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Lotta di fabbrica e lotta di quartiere

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Lotta di fabbrica e lotta di quartiere
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Vele_di_ScampiaQuesti testi sono apparsi su un numero speciale di "Collegamenti" del giugno 1974 dedicato al movimento delle occupazioni di case. Non ripubblichiamo la cronaca della lotta anche nella misura in cui l'ulteriore sviluppo del movimento delle occupazioni nel 1975 renderebbe necessario un lavoro di valutazione assai più approfondito che non ci interessa sviluppare in questa sede e aggiungiamo un ultimo testo di "Lutte de classe" come stimolo a riprendere una discussione sulla quale manca, oggi un punto di vista comune fra i compagni che pure hanno partecipato a questo tipo di esperienza con intenti identici. [tratto da "Crisi del capitale e esperienza autonoma di classe"]

NOTE SULLE LOTTE DI QUARTIERE (tratto da "Proletari Autonomi" del maggio-giugno 1972)

(Queste note sono parte di uno scritto con cui un militante di un gruppo che a Milano svolge lavoro di quartiere si dimette dallo stesso; perciò la situazione descritta è quella dei "nuovi grandi quartieri popolari" di Milano in cui lo scrivente ha svolto per cinque anni lavoro politico).

Negli ultimi anni alle tradizionali lotte di fabbrica condotte dal proletariato per mantenere il livello minimo di sussistenza, che il sistema capitalistico tende continuamente ad abbassare, e per migliorare le condizioni di lavoro, che altrettanto peggiorano ogni giorno (ritmi e nocività), si sono aggiunte le lotte condotte fuori dai luoghi di produzione, principalmente nelle case e nelle scuole. Qui si vuole analizzare la lotta condotta nei quartieri, la sua validità e il tipo di organizzazione meglio adatto.

Le lotte per le case non sono nuove, già nell'ottocento, specialmente in Francia, lotte analoghe erano state condotte da gruppi anarchici e socialisti rivoluzionari (blanquisti) e anche in Italia, specialmente a Milano le lotte contro il carovita (prezzo del pane) si erano unite a lotte per abitazioni decenti, ma lo sbocco, qui, fu la creazione dell'Istituto Autonomo Case Popolari (IACP), creatura dell'allora socialdemocrazia umanitaria milanese (andando più avanti nel tempo sono rintracciabili altre lotte per la casa: Oudevile, uno storico francese sostiene che la storia della civilizzazione non è altro che la storia delle città e quindi delle lotte popolari per le case). I teorici marxisti, specialmente Engels nel suo scritto "La questione delle abitazioni", hanno detto che non è possibile condurre una lotta rivoluzionariamente vittoriosa nei quartieri, perché qui il proletariato non vive la sua contraddizione fondamentale, l'appropriazione del plusvalore, quindi il principale sfruttamento della classe lavoratrice avviene solo nei luoghi di produzione ed è nella fabbrica che va condotto lo sforzo principale delle lotte.

Al di fuori della fabbrica il proletariato, nell'acquisizione di beni e servizi, è allo stesso livello della piccola borghesia, perché come essa si rivolge al mercato libero dove appunto contratta e acquista a livello di mercato senza che vi sia alcuna appropriazione extra a suo danno, rispetto alle altre classi. E' indubbio che il proletariato abiti e viva male nei luoghi in cui lo si costringe a stare, ma la soluzione dei problemi di quartiere e così di tutti gli altri che non siano direttamente connessi alla produzione, potrà avvenire solamente dopo la presa di potere da parte del proletariato, che avverrà con la conquista dei mezzi di produzione.

Questa teoria, del 1880 circa, ha condizionato l'azione dei gruppi di sinistra in Italia, come in altri paesi, per un lungo tempo, fino a circa gli anni '60. In questo tempo alcuni gruppi della sinistra extra-parlamentare hanno riscoperto la lotta di quartiere che "spontaneamente" il proletariato aveva continuato a fare malgrado l'ideologia ufficiale l'avesse sconsigliata. Quindi tenterò di analizzare, in modo sommario, perché essa è stata portata avanti.

La teoria di Engels è valida, ma solo nel momento in cui i beni di consumo necessari al proletariato per la sua sopravvivenza minima sono acquistabili in un mercato libero dove tutte le classi sociali si trovino sullo stesso piano di acquirenti, senza che nell'acquisto di merci da parte di alcune classi sia insita una contraddizione simile a quella dell'appropriazione del plusvalore che il capitale effettua sul luogo di produzione. Questo è il caso classico descritto dagli economisti marxisti.

Ma esistono anche altri casi e anche abbastanza vecchi, in cui alcune merci necessarie al proletariato, come la casa, non sono oggetto di scambio in condizioni di mercato libero, ma sono offerte (o imposte) al proletariato come parte del salario pagato in natura. Si possono dare alcuni esempi; già alla fine dell'ottocento a Moulhouse, in Alsazia, la SACM (grossa impresa paragonabile alla Breda, ma più grande) costruì grossi villaggi per i suoi operai, vivenza subiscono egualmente un furto di plusvalore, dato che parte del salario viene loro corrisposto in natura. In questo caso la lotta condotta in quartiere per la riduzione dei fitti, dei prezzi dei generi alimentari, dei trasporti, ecc. è una lotta condotta direttamente contro il datore di lavoro che è lo stesso, anche fisicamente, sia sul luogo di produzione che sul luogo di consumo.

I due esempi sopra riportati non sono gli unici, ma fino a poco tempo fa costituivano un'eccezione alla regola generale che condizionava l'acquisto di merci necessarie al proletariato, condizione generale era quella del libero mercato. Ma questa condizione non è più valida oggi, perché dalla fase di capitalismo liberista siamo passati a quella di capitalismo totalitario in cui l'intervento dei grandi monopoli e dello stato regola tutta la vita del proletariato condizionando gli acquisti di molte merci, principalmente della merce casa.

Sul mercato delle abitazioni popolari la presenza degli enti pubblici è sempre maggiore ed aumenterà col tempo, ad affitti bassi, ma con la contropartita di un salario minore. Uno stesso esempio del genere, in Italia, si è avuto a Valdagno, dove tutto il paese è di proprietà dei Marzotto, nella cui industria lavorano quasi tutti gli abitanti della zona; qui non solo le case, ma anche tutti i generi alimentari, il vestiario, le vacanze, gli svaghi, ecc. sono prodotti e forniti dall'organizzazione che gestisce l'industria tessile, che offre ai suoi dipendenti merci a prezzi più bassi con il corrispettivo di una paga minore (questa situazione era ancora valida fino a pochi anni fa, fortunatamente le lotte operaie alla Marzotto la stanno distruggendo).

In questi casi in cui le merci necessarie alle classi lavoratrici sono offerte direttamente dagli stessi datori di lavoro, questi ultimi hanno, attraverso la fornitura di tali beni, la facoltà di pilotare i consumi e di imporli. Quindi i lavoratori non godono più della libera scelta di mercato, ma nell'acquisto delle merci necessarie alla loro sopravvivenza. Attualmente a Milano IACP gestisce circa 106.000 appartamenti pari all'11% dell'edilizia residenziale della grande Milano (comune milanese e limitrofi) e il suo obiettivo minimo è di arrivare al 25%; il che significa, considerando le sole abitazioni popolari, che tali percentuali vanno raddoppiate. L’IACP agisce quindi in stato di oligopolio e condiziona tutto il mercato milanese delle abitazioni popolari. La costruzione delle abitazioni popolari è (o dovrebbe essere) finanziata con le trattenute sulle paghe dei lavoratori, quindi lo stato controlla questo vasto campo. D'altro canto sempre lo stato, direttamente o attraverso i suoi enti, controlla sempre più la produzione e vi interviene direttamente, non solo ma attraverso altre trattenute sui salari controlla l'accumulazione per malattia, vecchiaia, ecc. del proletariato. Stiamo perciò avviandoci verso un regime dirigistico in cui il proletariato non ha alcun controllo (l'unico, le elezioni, sono una farsa) sulla gestione della propria vita, se non la lotta.

In questo modo la lotta nei quartieri viene ad essere una lotta che può diventare rivoluzionariamente vittoriosa, dato che il principale padrone è lo stato che controlla sia la produzione, che la distribuzione e il consumo.

Esaminiamo ora come la lotta nei quartieri si è sviluppata e quali siano le sue prospettive di sviluppo. Essa è iniziata nel '68, suppergiù nello stesso periodo in cui cominciarono le prime lotte autonome nelle fabbriche e nelle scuole. Queste lotte si sono ampliate notevolmente sia nel senso della loro estensione che della loro organizzazione; nelle fabbriche si è passati dallo spontaneismo dei primi CUB, all'intervento dei gruppi della sinistra di "classe", per poi arrivare alle organizzazioni autonome operaie (assemblee autonome) che attualmente sono l'espressione più avanzata; attraverso questa trafila si sono formati i nuclei operai rivoluzionariamente coscienti e in grado di contrastare alle organizzazioni ufficiali riformiste l'egemonia delle masse operaie.

Nelle scuole il cammino svolto è stato all'incirca lo stesso e anzi qui le masse degli studenti resi coscienti è percentualmente maggiore. In quartiere questo non è avvenuto; eppure le premesse di una lotta generalizzata e di formazione di una larga base cosciente dello sfruttamento che vi si attua esistono; oltre tutto lo stesso proletariato che lotta in fabbrica è quello che vive nel nuovo e grande quartiere popolare. Non che gli inquilini non lottino, ma lo fanno in modo privato; infatti la IACP denuncia che su 20 miliardi di introito annuo previsto per gli affitti, 5 non vengono incassati per morosità; ciò significa che su 106.000 inquilini, 1/4, cioè circa 25.000, attuano lo sciopero dell'affitto in modo continuativo, oppure, e questo mi sembra più esatto (dati precisi non si conoscono) che 50.000 inquilini attuano uno sciopero saltuario (praticamente si autoriducono l'affitto).

Gli inquilini proletari non pagano l'affitto perché, più o meno saltuariamente, non hanno i soldi per farlo. La mancanza di danaro per il fitto può dipendere da vari motivi. E' da scartare l'ipotesi che la normale retribuzione di un operaio non sia sufficiente per mantenere una famiglia normale al limite della sussistenza e in questa sussistenza minima è compresa anche la merce casa; questo perché il capitale non può non retribuire i produttori sotto tale limite necessario a reintegrare la forza lavoro. Perciò nel salario sono previste anche quote per acquistare (non nel senso di una volta per tutte, ma col fitto) la merce casa dove il proletario possa vivere e allevare i suoi figli, futuri prestatori di mano d'opera. E' vero che il capitale tende continuamente a ridurre tale limite minimo vitale ed è per questo che i lavoratori sono costretti a scendere in lotta per riconquistarlo, e quindi poter pagare tutte le merci loro necessarie, fra cui l'affitto. Quindi il proletario medio non può pagare l'affitto o per sua cause personali (disoccupazione, malattia, spese superiori incontrate da sé o dai suoi familiari, ecc.), o per cause collettive: gli scioperi di massa, necessari come si è detto per mantenere il limite della sopravvivenza, protratti per lunghi periodi, decurtano le paghe di una cifra tale da non permettere il pagamento di quei beni necessari che possono non essere pagati subito o non pagati, senza gravi danni. Questo non può normalmente essere fatto per il cibo, il vestiario, i trasporti, ecc., ma può essere fatto per il fitto, sono e devono essere riuniti, non solo perché le loro condizioni materiali di vita migliorino, ma soprattutto perché attraverso la lotta per questo miglioramento si formi e si consolidi la coscienza di classe anche in quartiere, non lo sono stati mai. Nei quartieri le varie organizzazioni che sono intervenute sono solo riuscite a formare delle piccole avanguardie, ma una larga base come quella esistente nelle fabbriche e nelle scuole non esiste; dei 50.000 inquilini che si presume non paghino l'affitto solo un'esigua minoranza segue le direttive dei gruppi che vi intervengono, siano essi riformisti come le varie UNIA, Apicep, ecc. o di "classe" come l'Unione Inquilini e altri extra-parlamentari.

Occorre quindi analizzare perché si è giunti a questo punto e quali possano essere i metodi e l'organizzazione migliore per giungere a contatto con gli inquilini. Cerchiamo quindi di analizzare il lavoro politico di quartiere e le condizioni oggettive e soggettive che esso presenta. In primo luogo analizziamo perché gli inquilini non pagano l'affitto e poi perché conducono la loro lotta in modo privatistico non socializzandola.

Il padrone di casa pubblico può e deve permettersi di perdere parte dei suoi introiti quando i suoi inquilini, per ragioni sociali, non sono in grado di pagarlo. Questa pratica è normalmente usata dagli enti pubblici gestori di servizi e i deficit delle aziende di trasporto, previdenziali, ecc., sono normali in una società di tipo dirigistico. Questa ragione sociale è quella che probabilmente trattiene l'IACP dall'uso, normale, di mezzi drastici contro la morosità dilagante.

Passando all'analisi del perché di un tipo di lotta privatistica e non socializzata condotta dai proletari quando agiscono come acquirenti della merce casa e di tutto ciò che alla casa si può ricollegare (trasporti, servizi vari, acquisto di generi alimentari, scuole, asili, ecc.), si possono notare le seguenti cose.

In primo luogo il nuovo grande quartiere popolare, quello che concentra gran parte del proletariato o ne concentrerà sempre più, viene concepito e realizzato in modo tale che i normali rapporti umani tra le famiglie risultano molto più difficoltosi che non nelle, vecchie abitazioni, magari à ballatoio. E questo non solo per la mancanza di luoghi di riunione sociali, luoghi accuratamente omessi nella pianificazione di nuovi quartieri, ma per la struttura stessa con cui il quartiere è costruito. Le case sono lontane e isolate, praticamente tutte eguali, ogni pianerottolo dà accesso a solo due appartamenti e la scelta delle due famiglie che abitano sullo stesso piano è stata fatta in modo tale che mai due famiglie di operai si trovino a contatto, ma sono sempre divise da famiglie piccolo borghesi impiegatizie o da membri dei corpi addetti all'ordine pubblico (famiglie di carabinieri, poliziotti, vigili urbani). In questo clima la famiglia tende a rinchiudersi in se stessa, in balia dei mezzi di informazione e di formazione del consenso, quali la radio e la TV, che spesso rappresentano il solo contatto col mondo esterno.

A ciò si aggiunge il fatto che il capo famiglia giunge in quartiere la sera tardi già oberato dei problemi incontrati sul lavoro e sul trasporto, sempre lungo, tra fabbrica e casa ed è per ciò scarsamente incline ad iniziare una nuova lotta, preferendo godersi quella poca pace e riposo che il sistema gli concede in quartiere. Rimangono le donne, molte di esse lavorano per contribuire all'economia familiare, sempre al limite della sussistenza ed inoltre molte sono ancora fortemente soggette culturalmente all'autorità del marito per permettersi iniziative di lotta autonoma (il problema delle donne e dei giovani che vivono nei nuovi grandi quartieri popolari necessita di un'analisi molto più dettagliata ed è urgente che venga fatta, qui per necessità di tempo e di impreparazione dello scrivente non è il caso di farla).

In tale modo le necessità economiche, i problemi strutturali e sovrastrutturali dovuti al quartiere vengono mantenuti all'interno delle singole famiglie e non esiste alcuna comunicazione con gli altri gruppi familiari che, indistintamente, soffrono delle stesse contraddizioni. Inoltre il perbenismo borghese pervade ancora il proletariato nei suoi rapporti col sistema, quando si trova ad agire come acquirente, anche se sul luogo di produzione ormai egli attua forme di lotta antilegalitarie, in quartiere è ancora legato all'etica borghese che gli impone di non fare debiti e di pagare, salatamente, le merci che è costretto ad acquistare. Una famiglia che sia costretta a non poter pagare l'affitto bada bene che tale notizia non si diffonda tra i vicini onde non perdere la stima.

Come tutti i compagni che hanno fatto lavoro di quartiere avranno notato, è molto difficile entrare  in  contatto reale e diretto con gli inquilini; a Milano, malgrado cinque anni di sforzi, l'Unione Inquilini non è ancora riuscita a generalizzare la lotta pubblica, anzi la situazione è venuta man mano peggiorando, il contatto politico con la massa degli inquilini non esiste più, se mai è esistito, e l'organizzazione scivola man mano nella burocratizzazione e si automantiene creandosi dei falsi scopi (vendita del giornale dell'U.I. e relativa battaglia per mantenerlo economicamente non passivo). Se queste sono le condizioni pur sussistendo la possibilità teorica della lotta e quindi la necessità di condurla a fondo, anche in quartiere è necessario iniziare un nuovo tipo di lotta che dia maggiori possibilità di vittoria. Se la fabbrica rimane il posto dove il proletariato ha maggiori possibilità di lotta, sia perché lì si attua il maggior furto di plusvalore, sia perché le condizioni di socializzazione sono massime e quindi maggiori le possibilità di vittoria immediata e strategica, dalla fabbrica deve ripartire la lotta di quartiere.

Quelle stesse organizzazioni autonome di lotta che si sono create in fabbrica devono potersi anche interessare delle lotte da condurre in luoghi da abitazione; finora la fabbrica è stata poco interessata dei problemi di quartiere, le poche volte lo si è fatto quando tali lotte giungevano al loro culmine (sfratti) e quindi con scarsi risultati. Interventi di questo genere devono essere invece previsti a lunga scadenza in modo che durante le grandi lotte per i contratti la parola d'ordine della lotta anche in quartiere possa essere attuata massicciamente con i mezzi dello sciopero dell'affitto o con altri suggeriti dall'inventiva del proletariato. Inoltre si deve tener presente che quelle difficoltà che le organizzazioni autonome incontrano nei collegamenti interfabbrica, se vogliono evitare la mediazione di gruppi esterni, può essere superata con delle organizzazioni di quartiere che raggruppino operai delle varie fabbriche. Infatti la situazione milanese presenta numerose piccole medie fabbriche, spesso molto distanziate tra loro; non esiste a Milano una fabbrica egemone come a Torino in grado di guidare tutte le lotte. Perciò le varie iniziative autonome devono essere mediate dai gruppi che spesso le tarpano.

Nei nuovi grandi quartieri popolari si ritrovano operai di tutte le fabbriche metà o più delle 106.000 famiglie che a Milano "godono" i vantaggi dell'amministrazione dello IACP sono sicuramente proletarie e perciò nei quartieri si possono realizzare assemblee autonome che raggruppano operai di tutte le fabbriche milanesi. L'azione di questi gruppi operai, già abituati a lottare duramente assieme sul luogo di lavoro può rilanciare le lotte di quartiere, portandole al livello che le competono, perché tutte le remore sociali che finora si sono frapposte all'estendersi di una coscienza proletaria di quartiere verrebbero superate. I proletari gestirebbero in prima persona anche queste lotte che come si è visto sono essenziali, perché man mano che lo sfruttamento capitalistico diventa totale, altrettanto totale deve essere la risposta.



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