chicago86

Quale (e come) "unità sindacale"?

L'unità sindacale, intorno a cui i sindacati della collaborazione di classe non si stancano di chiacchierare per meglio nascondere come la sabotano, può essere solo il risultato di una lunga lotta di classe in cui le armi di ognuno degli avversari siano ben definite.

Le leggi economiche del capitalismo sono le armi più efficaci di cui dispongano i padroni, prima fra tutte la legge del valore che esige che la forza-lavoro dell'operaio sia pagata come qualunque altra merce, che la massa dei salariati sia divisa all'infinito mediante un pulviscolo di categorie professionali e di sottodivisioni all'interno di ognuna. L'arma dei salariati è invece l'organizzazione che nasce dalla concentrazione industriale e che permette loro di coalizzarsi, di scatenare scioperi improvvisi e massicci, di superare con la violenza e l'estensione di questi moti la divisione creata dal gioco della legge del valore. Perciò gli agenti del padronato mascherati da dirigenti sindacali incoraggiano la divisione in categorie, la molteplicità delle mercedi, le rivendicazioni diverse da un'azienda all'altra, mentre i militanti rivoluzionari lottano contro la gerarchia dei salari e per rivendicazioni uniformi, per movimenti estesi a più settori della produzione. Da un lato, la divisione fisica degli operai che è il portato naturale della società capitalistica e della funesta collaborazione fra sindacati e padronato; dall'altro, la lotta per l'unificazione POLITICA, condotta dall'avanguardia rivoluzionaria del proletariato.

Fra la tendenza unitaria che nasce spontaneamente dallo sfruttamento capitalistico e la concorrenza che le diverse categorie operaie si fanno tra di loro, l'elemento determinante che inclina il piatto della bilancia dalla parte dell'unità o da quella della divisione, è incontestabilmente l'organizzazione sindacale. Se questa è nelle mani di militanti rivoluzionari che difendono rivendicazioni interessanti l'insieme degli operai, se dà la precedenza assoluta alle rivendicazioni generali rispetto alle rivendicazioni di categoria, allora né la divisione organica dei sindacati, né le manovre padronali, possono incidere sul blocco compatto dei salariati. Se invece il sindacato è diretto da partiti che collaborano col capitale, se pone agli scioperi dei limiti di tempo e di spazio, se rinchiude le rivendicazioni nei confini della categoria o, peggio, dell'azienda, se aggrava la gerarchia salariale esistente proponendo essa stessa – come oggi fanno tutti i sindacati – nuove categorie, o nuovi premi per questa o quella categoria, allora la concorrenza fra operai si accentua e la divisione della classe operaia mette radici ancora più salde.

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Nato spontaneamente nel fuoco delle grandi lotte operaie del secolo scorso, il sindacato non ha mai cessato d'essere il campo di battaglia in cui queste due tendenze si affrontavano. Le categorie più qualificate, meglio retribuite, e quindi più accessibili ad una nefasta ideologia di collaborazione, alimentavano l'opportunismo sindacale e sabotavano le lotte generali per monopolizzare le poche briciole cadute dalla mensa dei padroni. Contro questo orientamento di riforma e di pacifismo sociale, che abbandonava al suo destino la massa delle categorie meno favorite e pregiudicava gli interessi generali della classe, il partito interveniva nell'attività sindacale per difendere appunto quelle categorie che, a loro volta, essendo le più combattive, le più coraggiose e le più generose, lo seguivano nella sua prospettiva rivoluzionaria.

In questa lotta, il compito dei comunisti era sempre chiaro, l'interesse delle grandi masse operaie evidente, la tattica proletaria non meno precisa. Smascherare l'opportunismo mostrando la sua incapacità di ottenere anche i risultati più modesti. Partecipare ad ogni azione effettiva per mostrare che i rivoluzionari non si disinteressano di nessuna rivendicazione operaia, nemmeno la più limitata, senza però nascondere mai che, nel quadro dei rapporti di produzione capitalistici, non v'è soluzione definitiva valida per il proletariato. Entrare nei sindacati, anche quelli diretti da traditori; ma per cacciarli. Appoggiare le azioni da essi scatenate; ma per rendere palese il loro tradimento. Lottare per l'unità sindacale; ma non al modo dei degeneri "riformisti" di oggi, che mendicano l'accordo coi lacchè del padrone (UIL, CISL) e ne sono sempre traditi e beffati, ma sfidando gli opportunisti a tradurre in pratica le loro promesse, e rivolgendosi, al disopra di loro, ai proletari che ne sono le vittime. Ecco che cosa facevano, nei sindacati, i comunisti degni di questo nome glorioso!

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Quest'epoca è passata da tempo. Il P.C.I. delle Botteghe Oscure non è più il partito della rivoluzione proletaria, ma quello della democrazia radicale e piccolo-borghese, e la CGIL, come la sua ombra, non sogna che la stabilità del regime parlamentare e democratico. L'uno e l'altra difendono la gerarchia dei salari, la frammentazione delle rivendicazioni immediate; vogliono prima di tutto "salvare la produzione"; strisciano ai piedi dei sindacati bianchi e gialli (il cui forcaiolismo si rivela tuttavia ogni giorno; basti ricordare il recentissimo esempio dello sciopero dei ferrovieri). Senza lotta di classe, diceva Marx, gli operai sono alla mercé della concorrenza reciproca. È proprio questo che è avvenuto in seguito al tradimento del "comunismo" moscovita. L'operaio crepa sotto il peso delle ore supplementari, mentre la disoccupazione dilaga. Il metalmeccanico ignora il ferroviere. Il funzionario guarda con disprezzo il minatore. Il qualificato non si cura delle sorti del manovale. La DIVISIONE più completa regna nel movimento sindacale nell'atto stesso in cui i delegati di servizio urlano all'angolo della via: "Unità! Unità!".

Ci stupiremo che gli accordi fra centrali sindacali rivali non durino più dello "spazio di un mattino"; che dall'idillio passino al divorzio senza tuttavia che il loro accordo in difesa dell'interesse generale del padrone si rompa? No, perché quest'unità posta sotto il segno della democrazia e della patria non è l'unità di classe del proletariato; è l'unità di organizzazioni concorrenti al servizio del capitalismo e sotto il controllo diretto o indiretto di frazioni diverse della borghesia.

La vera unità operaia si realizzerà solo quando i comunisti rivoluzionari saranno abbastanza forti e numerosi per intervenire in modo decisivo in tutte le lotte economiche. Lontano o vicino questo obiettivo, le parole d'ordine che essi lanceranno non potranno essere che queste: Unità nella lotta e non nelle parole; unità del proletariato, non unità dei bonzi; non rivendicazioni sindacali prima delle rivendicazioni generali, non azioni sparpagliate, ma scioperi unitari al disopra delle frontiere di categoria e di professione; nessun rimpianto per la democrazia vera o falsa, ma lotta per la dittatura proletaria!

il programma comunista n°9 del 1964

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