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Lotta di fabbrica e lotta di quartiere - terza parte

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Lotta di fabbrica e lotta di quartiere
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IL RAPPORTO TRA PROLETARIO-PRODUTTORE E IL PROLETARIO-CONSUMATORE

E' chiaro che la lotta di classe vede come principale e fondamentale terreno di scontro quello della fabbrica, tuttavia questo non implica che debba essere il solo, sia in periodo in cui lo scontro di classe è aperto e generalizzato, che quando appare in forma locale e frammentaria. Riteniamo infatti che la famosa "coscienza di classe" che il proletariato acquisisce nella lotta di fabbrica non scompaia negli altri momenti della sua vita e che al contrario emerga anche nelle diverse occasioni di scontro con il capitale. Infatti i proletari non sono pura funzione della produzione ma, lottando, creano strutture materiali ed intellettuali che permettono uno sviluppo della lotta non necessariamente legato allo sviluppo della produzione.

Ciò che forma la "coscienza di classe" non è solo lo sfruttamento nella produzione (processi e metodi di lavoro) ma anche la valutazione che il proletariato fa della sua passibilità di vivere col salario percepito, o meglio con tutto l'insieme dei mezzi nei quali crede di poter contare per mantenere la propria vita nei livelli che reputa opportuni (non si vuole ora offrire un giudizio del valore su codesti livelli: quanto di questi siano reali e quanto parte dell'ideologia dominante). E' chiaro che due operai dello stesso reparto possono valutare diversamente l'identico salario a seconda della condizione familiare (numero dei figli, moglie che lavora o meno), di possibili fonti di reddito esterne al lavoro (proprietà di una casa, di un pezzo di terra, attività lavorative esterne), dei rapporti sociali costruiti (maggiore o minore conoscenza della metropoli tra operaio locale ed immigrato, adattabilità psichica e fisica al lavoro, rapporti familiari ecc.), e ne consegue che la stessa richiesta di aumento di salario non soddisfa entrambi allo stesso modo di fronte ad un incremento dei prezzi.

A conforto di questa che potrebbe sembrare un'analisi sociologica e quindi priva di uno spessore di classe e di implicazioni organizzative, rimandiamo ai fatti di quest'anno: a fine febbraio, a seguito del decreto governativo sull'aumento della benzina, gli operai dell'Alfa Romeo e della Fiat a Torino scendevano spontaneamente in sciopero e portavano avanti, per più giorni, agitazioni che legavano i riferimenti della lotta per il contratto integrativo aziendale all'aumento del costo della vita. All'Alfa, nel mese successivo, le azioni operaie trovavano uno sbocco nell'appropriazione di viveri attuato, durante un corteo di sciopero, ai danni di un supermercato. Un'altra fabbrica che era anch'essa impegnata nella lotta per il contratto integrativo aziendale la SIT-Siemens, restava sostanzialmente esclusa da questo tipo di agitazione che tendeva a collegare fabbrica e quartiere. La composizione del proletariato-Alfa è per la massima parte d'immigrati meridionali con scarsi appoggi nella metropoli; la composizione di classe del proletariato-Siemens è al 50% di donne (che sostanzialmente aggiungono il loro salario o come mogli o come figlie, ad altri già percepiti nelle loro famiglie), e la presenza di meridionali di recente immigrazione è scarsa: ci si spiega allora perché sia stata l'Alfa a portare avanti quelle lotte in quel modo e non la Siemens. Con questo si vuole affermare che la dispersione e l'isolamento dei lavoratori che "il capitale organizza nei quartieri con forza irresistibile" si ripercuote poi all'interno delle fabbriche con coscienza e comportamenti differenti nelle lotte dei reparti e tra le differenti fabbriche. Non è dunque sufficiente per gli operai trovarsi riuniti e coordinati dal lavoro nei luoghi di produzione, quando sono divisi, oltre che dalle mansioni e categorie, anche da situazioni sociali differenti che li induce a valutare diversamente l'entità e la funzione del salario.

Ci sembra, invece, che sempre più la valutazione dei livelli di vita delle condizioni sociali di abitazione, del cibo, dei trasporti, dei rapporti all'interno dei quartieri ecc., si affiancheranno a quelle sullo sfruttamento, sulle condizioni di lavoro, sulle mansioni ecc. nella pratica delle lotte proletarie, nel senso che le lotte di fabbrica potranno partire dallo spunto delle necessità di quartiere e le lotte nei quartieri legarsi e intrecciarsi a quelle delle fabbriche (i sindacati subodorato il pericolo tentano di prevenirlo introducendo nelle piattaforme rivendicative di fabbrica punti riguardanti i costi sociali, es. dell'ultimo contratto integrativo aziendale la quota padronale interfabbriche per la costituzione di asili di zona, o dei consorzi per il trasporto dei pendolari).

Più che giudicare il proletariato fuori di fabbrica agire con comportamenti del "consumatore", al pari di altri strati subalterni, e sparare bordate fuori bersaglio è più esatto spostare il tiro e considerare il proletariato nel quartiere (casa, prezzi, rapporti sociali, ecc.) come subente la propria riproduzione di proletario-produttore; il bersaglio sarà allora tendere ad unificare politicamente e organizzativamente i comportamenti sostanzialmente eversivi nella fabbrica con quelli che si scoprono via via nei quartieri. Ci sembra che sia funzionale al capitale la divisione del proletariato non solo in strati ma anche in ruoli, l'uno di proletario-produttore sfruttato e bistrattato in fabbrica, l'altro di proletario-riproduttore di se stesso tutto teso all'integrazione e all'abbandono nelle molli braccia del consumo; funzionale anche nel senso che teorie di tal fatto hanno fornito la giustificazione a tutti i comportamenti organizzativi che hanno teso a coagulare la classe all'esterno delle sue effettive pratiche di lotta.

Invece, come abbiamo già accennato, è lo stesso movimento del capitale a creare le condizioni perché questa unità tra i due momenti della vita dei proletari avvenga, perché la ricomposizione dei ruoli possa verificarsi. Se fino ad ora questa linea storica ha progredito soprattutto sul punto concreto della casa vi sono accenni, a livello di lotte, perché si consolidi e si estenda a livello complessivo dei prezzi e dei servizi sociali.

Ad una organizzazione sociale (fabbrica-metropoli) sempre più totale, pianificata, coordinata che scende nei più riposti momenti della vita quotidiana e lascia sempre meno spazi personali di recupero, è logico ed inevitabile contrapporre lotte sempre più complessive.

VOLONTARISMO E RIFORMISMO

Reali dunque, non volontaristiche, le condizioni dell'intervento nei quartieri. Altra cosa il privilegiare o addirittura esclusivizzare l'azione organizzativa nel quartiere rispetto alla fabbrica. Questo sostanzialmente hanno fatto i "gruppi" in questi anni: la loro pratica effettiva al di là di ogni possibile verniciatura ideologica è stata il quartierismo, nelle sue articolazioni di studentismo, antifascismo militante e di sindacalismo d'alloggi.

Cavalcando l'onda delle lotte studentesche del '68-69, i gruppi la dirigevano prima verso le fabbriche per portare la teoria e l'organizzazione "rivoluzionaria", poi, quando di fronte alle difficoltà politiche quest'onda si infrangeva davanti ai cancelli sui marciapiedi delle fabbriche, guidavano il riflusso nei quartieri dove si ritrovarono a riempire il vuoto politico lasciato dal riformismo parlamentare. Il flusso-riflusso non fu tanto determinato da scelte teoriche, da valutazioni tattiche, quanto dalla stessa origine sociale degli studenti che li spinge ad intervenire in forme assistenziali-educative mutuate spesso dalle pratiche parrocchiali.

Questo "nuovo corso" dei gruppi ha prodotto una singolare figura di militante, il quartierista nelle sue due varianti base; a) il sindacalista degli alloggi, difensore degli oppressi e diffusore della buona novella; b) l'antifascista militante, che su questo ruolo specifico si struttura in servizio d'ordine. In entrambi i casi al di là dell'utilità a volte indubbia, che possono avere certe attività, è l'organizzazione "complessiva", precostituita, che determina l'attività e non viceversa.

Ridicolo e penoso il marasma e la confusione ideologica che caratterizza frange di militanza studentista-piccolo borghese, e che la porta da una parte a mascherare le vesti eroiche, guevariste l'attività politica e che la conduce ad affrontare con la lancia di Don Chisciotte i battaglioni di P.S. armati fino ai denti; dall'altra a identificare sostanzialmente la teoria con una nuova religione, collegandosi così con la vecchia pratica di cattolici praticanti (tanti di loro), organizzati nelle strutture giovanili religiose pre-sessantottesche. Se si osserva poi che un militante gruppettaro, quando è calato nel suo ruolo di quadro dell'organizzazione perde ogni naturalezza e spontaneità nel rapporto con i compagni e con i proletari, la sua alienazione si completa.

Da parte riformista parlamentare va rilevato un tentativo di estendere il proprio potere attraverso il controllo di organi come lo IACP, sostenendo che questo sarebbe una vittoria operaia. Nella loro corsa alla conquista di una fetta maggiore di potere, i riformisti (PCI, PSI e Sindacati) e i neo-riformisti li appoggiano (gruppi "extra"-parlamentari) vedono nella "gestione democratica" dello IACP un passo avanti verso il controllo totale della classe operaia e la partecipazione al potere. E' chiaro quindi che l'azione diretta e di massa dei proletari sui propri interessi materiali è, oltre che un attacco al capitale, una critica pratica dell'impotenza dei riformisti anche nella difesa degli interessi immediati di classe, dato che dimostra che si possono ottenere risultati maggiori con la propria azione autonoma più che rivolgendosi a questo e a quel partito.

TENDENZE ATTUALI

Con le misure anti-"crisi" di questi ultimi due anni le condizioni per le lotte di quartiere, oltre a quelle di fabbrica, si sono accentuate. Risultato primo, il Movimento di occupazione di case, che da gennaio a maggio ha interessato parecchie città italiana, Roma, Napoli, Genova, Milano.

Il MdO non ha raggiunto il suo obiettivo materiale, la casa (c'è stato solo un decreto legge per l'edilizia), ma non per questo ha esaurito il suo potenziale di lotta e le sue problematiche. Nel suo svolgersi, il MdO ha macinato vecchie ipotesi organizzative, da una parte; dall'altra, ha mostrato che il proletariato non è disposto a subire i provvedimenti anti-"crisi" senza reagire; esso esiste, sopito, come il fuoco sotto le ceneri.

Esaminiamo, per cenni, i due aspetti: le ipotesi organizzative delle varie forze politiche e i caratteri reali del movimento.

Per primo, il panorama della sinistra si è modificato adeguandosi alle mutate condizioni. Dal punto di vista sindacale:

1) Il SUNIA (sindacato unitario nazionale inquilini e assegnatari), formato dalle tre confederazioni sindacali, è per una "piatta" osservanza delle leggi; le lotte equivalgono ad applicazioni delle leggi esistenti, l'obiettivo "equo-canone" si raggiunge con petizioni e con la presenza in Parlamento dei partiti.

Dalla FIM, a Milano, si è formato un para-sindacato che si pone come coordinatore delle lotte future e come fornitore di clientele gruppettare. Cioè, con grande acume, si pone il compito di assorbire le possibilità di mobilitazione dei gruppi, che dal canto loro non si aspettavano altro. Per questo infatti il più grosso problema è creare collegamenti sicuri con i sindacati, che a loro volta dovrebbero trascinarseli al tavolo delle trattative col potere: la "maturità politica" di questi signori li porta ad avere le visioni e ad una impotenza assoluta. Anche i gruppi hanno formato un intergruppi-case; l'UI si è spaccata, parte fagocitata da AO, parte rimasta alla vecchia guardia, rigidamente dedita ai quartieri: prima rompono, poi si pongono il problema di unificarsi.

2) A livello dei partiti parlamentari vi è l'iniziativa di far sorgere comitati di quartiere, che sostanzialmente hanno due scopi: fornire loro clientele (qui il cenno di GLAT al rapporto tra agitazione populista ed elettoralismo trova la sua conferma) con una serie di consigli agli inquilini e con la pratica effettiva di tenere assemblee su temi di partito (referendum, ecc.) poi, impegnare in una "pratica sociale" i loro giovani, altrimenti preda dei gruppi.

Rileviamo il diverso atteggiamento tra il primo modo di operare e il secondo; quest'ultimo è di breve respiro strategico, è il primo che si inserisce in quella che è la tendenza storica imposta dallo sviluppo delle lotte proletarie: la formazione di "partiti reali", o aggregazioni reali — come il partito-Sindacato, il partito-Confindustria, il partito-Banca d'Italia — mentre i partiti parlamentari sono sempre più svuotati dalle loro funzioni di legislatori. Lo svolgersi dell'autonomia di classe costringe le forze in campo ad assumere forme sempre più aderenti a quella del movimento delle cose reali: il Parlamento è sublimato, la nuova forma di gestione sociale è quella che si svolge tra le grandi aggregazioni sociali (l'ultima "crisi" di governo ne è la dimostrazione).

Per il secondo aspetto, i comportamenti della classe, ci sentiamo di affermare che, come tutti i movimenti, anche quello di occupazione di case ha generalizzato esperienza di lotta a uno strato di classe numeroso, che ora si è formato un riferimento, una pratica diretta alla quale richiamarsi; la premessa per una ripresa delle lotte esistono, ma si può prevedere che le forme di lotta e di organizzazione saranno diverse (i gruppi, dopo la batosta politica subita nel MdO non se la sentiranno di stimolare lotte di quel tipo, e i proletari non saranno, dal canto loro, disposti a mettersi nelle mani delle "intelligenze politiche" gruppettare; l'esempio di un centro sfrattati, che l'anno passato decideva di occupare rifiutando i gruppi dopo esperienze condotte con questi negli anni precedenti, è illuminante). Non è dunque, per il proletariato, spreco di tempo e di energie inventare dei metodi inediti di agitazione e di lotta nei quartieri, bensì una necessità concreta.

Per finire, la concentrazione oligopolistica e le misure di ristrutturazione creano un buco nel tessuto sociale dell'organizzazione capitalistica, del quale capitale e sindacato cercano di ricucire la trama. Quando l'opera di concentrazione sarà terminata e il tasso di profitto perequato, anche gli affitti saranno tornati "sopportabili", ma nel frattempo i prezzi e gli affitti aumentano e non sono sempre compensati da un immediato aumento dei salari. Il famoso livello di sussistenza la classe se lo conquista anche nei quartieri, ma non è solo questo il suo obiettivo, e finché il buco non è ricucito dentro questo può passare nuova esperienza proletaria.

POST SCRIPTUM: L'AUTONOMIA PROLETARIA E LA FORZA LAVORO

Parlando di organismi autonomi c'è sempre il rischio di identificarli solo con "organismi di fabbrica", questo equivoco è tanto più possibile quando, come è avvenuto in Italia, l'autonomia organizzata è nata e si è sviluppata a partire da un'analisi critica che organismi "interni" di fabbrica hanno condotto ai gruppi "esterni", prima; con un'effettiva e distinta pratica politica ed organizzativa poi.

Questa impostazione corre il rischio di restare fonte di equivoci almeno per qualche tempo, soprattutto fino a quando, all'interno di quella che chiamiamo "area dell'autonomia", non si sarà risolto il problema del rapporto con quei compagni che, venendo da esperienze di gruppo o di troncone di gruppo, tendono a riprodurre strutture e metodi di lavoro e di organizzazioni tipiche dell'ipotesi dirigista e gerarchica.

Per "esterno" e "interno" intendiamo esterno e interno ad una situazione di classe non semplicemente esterno o interno al lavoro in una fabbrica; non si tratta quindi di contrapporsi ai gruppi, "esterni" alla lotta di classe, con il fabbrichismo, ma di costruire una presenza diretta e reale in ogni luogo dove esiste antagonismo tra capitale e forza-lavoro. Il compito dunque è quello di cogliere la complessità dei processi di formazione, di riproduzione ed aggregazione della forza-lavoro attraverso il mutarsi ed il rinnovarsi delle produzioni e dei processi produttivi. Il problema è, insomma, quello di non riprodurre, cambiandolo di segno, il processo di organizzazione capitalistica (grande fabbrica come centro e intorno il resto della società), ma di ripercorrere i processi di formazione della forza-lavoro, di seguirne i movimenti, di comprenderne l'impatto contro le strutture produttive. Solo così assume un senso concreto la comprensione della natura contraddittoria del proletariato, ad un tempo funzione subalterna della produzione capitalistica e sua negazione.

Due, fondamentalmente, ci sembrano essere gli aspetti di questo problema: il primo riguardante il processo produttivo, comprende il lavoro di fabbrica accanto a questo, tutta una serie di lavori marginali o sublavori; il secondo riguardante il processo complessivo del capitale e della produzione coinvolge, nel lungo periodo, la formazione della classe tutta.

Rispetto al primo punto, nei lavori marginali (lavoro nero, lavoro clandestino stagionalità, contratti a termine, lavoro a domicilio, part-time) si comprende il ruolo di vasti strati proletari, semiemarginati e purtuttavia essenziali per il processo di accumulazione. La stessa grande fabbrica appare, nella sua natura di polo dell'estrazione del plus-valore, integrata profondamente nella rete produttiva e non contrapposta a mille forme di sfruttamento, apparentemente arretrate ma ad essa funzionali.

L'esperienza del movimento operaio dei paesi a capitalismo maturo vede come figura estremamente importante, quella del proletario "marginale", che copre tutto un arco di mansioni (stagionalità apprendistato, lavoro a domicilio, ecc.) estremamente mobili ed intercambiabili e che "segue" il lavoro lungo le vie di comunicazione prodotte dallo sviluppo industriale. Questo settore di classe ha prodotto e produce forme di organizzazione funzionali alle contraddizioni specifiche che vive (gli IWW nei primi decenni del secolo sono stati l'esempio più evidente di questa affermazione). Ma anche gli anni '60 e '70 hanno visto l'emergere di lotte dei proletari marginali (i neri d'America, vasti settori dì emigrazione in Europa) con loro caratteristiche.

Ridurre quindi l'organizzazione possibile di classe ai gruppi autonomi di fabbrica significa sottovalutare le articolazioni reali del movimento operaio, ridurre alla figura di operaio-produttore il proletario, senza coglierne la natura di forza-lavoro non necessariamente legata al lavoro fisico e a rapporti stabili. C'è insomma il rischio di cadere in una concezione consiliare (l'operaio-produttore che lotta nella sua fabbrica e lì dentro solo riorganizza) quando la lotta di classe pone il problema della ricomposizione dei vari settori del proletariato.

Per quanto riguarda il secondo punto, invece, c'è da notare che il quadro, entro il quale si svolge la lotta di classe in Italia oggi, è quello di un paese; ove il proletariato con la propria azione ha inciso profondamente nell'organizzazione del capitale: da qui la sua necessità di "ristrutturarsi" col modificare le produzioni (passaggio da produzioni attualmente traenti l'economia ad altre), e i sistemi o processi produttivi (per il controllo dell'effettivo dispiegarsi della forza lavoro). Così, il capitale, modificando il quadro entro il quale il proletariato si era dato livelli organizzativi efficienti, tenta di vanificarli e, mutando la composizione stessa della forza-lavoro, tenta di rompere la continuità organica tra un ciclo di lotte e il successivo. Esempi concreti di ristrutturazione: l'andata a sud dei capitali; il ciclo meccanico e il ciclo chimico l'assorbimento o il controllo delle piccole e medie fabbriche. Come tutto questo si ripercuoterà sui comportamenti e sulla composizione del proletariato?

(Queste ultime note non hanno alcuna pretesa di essere complessive, sono solo lo spunto per approfondire l'esame della situazione e hanno senza dubbio bisogno di una più lunga e profonda elaborazione).

Note complementari sulle lotte di quartiere e sulla composizione del proletariato.

(Risposta di "Lutte de classe" a "Lotta di fabbrica, lotta di quartiere" supplemento al n. 4 di "Collegamenti) .

Il problema fondamentale sollevato dal testo dei compagni del CCRAP (Lotta di fabbrica, lotta di quartiere) è quello della definizione dello sfruttamento. In effetti non è sufficiente riconoscere in modo empirico la priorità della lotta di fabbrica; è necessario infatti chiarire su che cosa si fonda questa priorità: vale a dire la natura di classe del proletariato.

Da parte nostra non possiamo accettare una definizione dello sfruttamento che parta dalla situazione individuale del lavoratore, definizione che porta logicamente a delle vaghe nozioni di oppressione o di "alienazione" applicabili a tutti quelli che non fanno parte della classe dominante (se non anche ai borghesi "alienati" nelle loro funzioni di capitalisti). Ci sembra scientifica la definizione di sfruttamento a partire dalla formazione di plus-valore tramite l'attività collettiva del proletariato, la qual cosa permette di vedere lo sfruttamento solo nel campo della produzione. Dobbiamo sottolineare che tale definizione di sfruttamento non è per niente limitata ai ritmi e ai modi di lavoro ma congloba anche l'altro aspetto del rapporto capitalista: la ripartizione del tempo di lavoro in tempo necessario (pagato) e in super-lavoro (non pagato). Questa ripartizione non esiste nei quartieri e fra i commercianti, ma solo nei luoghi di lavoro (contrariamente alle apparenze, secondo le quali i prezzi sono fissati dal mercato, questi ultimi sono invece determinati dai prezzi di produzione che a loro volta sono legati alla composizione del capitale e al tasso di sfruttamento che si stabilisce nella produzione). E' chiaro che la ripartizione in questione è un mezzo sociale e che le situazioni individuali restano differenti. Ma per l'azione di classe è il mezzo che conta e non delle situazioni individuali che non sono raffrontabili fra di loro e quindi non addizionabili in una unità comune. Ne consegue che noi analizziamo i processi rivoluzionari come la formazione di nuovi rapporti sociali nel proletariato e non come una accumulazione di stati di coscienza soggettivi che il proletario può portarsi dietro quando lascia la fabbrica (questo problema è sviluppato in "I rapporti sociali comunisti", "Lutte de classe" settembre-ottobre 1974).

Non possiamo quindi sottoscrivere la tesi secondo la quale il capitalismo unifica le condizioni di riproduzione della forza-lavoro alle condizioni generali della produzione capitalista. E' vero che le condizioni della riproduzione sono determinate da quelle della produzione (un testo a questo riguardo è in preparazione: cfr. "Lutte de classe" novembre 1974). Ma, per quanto ne sappiamo, la riproduzione (nutritiva, sessuale ecc.) continua ad andare avanti secondo metodi che non sono fondamentalmente cambiati dall'età della pietra e che non hanno niente a che vedere con quelli che esistono nelle fabbriche capitaliste. Mentre la produzione è socializzata all'estremo, la riproduzione, al contrario, è più che mai privatizzata e per questo incapace di dare luogo a rapporti sociali comunisti. Quindi concludiamo che le condizioni di vita del proletariato fuori dalla fabbrica non offrono nessun punto d'appoggio per una azione di classe contro il capitale e non possono che dare terreno a manovre riformiste (il resoconto delle occupazioni di Milano, pubblicato nel supplemento a "Collegamenti" n. 4, non va per niente contro questa affermazione).

Va da se che le rivendicazioni operaie sono alimentate dall'evoluzione del livello materiale di vita del proletariato e non solo delle condizioni di lavoro. Ma, oltre che dal livello di vita, come è stato detto prima, sono regolate anche dalla riuscita delle lotte di fabbrica, le uniche che forniscono una base materiale allo svolgimento dell'azione di classe del proletariato, per lo sviluppo di nuovi rapporti sociali del proletariato.

Non pensiamo che questa analisi sia invalidata dall'esistenza di settori "marginali" più o meno importanti nell'ambito della forza-lavoro. Qualsiasi sia l'importanza relativa di questi settori, il capitale è comunque caratterizzato dalla tendenza alla concentrazione, e quindi i grandi poli giocano più che mai un ruolo decisivo nella formazione di plus-valore. E' solamente nelle grandi concentrazioni operaie che possono svilupparsi i rapporti sociali caratteristici del proletariato; le forme ereditate dal passato (anche se sotto una vernice "modernità") non possono portare che a rapporti sociali di tipo arcaico.

L'ambiguità della situazione sociale italiana ci sembra dovuta, in buona parte, all'esistenza di molti settori arretrati che creano dei problemi particolari per il capitalismo ed anche alimentano le illusioni della possibilità di azioni operaie "non ortodosse". Questo appare chiaramente dal testo del CCRAP soprattutto quando riconoscono che l'attuale situazione degli alloggi è transitoria e che gli affitti finiranno per tornare "sopportabili" (è evidente, in effetti, che ciò che non è sopportabile non sarà sopportato, o dal capitale, o dalla classe operaia). E' sempre pericoloso determinare una tattica di lotta partendo da situazioni locali. Il problema della rivoluzione è mondiale e dipende, per la sua soluzione, dal comportamento del proletariato mondiale nel suo insieme. Le soluzioni nazionali sono sempre state l'anticamera del riformismo e della contro-rivoluzione.

Ci sembra poi basato su di un malinteso il tentativo di generalizzare la situazione italiana conglobando i neri americani e i lavoratori immigrati in Europa nella categoria dei "lavoratori marginali", categoria che comprende un po' di tutto. I lavoratori in causa, lungi dall'essere "marginali", forniscono, al contrario, un elemento essenziale di quello che forma oggi il cuore stesso del proletariato industriale: gli operai direttamente produttivi della grande industria taylorizzata. E' a questo titolo che sono chiamati a giocare un ruolo essenziale nel processo rivoluzionario e non perché forniscono anche il più grosso contingente dell'esercito di riserva industriale (disoccupati e lavoratori "marginali" in genere). E' vero, d'altra parte, che l'instabilità crescente della popolazione operaia (rotazione degli incarichi) crea dei problemi particolari per l'organizzazione di fabbrica e soprattutto per il mantenimento di collegamenti stabili. Ma non bisogna dimenticare che questa situazione presenta anche dei vantaggi importanti: gli operai sono sempre più intercambiabili e quindi poco importi che degli individui siano rimpiazzati da altri. In ogni caso è la situazione complessiva della fabbrica che è decisiva e i nuovi venuti fanno presto ad adottare il comportamento di coloro che rimpiazzano.

In complesso piuttosto che fissarsi su settori marginali della forza-lavoro ci sembra che l'analisi della composizione attuale di classe dovrebbe mettere in evidenza il ruolo cruciale della frazione centrale del proletariato, la sua importanza decisiva nello sviluppo della crisi del capitalismo e l'incapacità di quest'ultimo di distruggere questo "nucleo duro" della classe operaia, senza poterlo rimpiazzare nel suo ruolo di creatore di plus-valore. E' in questa direzione che noi contiamo di orientare il nostro lavoro sulle origini e l'evoluzione dell'attuale sistema di produzione.

7 novembre 1974

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