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Lotta di fabbrica e lotta di quartiere - seconda parte

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Lotta di fabbrica e lotta di quartiere
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LOTTE DI CLASSE E LOTTE DI QUARTIERE (tratto da "Lutte de classe" del giugno 1974 - Bollettino del G.L.A.T.)

Osservazioni su le "Note sulle lotte di quartiere".

Questo testo si distingue per un tentativo di dare un fondamento teorico ad una problematica che è generalmente affrontata a livello del puro empirismo. Disgraziatamente, questo tentativo non resiste ad un esame, anche se superficiale.

Sbarazziamoci prima di tutto dei problemi che non sono realmente legati alla questione in esame.

1) Le lotte di quartiere propriamente dette non hanno niente a che vedere con la costituzione di collegamenti interfabbriche in una data zona territoriale.

Un tale organismo può estendersi ad una regione, ad una città, o limitarsi ad un quartiere o ad una strada: questa è una questione tattica da risolvere nella realtà, e che non risente delle condizioni dell'estrazione del plusvalore o del funzionamento del mercato capitalistico. Altrimenti, l'unico coordinamento possibile sarebbe quello mondiale, poiché il mondo è il solo quadro entro cui il capitale funziona realmente. E' quindi chiaro che fino al rovesciamento del capitalismo tutti gli organismi di lotta che potranno costituirsi non saranno che a competenza territoriale limitata, per delle ragioni materiali molto evidenti. Pertanto un organismo che si trova — accidentalmente — ad avere una competenza limitata ad un quartiere non sarà un organismo di lotta di quartiere, se la sua attività di coordinamento si esercita verso le lotte portate nelle fabbriche del detto quartiere.

2) Allo stesso modo l'autore non fa che seminare confusione quando tratta il caso limite ove il luogo di produzione coincide con quello di abitazione. E' allora molto evidente che riunirsi e lottare sui luoghi di lavoro o nel "quartiere" è un unica e medesima cosa. E' illogico estendere questo caso molto particolare alla situazione generale ove il luogo di abitazione e quello di lavoro non coincidono minimamente.

Più serio, a prima vista, appariva l'argomentazione secondo la quale la monopolizzazione del mercato degli alloggi — particolarmente per l'intervento dello stato — avrebbe per effetto di modificare le condizioni di estrazione del plusvalore. Essendo questa effettuata, almeno in parte, sui luoghi di abitazione dei lavoratori, non converrebbe loro opporvisi lì come fanno a livello di fabbrica? Ma l'analogia non regge per nulla.

E' vero che a breve termine il tasso di sfruttamento è determinato dall'insieme di tre variabili: produttività del lavoro, salari e prezzo delle merci consumate dai lavoratori.(1) Ma di queste tre variabili, solo le prime due sono fondamentali essendo la terza un fattore determinato dal processo di conversione del valore in prezzo di produzione. Questo processo non subisce che leggere modifiche, e non un mutamento radicale per via della monopolizzazione, sia essa pubblica che privata, di larghi settori dell'economia. Con o senza concorrenza in seno ad ogni branca di industrie, il perseguimento della valorizzazione del capitale implica la perequazione del tasso di profitto, e lo stato non può sottrarvisi, alla lunga, alla pari di un capitalista individuale, sotto pena di vedere bloccata l'accumulazione. Il monopolio permette entro limiti ben definiti, di assicurarsi un superprofitto a scapito degli altri capitalisti, questo non autorizza minimamente il suo fortunato titolare a sottrarsi alla legge del valore. Tutto quello che segue non fa che spiegare la subordinazione fondamentale della sfera della circolazione a quella della produzione, pietra angolare della lotta proletaria. E' in effetti la piccola borghesia che mette perpetuamente le sue speranze nella tassazione dei prezzi, il credito gratuito, e in altri miracoli circolatori, che il proletariato non condivide se non in maniera del tutto eccezionale e unicamente nella misura in cui non è libero dalle influenze piccolo borghesi. E' dunque con soddisfazione che veniamo a conoscenza che le leggi storiche si sono verificate anche a Milano, e che tutti i tentativi di far nascere delle lotte di quartiere sulla questione degli alloggi si sono chiuse con un insuccesso altisonante.

Si osserverà del resto che l'autore su questo punto si contraddice in modo lampante e che il suo testo rappresenta anche per lui una confutazione. In principio l'autore ci informa che il proletariato, con gran danno di Engels, non ha tralasciato di condurre a Milano, come altrove le lotte più eroiche sulla questione degli alloggi, dopo di che, non solamente l'autore mostra che questo non è niente, ma continua e spiega perché non avrebbe potuto essere che così.

Il richiamo al puro volontarismo per superare questa contraddizione non fa che sottolineare l'incapacità di analizzare i rapporti sociali reali. No, caro compagno, non dipende minimamente dal tuo intervento che i proletari "possano e debbano essere riuniti" affinché "si formi e si consolidi la loro coscienza di classe". Tutti questi buoni risultati, certamente molto desiderabili, solo l'azione del capitale è capace di ottenerli essendo il ruolo dei militanti sensibilmente più modesto. Conviene dunque domandarsi in quali condizioni l'azione del capitale ha l'effetto di costituire il proletariato in classe e di sviluppare la sua "coscienza". Porre questa questione è già come darvi una risposta. E' chiaro che è esclusivamente nei luoghi di produzione che il capitale si vede costretto a riunire i proletari ed a organizzare lui stesso la cooperazione su vasta scala. In qualsiasi altro luogo — e i numerosi esempi citati nel testo non fanno che illustrare questa realtà — il capitale organizza la dispersione e l'isolamento dei lavoratori, con una irresistibile forza alla quale un pugno di militanti difficilmente potrebbe opporsi. L'assenza di qualsiasi lotta reale sul piano del quartiere — a dispetto degli innumerevoli gruppi che si sforzano di provocarle — è dunque altrettanto poco sorprendente quanto l'esistenza — anche in mancanza di ogni agitazione artificiale — della lotta operaia nella fabbrica.

E' dunque falso, malgrado le apparenze, che il proletariato quando lo si trova nei quartieri sia lo stesso di quello che lotta nelle fabbriche. Senza dubbio, gli individui sono gli stessi fisicamente, ma essi non hanno la qualità di proletari se non nella produzione. Usciti da questa, niente li distingue dai piccolo borghesi assieme ai quali vivono nei grandi complessi urbani, ed è per questo motivo che si comportano esattamente come loro, sul piano dell'abitazione, con grande dispersione degli extra-parlamentari. Da notare del resto, che non è esatto che gli alloggi siano attribuiti sulla base di classe: lo sono in funzione del reddito, il che non è la stessa cosa.

Si può ugualmente affrontare la questione sotto un altro punto di vista, domandandosi di quali armi i proletari dispongano per raggiungere i loro obiettivi immediati. A livello della fabbrica la risposta non pone dubbi: quello che limita lo sfruttamento è il rifiuto collettivo di vendere la forza-lavoro, o le restrizioni opposte al suo suo. Ma a livello del quartiere? Nel testo questo problema non è neppure sfiorato, altrimenti la discussione ne verrebbe facilitata.

E' necessario dunque riferirsi a qualche esempio sfuggito all'attenzione dell'autore. Sembrerebbe che l'arma principale sia lo sciopero degli affitti, vecchio serpente di mare che il faro girevole della crisi del capitalismo riporta periodicamente sulla riva. Ma chi non vede immediatamente che un reale sciopero degli affitti comporta, in maniera quasi automatica, lo scontro con l'apparato dello stato, o per meglio dire una situazione come minimo pre-rivoluzionaria, che non sembra essere, fino a prova contraria, quella in cui ci si trova attualmente? E chi non vede d'altra parte che non esiste alcun aumento dell'affitto (come, del resto, nessun aumento di un prezzo qualsiasi) che non possa essere immediatamente compensato con un aumento sufficiente dei salari, che la classe operaia è capace d'imporre senza uscire dalla produzione e senza avere da risolvere gli incredibili problemi di organizzazione che l'autore del testo vuole ad ogni costo farle assumere? Si credono gli operai sufficientemente idioti per andare a cercare un maglio quando si tratta al massimo di rompere una nocciola? Il proletariato si pone i problemi che è capace di risolvere essendo di una naturale pigrizia, cerca di farlo con la minima spesa, e nella maniera più semplice.

Essendo così, esistono altri mezzi per agire a livello del quartiere? Li si conoscono troppo: petizioni, manifestazioni di ogni genere, tutta la panoplia del perfetto piccolo riformista, della quale il testo mostra chiaramente la totale irrimediabile inefficacia. Resta da capire che questa inefficacia non è occasionale ma necessaria, poiché prende forza dai rapporti sociali che implica questo genere di attività.

Quello che fa la forza del proletariato nei luoghi di produzione, è che da una parte la lotta risulta dalle condizioni materiali create dal capitale, e dall'altra ha per scopo di sviluppare nel mezzo del proletariato dei nuovi rapporti sociali, tendenti al comunismo (la famosa autonomia). Niente di questo è vero a livello del quartiere: le condizioni materiali sono fortemente sfavorevoli ad una qualsiasi azione collettiva, e il genere di attività che può eventualmente avere luogo non ha per scopo di sviluppare l'autonomia proletaria, ma al contrario di mettere i proletari atomizzati al rimorchio della piccola borghesia, che si trova come un pesce nell'acqua, poiché è evidentemente assente dalle lotte nella produzione. La relazione, molto nota, tra l'agitazione populista a livello di quartiere e l'elettoralismo(2) non è il frutto del caso o di una orientazione erronea, ma il fedele riflesso della natura di classe di questa attività, che non ha niente di proletario.

Inutile dunque per il proletariato sprecare il suo tempo e le sue energie per inventare dei metodi inediti di agitazione e di lotta nei quartieri. Non è che in fase avanzata della crisi rivoluzionaria che la lotta può o deve oltrepassare le fabbriche per approdare nell'insieme dello spazio sociale. E in quel momento però non si tratterà né di alloggi né di affitti, ma di ben altre cose. In queste condizioni parlare di "lotte rivoluzionariamente vittoriose" può avere un senso. Parlare, come fa il testo, a proposito di non si sa quale agitazione riformista, è precisamente infischiarsene del mondo.

LOTTE DI FABBRICA E LOTTE DI QUARTIERE

Risposta a "Lutte de classe" preparate da alcuni compagni del CCRAP.

Premessa: Stato e capitale nella questione delle abitazioni.

Ci sembra opportuno sbarazzare la discussione da un fraintendimento di fondo; secondo noi l'intervento dello stato nell'edilizia non è tanto teso alla costituzione di un suo monopolio in questo settore, né a realizzare un suo immediato profitto in quanto imprenditore, quanto a fungere da regolatore del mercato edilizio e da programmatore della struttura urbana nel senso di controllo politico e militare della metropoli.

Il persistere di un'insubordinazione di classe ha reso difficile al capitale il riequilibrio del costo della forza-lavoro rispetto al saggio di profitto. Si tratta, per il capitale, di far fronte ai nuovi costi con nuovi meccanismi di produzione e di gestione. Nello specifico dei quartieri e dei consumi il problema è di creare canali sicuri di andata-merci ritorno-denaro che evitino una eccessiva dispersione; perciò si modificano le produzioni che divengono sempre più livellate, sempre più concentrate, sempre più industrializzate (sparizione delle produzioni artigianali, controllo delle piccole fabbriche), e si modificano i mercati (estensione dei supermercati, razionalizzazione della vendita al dettaglio).

E' interesse dei gruppi capitalistici più avanzati gestire direttamente il mercato dell'edilizia, razionalizzando il settore per ottenere un flusso considerevole e costante di fondi di finanziamento: le finanziarie dei grandi gruppi, come la Gabetti per la Fiat, sono preposte a questo.

In questi ultimi tre anni il processo di concentrazione è proseguito, portando alla formazione di un mercato oligopolistico nel settore delle abitazioni. Due le conseguenze primarie di questo processo: il primo è l'aumento del canone medio di affitto, in certi casi più del 100%, che viene a incidere nelle nuove locazioni per il 40-50% sul salario operaio, da qui la difficoltà a pagare l'affitto, le conseguenti auto-riduzioni o scioperi dell'affitto e quindi gli sfratti; il secondo, legato alla meccanica della concentrazione è la diminuzione dei piccoli e medi proprietari di alloggi che porta anch'essa ad un notevole aumento degli affitti e degli sfratti.

L'aumento del canone avviene nonostante il blocco degli affitti (legge che impedisce al padrone di casa di maggiorare l'affitto agli inquilini con reddito inferiore ai 4.000.000 annui; iniziata nel 1948 è stata a più riprese prorogata, l'ultima volta fino alla fine del 74); infatti il padrone beffa la legge o aumentando le spese di amministrazione (portineria, riscaldamento, pulizie, ecc.) o, aumentando il canone nel caso che un nuovo inquilino subentri a uno che lasci l'appartamento. Il meccanismo della concentrazione avviene con la compera in blocco, da parte della immobiliare di vecchi palazzi che ammoderna, per poi vendere in modo frazionato gli appartamenti rinnovati. Non sempre, naturalmente, i vecchi inquilini sono in grado di acquistare l'appartamento, da qui lo sfratto; la nuova abitazione sarà senza dubbio più costosa della precedente; oppure accettano di comprarlo e in tal caso, ne divengono i padroni in 20 o 30 anni, anche in questo caso il canone di riscatto sarà aumentato rispetto al canone d'affitto.

Nei casi più clamorosi le immobiliari sventrano e smembrano interi quartieri centrali, espellendone i proletari verso zone periferiche della metropoli, causando forti disagi e costi dei trasporti.

Lo stato, inteso nella sua funzione di razionalizzatore e difensore dell'interesse complessivo del capitale, tende a programmare le condizioni entro le quali la forza lavoro si riproduce, in specifico l'organizzazione urbana.

Ma la sua funzione di mediazione e di cuscinetto è stata impedita e rallentata sia dal persistere di lotte proletarie, sia dalla conseguente crisi amplificata dallo scontro tra gruppi capitalistici (va chiarito che per gruppi capitalistici non intendiamo solamente quelli privati di tipo classico, ma anche le imprese a capitale pubblico strettamente intrecciate con l'amministrazione stessa dello stato, la classe politica e il clientelismo parlamentare). Questa lotta interna è sempre più accesa e senza sbocchi immediati, e costringe lo stato a dirottare i fondi destinati inizialmente a riforme (come quella della casa, per es.); a funzioni di controllo amministrativo e militare, (per es. finanziamento di gruppi capitalistici, aumento degli organici di P.S. e C.C., finanziamento dei partiti parlamentari ecc.).

Per quanto riguarda l'idea che lo sciopero dell'affitto comporti un immediato scontro militare, va rilevato che l'estensione di questa forma di lotta nei quartieri popolari di Milano gioca tutta sulla funzione di cuscinetto dello stato, con tutte le ambiguità che questa comporta in chiave democraticista, ma anche con chiara dimostrazione della capacità proletaria di seguire con intelligenza la linea di minor resistenza al capitale.

Per concludere, in questi i ultimi anni è stata bloccata la costruzione di case popolari da parte dello stato, con conseguente diminuzione complessiva di offerta sul mercato di alloggi a costo sopportabile dai proletari; da parte privata, invece, la tendenza è a costruire alloggi di lusso, a concentrare nelle proprie mani il mercato, e a tenere sfitti numerosi appartamenti per fare ulteriormente lievitare i prezzi (40.000 solo a Milano). Queste tendenze ricadono sul proletariato nella difficoltà a trovare casa, nella sua espulsione alla periferia metropolitana, nell'aumento del costo degli affitti. Effettivamente l'articolo da voi criticato poteva sembrare legato ad un'ipotesi di monopolizzazione, nel senso classico, da parte dello stato nel mercato delle abitazioni e in questo senso poteva provocare degli equivoci; quello che il compagno voleva sottolineare era il passaggio da un mercato libero, estrema frammentazione dei proprietari di alloggi, ad un mercato condizionato o rigido, diviso tra stato da una parte (case popolari i basso costo) , ed oligopoli (case di lusso e costose) dall'altro, entro il quale i proletari non hanno molta libertà di scelta.

CLASSE E STRATI DI CLASSI

Un altro punto che poteva essere ambiguo era l'ipotesi prospettata dal compagno della creazione di organismi autonomi di quartiere determinati da una sorta di volontarismo soggettivo, derivante dalla sua precedente esperienza nell'Unione Inquilini. In realtà, al di là di valutazioni tattiche che si sono dimostrate non del tutto esatte, c'era nell'articolo un'idea sostanzialmente giusta e cioè che avrebbe continuato ad esistere e si sarebbe sviluppato un movimento reale di lotta sul terreno dei consumi, che avrebbe posto il problema di creare livelli organizzativi funzionali a questo scontro. E' infatti la necessità del capitale di ristrutturarsi a fornire le condizioni reali e oggettive allo sviluppo del movimento di queste lotte.

Sostanzialmente, sono due le forme di lotta attuate nei quartieri.

1) Lo sciopero dell'affitto o la sua autoriduzione.

Il soggetto che pratica questa forma di lotta è generalmente l'abitante dei quartieri di abitazioni popolari; da un punto di vista di classe comprende operai delle industrie e impiegati (statali e non) a bassi livelli, cioè la frangia inferiore del ceto medio, e infine settori marginali (artigiani, venditori ambulanti).

2) Occupazioni di case, condotte in modo singolo o collettivo o di massa.

Investe o chi è completamente privo di casa, proletari che per la recente immigrazione finiscono nei centri sfrattati o coabitano con altre famiglie (emarginati sociali); oppure operai dell'industria che abitano nelle fatiscenti cascine della periferia di Milano, o che sono sfrattati perché non riescono più a pagare l'affitto.

Queste lotte si sono sviluppate ed hanno assunto via via un carattere di vero e proprio movimento, che, seppur non investe in "forma pura" solo il proletariato, pone a questo tutta una serie di problemi teorici ed organizzativi. Si tratta, nel valutare questo tipo di movimento, non di farne una generica descrizione sociologica, ma di vederlo dal punto di vista deciso e determinato dall'interesse proletario. Quindi il problema non è che la lotta serva solo al proletariato, bensì che sia per esso un momento di crescita se poi un movimento storico provoca una aggregazione di altri strati di classi questo è positivo o negativo a seconda degli interessi operai e anche della situazione specifica.

L'autonomia proletaria non è una serie di principi più o meno giusti, ma un rapporto di forza che il proletariato riesce a stabilire a partire dalla anche minima comprensione del suo stato di antagonismo con il capitale.



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