi­zione di una cinghia di trasmissione so­cialdemocratica affida al sindacato la funzione di gestione dell'organizzazione del lavoro nell'impresa, quando invece l'attuarsi di nuove forme di coercizio­ne al pluslavoro vede il partito come soggetto cardine. È qui dove il proble­ma dell'organizzazione del lavoro assu­me tutta la sua portata, la sua impor­tanza, perché va ben oltre il suo essere tale; diventa, dal punto di vista del par­tito, ipotesi di organizzazione sociale complessiva, correlata all'ipotesi tota­lizzante di organizzazione della produt­tività sociale complessiva. È qui, d'al­tra parte, che i nuovi modi di produr­re divengono il campo di sperimenta­zione, o forse più, il punto medio di un processo in atto dentro la crisi co­me ipotesi di superamento della crisi stessa.

Non che "nuovi modi di produrre" puntuali qua e là rappresentino solo og­gi campo di sperimentazione e che im­mediatamente da esperimento diventi­no punto medio di mutamento comples­sivo dell'assetto produttivo. Per chiari­re tale fatto può servire un rimando storico: F.W. Taylor all'inizio del seco­lo, con le sue ipotesi di scomposizione del processo lavorativo aveva per certi versi proprio rappresentato una fase sperimentale, ma pensare che il taylorismo si sia generalizzato naturalmente perché Taylor aveva inventato una ma­tematica del lavoro sarebbe errato, né in sé tale matematica avrebbe potuto generalizzarsi, neppure nelle sue più raffinate applicazioni pratiche: la cate­na che nel 1914 Henry Ford intro­dusse nella sua fabbrica. L'articolazione tra matematica tayloristica e sala­rio, che Henry Ford scoprì, rappresentò il punto medio di generalizzazione dei nuovi modi di produrre di allora, e lo rappresentò soggettivamente dentro una agibilità di tale articolazione dal punto di vista dei singoli capitalisti, ma anche come agibilità mediata dallo Stato new-dealista nella crisi '29-'37.

Ora credo che dentro la tendenza di un'agibilità soggettiva dei "nuovi mo­di di produrre" attuali vada ricercata la possibilità della trasformazione del­l'esperimento in punto medio di un mu­tamento complessivo dell'assetto im­prenditoriale. E i soggetti proponenti sono capitale e stato, e dentro lo stato il PCI.

Vediamo le ipotesi del PCI a proposi­to: secondo Cervetti (cit.) le "condizioni e rapporti specifici economico-sociali della realtà italiana, con le sue caratteristiche peculiari storiche e strutturali si legano: mercato del lavoro, tecnologia, indirizzi produttivi. Il legame (tra essi si articola) in tre nodi, o  in  tre gruppi di rapporti: nella permanenza di elementi di rendita ..., in elementi speculativi..., nella collocazione internazionale dell'economia italiana ...". Ora è in­dubbio che tali parametri identificati nell'ipotesi del PCI sui problemi dell'or­ganizzazione del lavoro siano parame­tri realmente politici, solo che le ipote­si di un'agibilità soggettiva su di essi basantesi viene proposta esclusivamente, nella sostanza, dal capitale. Il parti­to si accoda con un semplice condimen­to di discorsi vaghi e fumosi sul dirit­to al lavoro, sul ruolo diverso dalla scienza, sul nuovo modello di sviluppo da un lato; sulla priorità del profitto, sulle riforme, su nuove collocazioni in­ternazionali dell'Italia dall'altro. L'ini­ziativa su tali parametri politici è nel­le mani del Capitale, e il Partito si limi­ta ad essere il suo grillo parlante.

Il rapporto tra rendita e profitto, è visto dal Capitale entro una nuova fa­se di sussunzione del lavoro al capita­le, e non in termini moralistici; dentro tale tendenza in atto si pone per il capi­tale il problema delle riforme, e non co­me problema a sé stante parallelo alle dinamiche di produzione e riproduzio­ne del capitale come invece, per tanti versi, vorrebbe lasciar intendere il PCI. Gli elementi speculativi si pongo­no per il capitale , caldorianamente, co­me elemento centrale del dominio del capitale finanziario entro il processo di sussunzione del lavoro al capitale, attuantesi sotto la spinta delle multina­zionali, che per altro definiscono e dina­micamente determinano il ruolo dell'I­talia nell'ambito internazionale. Ora, entro tale articolazione totalizzante del­l'ipotesi di un capitale complessivo in­ternazionale, tendente a ridefinire i ter­mini dell'attuazione della coercizione al pluslavoro, i nuovi modi di produrre tendono a porre i parametri specifici del comando nel rapporto tra fabbrica e società sia in relazione al mercato del lavoro, che alle forme di mercato.

L'organizzazione del lavoro nell'endogenizzarsi allo sviluppo delle forze pro­duttive, diviene elemento di mediazio­ne del rapporto fabbrica/mercato, e, si propone come elemento di mediazio­ne del comando al di là dell'impresa, nel rapporto produzione di merci pro­duzione e riproduzione di forza lavoro.

 

LE TENDENZE ATTUALI DELL'OR­GANIZZAZIONE DEL LAVORO DI­VENGONO COSI' IL PUNTO MEDIO DELLA TERZIARIZZAZIONE DEL LA­VORO.

Terziarizzazione del lavoro come "processo di evoluzione di quella par­te di lavoro vivo che non viene trasmes­so alla macchina, non viene meccanizza­to e cibernetizzato neppure ai più alti livelli attualmente raggiunti dal pro­gresso tecnologico; ma anzi: cresce so­cializzandosi proprio con l'estensione del macchinario, passando a sempre nuove, più produttive, funzioni (produt­tive di plusvalore)" (Alquati R., Terzia­rio, terziarizzazione e sindacato; in Fo­glio di Zona n. 1)

In tale contesto, dunque, i nuovi mo­di di produrre si situano entro una ten­denza alla terziarizzazione del lavoro di fabbrica, che è condizione necessaria al prosieguo del processo di sussunzio­ne del lavoro al capitale in un ambito sociale complessivo.

La robottistica, le isole, ecc. rappre­sentano, il punto massimo dello svilup­po tecnologico nella fabbrica metalmec­canica, giunto al punto in cui il lavoro vivo non è più meccanizzabile, in cui necessariamente al capitale si presen­ta, per così dire naturalmente, in cam­po di sperimentazione di nuove forme di estrazione di plusvalore di nuove forme di coercizione al pluslavoro. È di qui che parte il processo di estensificazione e di generalizzazione al tessuto sociale complessivo di un nuovo rapporto, di una nuova articolazione tra comando del lavoro morto sul lavoro vivo e coercizione al pluslavoro. Ora al sindacato è delegato dal partito il controllo su tali processi di terziariz­zazione del lavoro di fabbrica, ma al PCI appartiene l'ipotesi dell'estensificazione complessiva, dell'intervento sul sociale, ipotesi che per altro, da buon grillo parlante, ha mutuato dal capita­le multinazionale.

Intervento sul sociale tendente a ri­creare all'esterno della fabbrica, nel­l'ambito della divisione sociale dei lavo­ro, l'attuabilità del comando e della coercizione. È tale l'ipotesi politica che guida il sistema dei partiti, dentro lo Stato. È qui dove il PCI assume ipote­si strategiche neoricardiane, sraffiane, atte a regolare il rapporto tra produzio­ne circolazione delle merci dal lato del­la distribuzione. È in tale ambito che si dà realmente il rapporto tra PCI e organizzazione del lavoro. È qui dove il PCI diviene effettivamente soggetto di comando.

Ma anche qui il grillo parlante mu­tua dalle ipotesi del capitale. Passare da un mercato liberistico, da un merca­to anarchicamente concorrenziale ad un mercato a domanda razionalizzata, è l'i­potesi guida del capitale multinaziona­le. Parametrizzare la domanda richie­de però la mediazione complessiva di un'articolazione sociale tra comando e coercizione al pluslavoro. Tale articola­zione viene ad incontrarsi complessiva­mente entro i nuovi processi di sussun­zione del lavoro al capitale, entro cui il comando totalizzante del lavoro mor­to sul lavoro vivo, nell'ambito del lavo­ro sociale complessivo può essere me­diato soggettivamente solo dal partito socialdemocratico delle multinazionali (in Italia il PCI). Ma dato il grado di sviluppo attuale delle forze produttive tale mediazione non può che essere me­diazione organizzativa, non d'organizza­zione dell'insubordinazione operaia e proletaria, ma d'organizzazione del la­voro sociale terziarizzato, del control­lo sociale.

È tale il ruolo che si è assunto il PCI socialdemocratico. Il ruolo d'orga­nizzazione nella fabbrica sociale terzia­ria presuppone anche la necessità-possi­bilità di modificare radicalmente le di­namiche del mercato del lavoro e le forme dell'organizzazione sociale. Alla ten­denza alla parametrizzazione del merca­to, imperniata sulla razionalizzazione del settore distributivo viene a correlarmercato a domanda razionalizzata, è il mercato a domanda razionalizzata, è il mercato del lavoro che sottende la ne­cessità di trovare completa attuazione di esercizio di comando terroristico sul sociale; ed è proprio il PCI che se ne sta assumendo il carico.

L'etica del lavoro del PCI socialdemo­cratico è qualche cosa di molto diver­so dall'etica, e dalla concezione del la­voro di tradizione leniniana, che per al­tro l'evolversi della lotta di classe ope­raia contro il lavoro e dei comporta­menti operai di rifiuto del lavoro aveva­no messo in discussione ed espulso dal­la "classe in sé". L' "etica del lavoro" che il PCI sta portando avanti oggi è degna dei legislatori sanguinari del XVIII secolo (mutati i termini, d'accor­do, perché è terrorismo antiproleta­rio). Non si basa neppur più sulla sepa­razione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo nella loro articolazione classica, ma sull'assunzione di criteri razzisti su cui, poi, vengono tracciate le discriminanti tra l'abile al lavoro che deve necessariamente lavorare entro la fabbrica sociale, e l'inabile che do­vrà essere ghettizzato in qualche mani­comio sociale.

Ma l'etica del lavoro terroristica del PCI resta un'utopia e probabilmente molto presto si trasformerà in un'ideo­logia senza senso proprio in un siste­ma in cui le ideologie non avranno più spazio. Ciò perché al PCI manca il con­trollo su una variabile: la classe ope­raia.


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Il sindacalista escluso (p. 28) 

rosso_10_11_sindacalista_esclusoI riformisti di tutte le gradazioni insistono sulla pretesa eccezionalità delle istituzioni del "movimento operaio" in Italia rispetto a quello degli altri paesi industrializzati, sulla loro "vitalità" democratica ed antifascista sulla loro capacità di "guida" di tutta la sinistra. Certo, bisogna fare uno sforzo non da poco per scambiare il vertice dell'FLM con i metalmeccanici torinesi in lotta oppure i capi della FULC con i compagni di Porto Marghera. L'enorme combattività della base operaia in Italia ha permesso ai vertici istituzionali del sindacato di ergersi a paladini della classe operaia, indirizzando le lotte verso gli sbocchi istituzionali - con il guanto di velluto per poco che sotto si sentisse la mano di ferro dello Stato.

Grazie dunque a questo rapporto "organico" tra la classe ed i suoi istituti storici, oggi in Italia - per dirla con Giorgio Amendola - si mangerebbe meglio e si godrebbe di maggior libertà che in qualsiasi periodo della "nostra" storia. A chi dir grazie?                               :

Poiché qui non siamo socialdemocratici tedeschi e poiché non abbiamo mai visto un dollaro di petroliere, ci sono alcune istituzioni su cui la classe operia potrà sempre contare, prima di tutto il sindacato.

Con la stessa faccia tosta di chi presenta la situazione della classe operaia nei paesi a più avanzato sfruttamento come se fosse insieme privilegiata senza possibilità di lotta, si viene poi a dire che meglio di così in Italia è difficile vivere - allo stato attuale dei rapporti internazionali. È vero non ci sono i neri, ci sono solo le donne, i minorenni, i meridionali. È vero, non c'è lo sviluppo "giapponese"; c'è solo il lavoro disperso e diffuso che coinvolge certamente più di 10 milioni di persone in Italia con buona pace del Sindacato.

È vero non c'è il pericolo imminente del golpe c'è una struttura di fabbrica tra le più antiegalitarie, gerarchizzate ed autoritarie dei paesi industrializzati, nonostante il '69 e dintorni.

Quando poi si vuole andare a colpo sicuro in questo falso confronto da autocompiacimento il paragone con gli USA è d'obbligo. Il movimento operaio sarebbe "corrotto" negli USA mentre in Italia sarebbe "sano", lì ci sarebbero i neri che lottano con poche altre "minoranze oppresse", ma la pratica dell'imperialismo USA di una distribuzione di massa di briciole all'interno sarebbe pur sempre un successo.

Non contano le lotte formidabili che contro il capitale più forte del mondo la classe operaia negli USA ha sviluppato in questi anni; né conta il fatto che qualche distinzione tra vertici e rappresentanti sindacali da un lato e base che ne è sfruttata dall'altra dovrebbe essere messa in chiaro.

In realtà, per i sindacati non c'è scelta. Il sindacalismo all'"americana" è all'ordine del giorno: non nel senso ovvio che il sindacalismo yankee è anche capace di foraggiare come ha foraggiato la CISL nel secondo dopoguerra né che l'ombrello militar-politico degli USA delimita gli spazi entro i quali la lotta di classe è "libera" di muoversi; ma nel senso che la "democrazia" di fabbrica o di "ghetto", la rappresentanza sindacale in tutte le sue applicazioni non possono reggere e di fatto non reggono all'usura dell'incessante, continua lotta di classe sul tessuto della contrattazione a tutti i livelli.

Alla lunga i rappresentanti di tutte le risme ne escono bruciati come già dimostrava da par suo Martin Glaberman, militante a Detroit negli anni '50: "Il delegato è l'elemento chiave per far rispettare il contratto e per mantenere la sciplina di fabbrica... Magari un delegato dirà ad un capo che gli converrebbe fare qualche concessione al sindacato dal momento che egli, senza di esso, non è in grado di far funzionare la produzione... Spesso gli operai hanno detto che quello che vogliono sapere dai loro delegati è ciò che essi possono fare non quello che non possono fare" (Martin GLABERMAN, Classe Operaia, imperialismo e rivoluzione negli USA, a cura di Bruno Cartosio, Musolini, Torino p. 39)

Quando il sindacato segue una politica economica che il capitale propugna nella crisi - e in una crisi puntata contro la combattività operaia - il più è fatto. A quel punto per il sindacalista comincia la lunga marcia nel buio del tunnel. Come dice Glaberman, sono gli operai che lo costringono a sentirsi estraneo. "Senti di non far parte di loro. Sono loro che non ti permettono di esserlo". La violenza diretta ed indiretta del sindacato come istituzione scatta a partire da questo meccanismo di esclusione. È un meccanismo che comincia ad ingranare mica male, anche da queste parti.


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