chicago86

Razionalizzazione della produzione e riforme economiche, falsi obiettivi indicati agli operai dalla rinunciataria politica dei partiti opportunisti

Questo ottimo articolo di un giovane compagno merita l'attenzione di tutti i lettori, i quali vi troveranno la critica dei moderni sviluppi della tecnica produttiva e dell'automazione e della loro acerba critica, rilevando da sé che la stessa va messa in rapporto alle fondamentali posizioni di Marx sull'incremento della pena di lavoro, dell'intensità di lavoro, e della produttività del lavoro anche considerata come fatto sociale, tutte cose che ogni vero comunista rivoluzionario deve detestare e disprezzare come infamie fino a quando rimane la vergogna del potere politico negli artigli sanguinolenti del capitalismo borghese e democratico.

In questi ultimi mesi i maggiori organi di stampa, gli uomini politici più rappresentativi, gli intellettuali più impegnati hanno ansiosamente seguito lo svilupparsi della congiuntura ed auscultato con attenzione il cuore della malata economia nazionale. Già in questa molteplice concordia di interessi possiamo constatare come di fronte al comune pericolo (costituito dal timore della diminuzione dei loro mal guadagnati proventi) tensioni antiche, dibattiti, differenti opinioni si siano taciute tutte di fronte all'imperativa necessità di trovare una cura adeguata. E la cura c'è, è saltata fuori, non per le virtù intellettuali, o per la chiara diagnosi, di un qualche insigne studioso: ma perché insita nelle leggi stesse del capitalismo.

Di fronte a sconvolgimenti, crisi, situazioni preoccupanti, il rimedio è unico: diminuzione dei costi di produzione per ottenere un ritorno competitivo dell'industria nazionale, per resistere alla concorrenza internazionale. Questo è dunque il rimedio universale, unico ed obbligato; rimedio che per applicarsi segue due diverse vie: da un lato un sempre più accentuato intervento dello Stato nella gestione dell'economia, sostituendosi al singolo imprenditore per salvaguardare gli interessi della borghesia come classe e del capitalismo come modo di produzione; dall'altro la necessità di far pagare agli operai la diminuzione od il contenimento dei costi di produzione imponendo per ora un blocco dei salari (ed in effetti una loro reale diminuzione) che secondo la raffinata tecnica del governo di centro sinistra deve essere realizzato con l'acquiescenza delle organizzazioni sindacali consce di sacrificarsi pel bene nazionale, in questo caso "l'equa" remunerazione del capitale per mantenere attivo il motore della nostra economia.

I precedenti della razionalizzazione capitalistica

Questa necessaria tendenza del capitalismo italiano si attua secondo due direttive: l'una derivata dall'altra. Alla scala aziendale o dell'unità produttiva si tratta di razionalizzare la produzione; alla scala nazionale si tratta di programmare l'economia onde mantenerne inalterato lo sviluppo; poiché all'attuale livello un semplice ristagno di pochi mesi (come abbiamo visto nel caso italiano) porta già in sé le più gravi minacce per il futuro del capitalismo. Tutt'altro quindi che superamento della teoria delle catastrofi; si tratta invece della vulnerabilità massima al suo attuale livello ad ogni sia puri minima tensione generata dalle sue interne e numerose contraddizioni.

In questo articolo noi ci poniamo il compito di analizzare le presunte meraviglie della razionalizzazione e della pianificazione ai cui altari borghesi e venduti bruciano il più denso incenso nel tentativo di mistificare il proletariato sul contenuto di classe ed oppressivo di tali perfezionamenti.

Di razionalizzare la produzione certo non si parla solo da oggi; anzi è una costante tendenza del capitalismo il tentativo di risparmiare il più possibile sulla forza lavoro sfruttando più intensamente ed estesamente un minor numero di operai. La razionalizzazione quindi è una necessità per il capitale e noi possiamo seguirla nei continui perfezionamenti apportati alle macchine ed agli utensili messi in moto o guidati dalle braccia proletarie. Dall'energia idraulica, alla forza del vapore, al motore elettrico o a scoppio, all'energia atomica e alla cibernetica assistiamo ad un continuo perfezionamento tecnico degli utensili produttivi e ad un immane sviluppo delle forze produttive che portano al risultato di diffondere ad un livello sempre più allargato la socializzazione della produzione e quindi ad acuire la contraddizione insanabile dovuta al cozzare di tali forze produttive contro il cristallizzarsi della forma capitalistica.

Quello che abbiamo presentato è uno sviluppo che è usato dal capitale; usato per aumentare lo sfruttamento del proletariato; per aumentare l'intensità del lavoro, la sua produttività; basti ricordare al sorgere del secolo le scoperte dell'americano Taylor che fra i primi codificò e razionalizzò lo sfruttamento dell'operaio. Se prima l'operaio semplicemente vendeva la propria forza lavoro all'imprenditore, ma gli rimaneva una certa indipendenza sul modo di svolgere il proprio lavoro, ora egli era imprigionato da tempi e cicli di lavorazione; la sua partecipazione al lavoro era esclusa, anzi era considerata dannosa. Mai come da allora il prodotto uscito dalle sue mani gli era nemico. La tendenza a razionalizzare è dunque una costante del capitalismo. Costante che alle singole imprese si presenta con la necessità della legge naturale della concorrenza; si presenta come una necessità per tentare di dominare le tensioni che nello stesso seno aziendale si determinano; una necessità dettata dalla lotta per la sopravvivenza sul mercato; poiché chi abbassa i costi, chi razionalizza di più e meglio a spese degli operai è il signore del mercato; chi non può adeguarsi muore e sparisce. Però, come tutti i fenomeni che si verificano nel campo economico, quello della razionalizzazione ha conseguenze anche alla scala sociale.

Da un lato abbiamo l'aumento della disoccupazione (detta tecnologica) di operai già maturi, espulsi perché inadatti dal processo produttivo (e di ciò ci occuperemo in seguito), e di riflesso la necessità pel capitale di operai freschi, giovani e qualificati; dall'altro l'aumento della pletora medio borghese impiegatizia impegnata all'elaborazione delle nuove teorie (del linguaggio, delle informazioni, della rilevazione dei dati) connesse con la "rivoluzione dei computer", mentre si assiste ad una dequalificazione e proletarizzazione dell'impiegatuccio piccolo borghese anch'egli ora legato ad una macchina che gli toglie ogni parvenza di autonomia o di libertà e che svuota d'ogni contenuto i suoi sogni miseri ed ipocriti. Esaminiamo ora le conseguenze che tali perfezionamenti alla tecnica produttiva portano alla situazione di classe degli operai. Se, come abbiamo già accennato, tali novità (tanto per citare macchine con controllo elettronico, treni di laminazione completamente automatici, officine intere guidate da cervelli elettronici) fanno gridare al miracolo gli zelatori del capitale e se, dialetticamente, in quanto approfondiscono le interne contraddizioni del capitalismo possiamo considerarle un fatto positivo, al momento attuale si convertono in un peggioramento della situazione della classe sfruttata. Gli stessi "computer", infatti, che fanno gridare alla novità gli opportunisti di oggi, vengono usati per impostare e preparare i nuovi cicli di lavorazione, i tempi ed i metodi, le fasi del lavoro in modo sempre più tirato ed oppressivo; sicché la razionalizzazione avviene; ma come necessariamente deve accadere in una società divisa in classi antagoniste avviene unilateralmente razionalizzando lo sfruttamento della forza lavoro. In questo modo le fabbriche modello divengono vere galere in cui lo sfruttamento psico-fisico degli operai, per le necessità concorrenziali del capitale, è il massimo razionalmente possibile. A tale luce le vuote parole su democrazia aziendale, superamento del vecchio capitalismo, scoperta di novità a cui adattare i cardini del marxismo rivelano tutto il loro contenuto opportunista e fiancheggiatore e si può facilmente constatare come la tendenza attuale non sia null'altro se non il perfezionamento di un capitalismo sempre eguale a se stesso, tendente per la necessità della sua sopravvivenza a raggiungere il suo optimum nello sfruttamento. Questo è quindi l'aspetto della razionalizzazione della produzione che si concretizza in un aumento del flagello pei proletari; ma che dialetticamente avanza verso la sconfitta stessa di coloro che l'hanno iniziata sperando da essa il proprio salvataggio come classe.

E le sue conseguenze

Visto quindi come la razionalizzazione sia una via obbligata che il capitalismo è naturalmente spinto ad imboccare, è da vedere quali conseguenze porti la sua adozione nelle singole unità produttive. È ammesso universalmente che la razionalizzazione porta ad un considerevole aumento della disoccupazione; disoccupazione che per le sue caratteristiche (accennate poco sopra) trova particolare difficoltà ad essere riassorbita; mentre solo in parte tale liberazione molto estesa di forza lavoro può essere reintegrata mercé lo sviluppo delle società stesse produttrici di macchine elettroniche, poiché tali compagnie abbisognano di maestranze giovani e addestrate, mentre sono proprio lavoratori "superati" dalla tecnica produttiva che sono stati gettati sul lastrico e per i quali si apre solo la prospettiva di una disoccupazione o sotto occupazione senza prospettiva. La razionalizzazione si annuncia quindi con l'aumento dei disoccupati, l'aumento di quello che Marx definì come l'esercito di riserva, che porta ad un'azione calmieratrice sui salari; tende cioè ad aumentare la concorrenza fra gli sfruttati ed a far abbassare di conseguenza il livello dei salari. Abbiamo con ciò da un lato finanziamento e salari elevati ad una mano d'opera ricercata e qualificata, una vera aristocrazia operaia, paga e soddisfatta dei nuovi sistemi; dall'altro un abbassamento del livello medio dei salari per effetto dell'aumentata disoccupazione che si converte in possibilità di autofinanziamento ed aumentata capacità concorrenziale delle industrie. Questo processo rende però più evidenti ed implacabili le tensioni sociali ed implica per le aziende la necessità di un continuo sviluppo produttivo; poiché con gli oneri della razionalizzazione e con la situazione generale del mercato un limitato periodo di stasi, una sosta nella riproduzione del capitale implica già una crisi, crisi i cui contraccolpi sono sempre più difficili a pararsi (il caso recente dell'Olivetti insegni). Occorre notare infine come il processo su elencato, per gli alti oneri che comporta, per la selezione implacabile che attua fra aziende sane e non, concorrenziali e non, porta ad accentuare ed estendere il processo di concentrazione dei capitali mediante fusione di imprese a scala anche internazionale. Possiamo ricordare i fatti recenti dell'accordo RIV — SKF (annunciato da La Stampa — organo della Fiat, proprietaria della RIV — mediante un'intervista rilasciata da Agnelli dalla quale stralciamo, fra molte altre degne di più spazio, la seguente affermazione: "Ma arrivati a questo punto, con un livello salariale ormai adeguato a quello europeo [?] abbiamo due scelte: o più produzione con lo stesso numero di uomini, o la stessa produzione con un minor numero di uomini. Queste le sole alternative perché l'industria italiana sopravviva". Agnelli ha parlato chiaro: evidentemente, nelle sue parole, con qualsiasi delle soluzioni da lui indicate il risultato è sempre un aumento smisurato dello sfruttamento operaio), le fusioni delle società ex elettriche e infine, lampante nel suo inequivocabile significato, il varo, da parte del governo di centro sinistra, di una legge avente lo scopo di favorire con sgravi fiscali le operazioni di fusione fra imprese, nel quadro questo della ristrutturazione dell'economia nazionale ed alla bella faccia della programmazione "democratica". Tutto ciò svela il contenuto bigotto ed antistorico della difesa compiuta da parte dei partiti sedicenti operai degli interessi piccolo-borghesi, oppressi da tale tendenza, con la difesa della piccola proprietà e della piccola industria votate alla morte dal progredire di tale concentrazione. Ma la difesa di tali interessi da parte del P.C.I. ha un chiaro significato: la rinuncia ormai definitiva a rappresentare gli interessi del proletariato per accollarsi il compito di paladino delle lamentele piccolo borghesi ai cui numerosi voti il partitone, ormai consacrato alla sola prospettiva del parlamento, mira.

La razionalizzazione e i sindacati

Il processo che abbiamo testé esposto non è naturalmente frutto di nostre scoperte od invenzioni, si tratta al solito di raccogliere dati e notizie da cui ricavare una tendenza che noi, come nostro costume, confrontiamo alla luce della dottrina marxista invariabile e definitiva che ci permette di mantenere la nostra direzione rivoluzionaria.

È parimenti nostra abitudine, un eccesso di scrupolo se si vuole, far risaltare la nostra posizione dalle parole stesse di coloro che noi attacchiamo. Valga questo metodo anche in questo caso.

Riporteremo qui sotto vasti estratti di un articolo comparso sull'organo dei sindacati tedeschi-occidentali Welt der Arbeit in data 6-3-'64 e riportato dal bollettino internazionale della Federazione Sindacale Mondiale (a cui aderisce la C.G.I.L.), La Presse Syndicale n. 9 maggio 1964. Tale articolo è di particolare importanza perché si riferisce ad un'altra nazione, tecnologicamente più avanzata, capitalisticamente più vecchia, in cui ci è quindi possibile controllare quello che per ora in Italia è solo una tendenza al suo inizio; e ci permette di confrontare che le vicende del proletariato sono uniche nonostante la differenza di nazionalità. Il titolo dell'articolo succitato (traduciamo dal francese de La Presse Syndicale) è il seguente: L'automazione, flagello o benedizione:

"L'economia tedesca si sforza di economizzare la mano d'opera per mezzo di miglioramenti tecnici. Generalmente questo processo si dice 'automazione'. Questa parola è diventata il simbolo della razionalizzazione moderna. In effetti l'automazione non è che una parte del progresso tecnico. Se pure tutti i settori della nostra economia non approfittano della tecnica in eguale misura, noi constatiamo tuttavia una cosa sbalorditiva: nella Repubblica Federale Tedesca, nel 1963, ciascun operaio ha prodotto in media, in un'ora, il 60% in più del 1956. Ecco un esempio. Per fabbricare 45 mastelli di 60 litri in latta galvanizzata, in un'ora, occorrono 30 metalmeccanici e 20 macchine. Per fabbricare, nello stesso tempo, 45 mastelli della stessa dimensione in materia plastica, sono sufficienti un operaio ed una macchina semiautomatica. Da qui l'economia di 29 operai che, come si dice, sono 'tecnologicamente liberati'. Si afferma che il progresso tecnico crei posti di lavoro nuovi in misura maggiore di quelli che sopprime. Ritorniamo al nostro esempio. Per fabbricare una macchina che produce dei mastelli in plastica occorre meno mano d'opera di quanta occorreva per la fabbricazione di 20 macchine destinate alla produzione di mastelli in latta. Questo dimostra che delle 'liberazioni tecnologiche' hanno luogo non soltanto nelle imprese raggiunte direttamente dalla razionalizzazione, ma anche nelle altre. Si deve dunque distinguere fra liberazioni dirette ed indirette".

"Queste liberazioni tecnologiche possono creare la disoccupazione, ma non obbligatoriamente. In sé queste liberazioni, sia dirette che indirette, non significano che un'economia di forza umana. Se, per mezzo di miglioramenti tecnici, si arriva a liberare 50 operai su 100, non si procede a licenziamenti che nel caso ove non sia possibile raddoppiare la produzione. Dei licenziamenti possono essere evitati egualmente se ciascuno degli operai non lavora più che metà tempo [ma con metà salario aggiungiamo noi…]. Se un'impresa non può compensare la 'liberazione' con la riduzione del tempo di lavoro e l'aumento della produzione, vi possono essere dei posti liberi in altre imprese. La condizione preliminare in questo caso, è un'espansione economica generale e una riduzione generale del tempo di lavoro".

"[...] Una condizione preliminare per un aumento della produzione è l'aumento dei salari, perché altrimenti i prodotti non troverebbero degli acquirenti".

Notiamo di passaggio come sia ipocrita il linguaggio di tale articolo, in cui l'articolista ha timore di chiamare le cose col loro vero nome, in cui invece di licenziati e di disoccupazione parla di "liberi" e "liberazione", alchimia di parole che nasconde solo l'opportunismo di chi le usa. Ancora una cosa è da sottolineare, per ben mettere in evidenza il completo opportunismo dell'estensore della nota: in essa si arriva a mettere in primo piano la funzione degli operai come consumatori (e la funzione capitalistica dell'aumento dei salari per sostenere la domanda industriale), come acquirenti, in luogo della loro situazione di sfruttati. Nonostante tale punto di vista viene confermato che a tale livello "condizione preliminare è un'espansione economica generale"; sicché giustamente poco sopra noi osservammo – senza essere forniti dei ricchi uffici studi dei sindacati attuali – che una semplice stasi a tale punto era già un grave sintomo di crisi e di tensione sociale.

Ma riprendiamo la nostra lettura:

"Dai dati dell'Istituto della Ricerca Industriale il 6% del totale dei lavoratori è ogni anno 'tecnologicamente liberato'. Nel 1962 v'erano nella R.F.T. 25,5 milioni di lavoratori; il 16% rappresenta dunque 1,5 milioni. Se lo slancio del progresso tecnico sarà mantenuto nei prossimi anni, occorrerà creare annualmente 1.500.000 posti di lavoro, vale a dire 15 milioni da qui al 1972. Se questi 'liberati' devono restare nella produzione il prodotto sociale deve accrescersi del 50% e il tempo deve essere ridotto a 35 ore per settimana. Altrimenti noi non sfuggiamo alla disoccupazione. […] Nel 1956 il tempo di lavoro settimanale (pagato) nell'industria era di 48 ore. Sette anni più tardi non era che di 44,5 ore, cioè 7,3% di meno. Malgrado questa riduzione effettiva la produzione del 1962 era circa dei 50% più elevata di quella del 1956. […] Malgrado la riduzione dell'orario di lavoro e una produzione crescente il progresso tecnico ha eliminato 63.530 posti di lavoro nell'industria. Dunque nell'era dell'automazione la riduzione del tempo di lavoro è non soltanto possibile, ma indispensabile. Il numero dei posti di lavoro che permettono all'uomo un lavoro creatore diminuisce rapidamente, non soltanto nella produzione, ma anche nel lavoro degli uffici tecnici e commerciali. Per il lavoratore 'liberato' era, fino ad ora, relativamente facile trovare un nuovo impiego, ma molto più difficile trovarne uno equivalente".

"L'automazione e le altre forme del progresso tecnico svalorizzano soventemente la qualificazione professionale e minacciano il livello del salari individuali. Molti fattori che avevano una grande influenza sul salario, come l'esperienza acquistata, l'abilità, la quantità e la qualità del lavoro, il lavoro pesante o l'influenza dell'ambiente, perdono la loro importanza. Essi sono sostituiti da altri fattori soprattutto neuropsichici. Ma nei contratti collettivi, dove si tiene conto dei posti di lavoro convenzionali, questi fattori non hanno valore o giocano un ruolo secondario. Di più, essi non possono essere misurati. Da ciò i conflitti sul livello dei salari. In una piccola officina si arresta una catena di lavorazione superata, dove lavoravano degli operai altamente qualificati. La nuova catena ha una capacità doppia; ma degli operai diventano superflui. La direzione dell'impresa risolve il problema alla sua maniera; essa procede ad un riordinamento delle categorie; ne risultano delle rilevanti riduzioni di salario, in certi casi fino a 1,20 marchi all'ora (1 DM vale 155 lire it.). Ne risulta che 45 operai, di cui alcuni aventi 15 anni di anzianità, lasciano l'impresa proprio quando le altre officine della regione non offrono dei salari più alti".

"Se la mano d'opera fosse stata rara la direzione non avrebbe mai preso delle misure così severe. I sindacati non possono ammettere che le imprese automatizzino, abbassino le loro spese ed elevino i profitti mentre per i lavoratori derivano solo degli svantaggi".

Interrompiamo a questo punto la traduzione, del resto quasi integrale, del lungo e significativo articolo. Ne ricaviamo che le testimonianze di una tendenza vengono confermate nella pratica: diminuzione dei salari, dequalificazione dei lavoratori, licenziamenti, disoccupazione, aumento della proletarizzazione; ecco le lampanti conseguenze dei miracoli della tecnica moderna. Non ci occorreva del resto un articolo in proposito per confermare nella realtà la nostra tesi. Essa sta già tutta scritta, nella sua integrità, nella completezza teorica del marxismo; il quale, tutt'altro che invecchiato, seppe fin dall'origine, in quanto critica completa di un capitalismo unico dalla nascita alla sua scomparsa, prevederne le linee di sviluppo e le conseguenze che avrebbero portato nella schiera proletaria. Noi quindi non sentiamo la necessità di stupirci tremanti di fronte alle meraviglie di una tecnica tiranna, ma possiamo con orgoglio di militanti constatare la storica verifica di una linea di sviluppo necessaria per il capitale che il Partito ed il Programma Comunista già conobbero e previdero. Semmai, più che per il valore di testimonianza, tale articolo ci serve per battere in breccia la politica rinunciataria e bugiarda delle centrali sindacali di osservanza moscovita. Di fronte alle gravi conseguenze che l'articolo tradotto cita, quali sono le prospettive che vengono aperte il movimento sindacale? Semplicemente due, eccole:

"I sindacati rivendicano dunque degli indennizzi e delle misure per il riadattamento sociale. I sindacati stimano che sarebbe giusto che le imprese, stabilendo i piani di acquisto delle nuove macchine, adottino contemporaneamente delle misure per gli operai che saranno colpiti (dall'automazione)".

Una prospettiva rinunciataria

Eccola la prospettiva; essa è completamente rinunciataria, immersa nel sistema vigente; se prima gli operai erano considerati in quanto consumatori, ora si reclamano per loro misure di riadattamento sociale, e quali? Scuole? Istituti? Corsi gratuiti? Una prospettiva vergognosa, di paziente ed imbelle attesa, una prospettiva che isola, stanca ed abbatte i proletari. Di fronte a tali sconvolgimenti li si invita ad aspettare le briciole dei superprofitti, una prospettiva che può andare bene per le vendute aristocrazie; ma che contraddice gli stessi interessi economici del proletariato. Da tali parole alle lotte articolate per catena, per fabbrica il passo è breve. Ovunque si tende a frantumare l'unità di classe degli operai, a dividere la loro forza, a frammentare i loro interessi. Di fronte a tali manovre da rinnegati noi rivolgiamo agli operai il nostro grido. Dovunque è loro interesse lottare come classe, uniti e compatti, lottare non per riforme o per il loro riadattamento "sociale", ma lottare come classe contro il capitale, lottare per la scomparsa del capitalismo. Solo in questo modo, lottando per il programma massimo, la rivoluzione comunista, potranno difendere anche i loro interessi economici sotto il dominio del capitale,

Tale è l'unica via: all'unità del capitale, alla concentrazione massima degli sfruttatori è tradimento contrapporre vie nuove di lotta o ricercare metodi nuovi; è solo da contrapporre l'unità internazionale della classe degli sfruttati.

***

L'articolo della Presse Syndicale, 9 maggio 1964, che abbiamo esaminato nel numero precedente, ci è servito a mettere in luce la bancarotta totale dei partiti presunti comunisti e dei sindacati da essi ispirati di fronte alla razionalizzazione capitalistica, problema che li vede rappresentare ormai solo gli interessi della piccola borghesia. Infatti, per la sua situazione di classe, la piccola borghesia è la sola che possa teorizzare una felice era dei calcolatori in cui tutte le classi siano livellate al miserabile minimo comun denominatore piccolo-borghese; un'era in cui, in un fatato mondo di macchine, tutti condividano il destino delle mezze calzette di oggi. Sono solo i piccolo-borghesi a parlare dei problemi nuovi aperti dalle macchine, a cui bisognerebbe adattare la vita dei secoli futuri; in realtà, essi trasferiscono in un futuro mondo meccanizzato i sogni che nella amara realtà vedono quotidianamente frustrati. Per gli imprenditori e per le grandi corporazioni, la meccanizzazione non è se non un'esigenza che si impone come forza naturale e necessaria poiché è per loro naturale e necessario resistere e domare la concorrenza: per i proletari, null'altro è se non una tecnica per il loro supersfruttamento, un aspetto della stessa questione: la loro inferiorità di classe. Solo alla mezza classe è possibile teorizzare l'automazione come anticamera di un diffuso "welfare state". Tale idea sorge spontanea dalla stessa situazione piccolo borghese, oppressa e spinta verso il proletariato, eppure riluttante e tesa alla salvaguardia di un meschino "decoro". Saranno, al solito, i rudi colpi della realtà a far crollare tutte queste imbelli fantasticherie, e lo stesso accadrà per i partiti opportunisti che, allineandosi su tali posizioni, si avviano sempre più verso la propria sconfessione, per ora soltanto teorica, ma ben presto pienamente consumata dall'inappellabile tribunale dei fatti.

Lo Stato e la programmazione

Abbiamo finora esaminato il necessario processo di razionalizzazione della produzione alla scala della singola unità economica, cioè alla scala aziendale. Naturalmente tale processo non può, pena la sua inutilità alla stessa scala aziendale, rimanere isolato in poche imprese; le tendenze alla razionalizzazione divengono ormai un bisogno di tutto il sistema, per cui sentiamo parlare da tutte le parti di programmazione. Mai come in questo periodo si è fatta tanta confusione su un sostantivo, mai lo si è così stiracchiato in tutti i sensi per darne le più compiacenti interpretazioni. In quest'anno, sul nostro giornale, noi ci siamo ripetutamente occupati di tale questione, per cui, onde evitare ripetizioni inutili, ci limiteremo brevemente ad esaminare il significato che a tali parole tende a dare la borghesia italiana e le misure che, secondo lei, si identificano con la programmazione. L'origine delle discussioni in materia va ricercata nel sempre più deciso intervento dello Stato nella gestione delle imprese e quindi nel campo economico diretto. (Ricordiamo en passant che il fatturato delle imprese a partecipazione statale dal 1957 al 1962 ha raggiunto le seguenti cifre in miliardi di lire:

1957 - 1.384,2;

1958 - 1.361,8;

1959 - 1.476,4;

1960 - 1.742,0;

1961 - 1.893,7;

1962 - 2.196,9;

mentre per il 1963 il fatturato stimato è di oltre 3.215 miliardi, e ricordiamo, per dare un'idea dell'importo e del significato di queste cifre, che il fatturato FIAT – cavallo di battaglia della lotta anti-monopolistica del PCI – nel 1963 è stato in 964 miliardi di lire, pari a circa il 43% – meno della metà – del fatturato delle statali. Gli investimenti delle stesse imprese a partecipazione statale passano da 139,9 miliardi nel '53 a 778,5 miliardi nel '63, attraverso questa serie:

1953 - 139,9;

1954 - 105,0;

1955 - 130,1;

1956 - 157,8;

1957 - 237,8;

1958 - 282,7;

1959 - 271,1;

1960 - 344,2;

1961 - 473,8;

1962 - 657,3;

1963 - 779,5

e per il 1964 vengono stanziati 766,7 miliardi; passano cioè da 100 nel 1958 a 335 nel 1963 (e a 450,4 se si esclude il settore elettrico). Si noti che l'indice è calcolato a prezzi costanti, cioè a prezzi base 1963; in termini monetari reali, quindi, esso è molto più elevato. (Tutti i dati sono presi dalla relazione programmatica del ministro per le partecipazioni statali, comparsa sul n. 20 del 16-5-'64 di Mondo Economico, pagg. 18 segg.).

Questa lunga parentesi era necessaria per dare una idea dell'importanza fondamentale che occupa oggi, nell'economia italiana, il diretto intervento dello Stato nella gestione delle imprese. Tale intervento non si presenta come una novità (sarebbe da stolti immaginarlo tale, poiché non vedere un fenomeno di una simile ampiezza significa essere ciechi totalmente o, peggio, ciechi interessati); si presenta semmai come ultima ratio, come tentativo estremo di dominare o controllare le crisi cicliche che altrimenti porterebbero ad uno sconvolgimento del sistema. Nessuno ormai crede più (se non il fenomeno da baraccone americano senatore Barry Goldwater) nel liberismo economico classico, pionieristico; nelle facoltà automatiche di riaggiustamento dell'economia di mercato attraverso la serie prosperità-recessione; serie che all'attuale livello non è più sopportabile per il sistema capitalistico. L'intervento dello Stato si attua perciò in funzione (come inevitabilmente dev'essere) conservatrice, con il compito di attutire urti e antagonismi, di garantire a mezzo dell'esercizio stesso dell'attività economica lo sviluppo e la tranquillità del sistema. Tale è il compito dello Stato, e in tale visione si inserisce il piano economico di cui tutti parlano: un piano che ha come solo scopo la conservazione del capitalismo.

La programmazione ed il P. C. I.

Naturalmente su tale questione anche l'ineffabile PCI deve dire la sua, ed eccolo aprire le ospitali colonne di Rinascita a un dibattito dal… meraviglioso titolo: Che cosa è cambiato nelle economie capitalistiche? Sulla questione lungamente dibattono economisti insigni. Non staremo a riportare le linee della discussione, in cui non si parla una sola volta dell'inevitabilità della rivoluzione o della sua origine nelle stesse contraddizioni del sistema; tra professori di simili cose non si discute! Fra le tante, prenderemo solo una bella affermazione di Paolo Santi, comparsa su Rinascita del 25-1-'64

"Quella razionalizzazione che è presente a livello di fabbrica o di complesso o di gruppo, deve essere portata, poiché non si diffonde automaticamente, in tutta l'economia".

E noi di tale razionalizzazione, e di chi la paghi, abbiamo già lungamente parlato. Ora si tratta di sapere "come" realizzare tale processo, ed il come è trovato nella panacea universale delle riforme di struttura e della pianificazione democratica. Tale è la pianificazione vista dai professori del PCI, e noi ne abbiamo svelato il contenuto controrivoluzionario e filo-borghese in due articoli comparsi nei nrr. 2 e 3 del Programma Comunista.

Di contro però ad una programmazione che di contenuto ha solo l'aggettivo democratico, ma che di fatto è pronta ad allinearsi con le esigenze del capitale, sta la programmazione, priva di aggettivi ma ricca di contenuto, della borghesia italiana. Una pianificazione di marca schiettamente anti-proletaria; una pianificazione anzi degli stenti dei proletari per la conservazione del regime borghese. Cerchiamo di seguirne i contenuti economici basilari, attraverso le pagine conclusive dell'annuale relazione economica del governatore della Banca d'Italia, prof. Guido Carli. A darle una veste politica soddisfacente e accettabile, peseranno le sapienti alchimie del governo di centro-sinistra, mercé la rara arte della vecchia ditta Pietro Nenni e C.

In una prima parte della relazione sono esposti i risultati delle osservazioni statistiche sull'economia nazionale nel corso di un anno: il 1963.

La "linea Carli"...

Viene presentata, attraverso il decrescente indice degli investimenti lordi (19,2 nel '60; 11,3 nel '61; 8,2 nel '62; 4,1 nel '63), la situazione pesante dell'economia, mentre si insiste sull'aumento dei salari superiore all'aumento della produttività e sul conseguente aumento del costo medio unitario di produzione. Questa è dunque la via imboccata: la colpa è degli operai perché, come li rimprovera La Malfa, hanno dimostrato scarsa coscienza delle esigenze nazionali, scarso spirito di sacrificio. Sembrerebbe che tutti gli operai italiani siano improvvisamente divenuti altrettanti Cresi. Vediamo dunque come sono stati impiegati gli "aumenti di salario" (che in termini reali sono assai inferiore a quelli espressi in termini monetari):

"I redditi da lavoro dipendente nel settore pubblico ed in quello privato sono aumentati, tra il 1961 ed il 1963, di quasi 4.000 miliardi (in precedenza era stato dato il saggio percentuale del 43%!). Tale potere d'acquisto, irrompendo nel mercato dei beni di consumo, si è irradiato in tutte le direzioni, ma ha investito con maggiore violenza i generi alimentari. La spesa per consumi alimentari è aumentata del 28%". (Considerazioni finali della relazione, pag. 9)".

Gli aumenti, dunque, sono stati usati dagli immigrati del Meridione, dagli operai di tutta Italia, per mangiare; a chi, perciò, i nostri sociologi rimproverano la frenesia delle vacanze, delle automobili straniere, dei consumi eccessivi? Altri operai che usano il loro magro salario per mangiare? O i colpevoli non sono da ricercarsi fra la peste più debilitante della società, la borghesia sfruttatrice delle energie proletarie e dilapidatrice dei frutti del suo sfruttamento, ma che poi, con spudorata menzogna, cerca di proseguire in una simile frenesia di consumi facendo tirare la cinghia a chi lavora? Ma andiamo avanti...

Dunque gli operai italiani hanno mangiato troppo. Si tratta di evitare che crepino di indigestione, e a questo pensa subito il prof. Carli dopo alcune accostate tattiche che qui riportiamo:

"Il nostro sistema economico, così com'è istituzionalmente costituito e funzionante, è indubbiamente stimolato dalla prospettiva di profitto. È noto d'altronde che anche le economie collettivistiche si orientano a riconoscere al profitto la funzione di incentivo alla efficienza". (Cons. finali, pag. 10: viva Krusciov!)

"Di fronte alla chiara evidenza di un'alternativa fra l'accettazione d'una politica dei redditi o di ricorrenti arresti dello sviluppo con conseguente diminuzione del volume di occupazione, il dibattito fra esperti governativi, operatori economici e rappresentanti sindacali nei principali paesi d'Occidente, nonché le enunciazioni di politica economica generale nell'Unione Sovietica, vanno progressivamente chiarendo le finalità economiche e sociali e i mezzi di una politica dei redditi, l'estensione di essa, i criteri di applicazione e le condizioni del suo successo". (Cons. finali, pag. 11).

Qui il nostro Governatore, riconoscendo che in materia si può imparare perfino dall'Unione Sovietica, comincia ad affrontare la questione:

"D'altronde l'azione degli Stati non può esaurirsi nelle esortazioni; gli Stati moderni sono anche importanti datori di lavoro, ed in questa loro qualità non possono rifiutare di dimostrare con il loro comportamento pratico verso quale politica dei redditi intendano orientare la condotta dei privati".

Le aziende pubbliche dovranno quindi essere le punte di diamante per il contenimento dei salari operai: la funzione di datore di lavoro svolta dallo Stato è presentata in tutta la sua realtà; resta da vedere come la mettono i difensori ad oltranza delle aziende pubbliche, quali punte di… trasformazione socialista della nostra economia. Poco dopo, il Carli affronta il nocciolo del problema:

"In queste condizioni appare inderogabile che il governo stabilisca ordini prioritari conformi al programma economico, subordinando i tempi di esecuzione all'esigenza del mantenimento dell'equilibrio monetario. Costituisce motivo di soddisfazione il constatare che esso ha iniziato l'esame meditato dei progetti di investimenti settoriali allo scopo di coordinarli opportunamente".

Abbiamo qui l'enunciazione del piano; ma essa è ancora generica, seppure gli risulti chiaramente attribuito il compito del mantenimento dell'equilibrio economico col solo mezzo possibile di una "politica dei redditi" – elegante eufemismo per significare contenimento dei redditi da lavoro. La relazione prosegue esaminando il dovere che incombe all'Italia di sanare la sua situazione:

  1. perché, essendo inserita in un organismo economico sopranazionale, ciò è necessario per mantenere la stessa stabilità ditale organismo;
  2. perché il successo dell'Italia in questo campo "rappresenta ormai un problema di interesse comune";
  3. perché "in regime di cambi fissi e di frontiere economiche aperte, gli anzidetti squilibri tendono a propagarsi rapidamente alle altre economie senza che queste abbiano ampie possibilità di difesa".

Così resta confermata la diagnosi di una massima vulnerabilità internazionale del capitalismo ad ogni tensione, e quindi della necessità di controllare direttamente tali tensioni alla loro origine.

… o "linea cinghia"

Esposta la necessità di un programma economico, il Carli ne indica in poche righe il contenuto:

"In queste condizioni appare inderogabile accettare politiche che abbiano l'effetto di promuovere la stabilità dei costi di lavoro per unità di prodotto. Ciò può ottenersi prorogando contratti di lavoro di prossima scadenza e attenuando la sensibilità della scala mobile [il cui funzionamento il Carli aveva precedentemente definito 'aberrante'] anche mediante l'allungamento degli intervalli fra un aggiustamento e l'altro… I pericoli sono tanto più gravi quanto più la struttura dei costi sia rigida e i margini di profitto siano ristretti. In tali condizioni un incipiente movimento al ribasso dei prezzi incontrerebbe subito la barriera dei costi consolidati e costringerebbe a questo punto una parte delle imprese a ridurre le lavorazioni o a uscire dal mercato, cosicché l'aggiustamento successivo al livello voluto dalla domanda monetaria si farebbe dal lato dell'occupazione, ossia attraverso una riduzione non voluta del flusso reale dei redditi" (Cons. finali, pag. 18).

Possiamo fermarci a questo punto. Il Carli ha posto un bel ricatto: o il blocco dei salari da attuare con la proroga dei contratti collettivi e l'attenuarsi della scala mobile, o la disoccupazione. È stato chiaro. Da economista ha svolto il suo discorso, ed è logico e necessario riconoscere che, dal suo punto di vista, le possibilità sono quelle da lui enunciate; quindi, la programmazione cui egli ha accennato deve prima risolvere tale questione, poi occuparsi del resto, e il suo contenuto dev'essere: blocco dei salari, salvaguardia dell'economia nazionale mediante il contenimento dei redditi di lavoro (politica dei redditi), ripresa economica secondo programmi prioritari fissati dal piano e precisati in sede governativa. Tale è la serie di Carli, ed è la serie oggi accettata dalla maggioranza governativa e dai giornali più diffusi.

Ma vediamo come il P.C.I. abbia accolto tale diagnosi. Ricordiamo come più e più volte il P.C.I. abbia salvato gli interessi della patria in pericolo e della sua economia, come più e più volte abbia saputo sacrificare gli interessi degli operai alle "superiori esigenze della nazione" e come, quindi, abbia tutto il diritto di esprimere il suo autorevole parere. Tale parere è espresso da M. Mazzarini in Rinascita del 6-6-1964 a pagg. 19-20, in un articolo dal titolo Le cifre di Carli. Il Mazzarini confuta minuziosamente la "linea Carli" e attacca la programmazione, così come la concepisce il Governatore della Banca d'Italia, con le seguenti parole:

"… Se non si tiene conto delle variazioni intervenute nella struttura produttiva, nella composizione della domanda e dell'occupazione nella conseguente struttura dei prezzi relativi, il discorso sulle cause dell'inflazione diviene una sterile esercitazione, com'è avvenuto nella relazione di Carli, e conduce a conclusioni aberranti sul piano della politica economica, quali sono appunto quelle che ritengono che il problema dell'economia italiana si risolve non con una programmazione e con delle riforme che agiscano sulle variabili strutture ora indicate, ma col blocco dei salari e con una politica dei redditi che esaurisca la sostanza stessa della programmazione".

Ancora una volta, dunque, gli zelatori del P.C.I. contrappongono semplicemente un altro tipo di programmazione: una programmazione democratica (?) e delle riforme di struttura, lasciando però invariato il contesto in cui dovranno agire. Si tratta di un'enunciazione gratuita e vana, poiché, di fronte alle reali esigenze della situazione, la via è solo quella della programmazione alla Carli, a cui gli zelatori democratici sono costretti ad accodarsi limitandosi a sventolarne un'altra come giustificazione della propria esistenza. E questo perché la programmazione democratica non ha contenuto, si limita a nascondere una politica di rinuncia e di abbandono e quindi, in ultima analisi, ad avallare, disperdendo il potenziale di lotta proletario e orientandolo verso falsi obiettivi, il contenuto anti-operaio della politica del blocco dei salari e delle misure anticongiunturali.

La vera prospettiva

Parrebbe allora che non possa esistere alternativa alcuna, e che la "via Carli" sia l'unica possibile. In realtà, altre vie non esistono e la via Carli è l'unica se ci si pone sul piano della conservazione del sistema vigente o della sua riforma; ma in effetti l'alternativa esiste, ed è la più radiosa, sfavillante e piena delle alternative. Essa è nota dal 1848, dall'anno del Manifesto dei Comunisti: si tratta di far lottare il proletariato e il suo partito contro il capitalismo, per la sua scomparsa, per il suo abbattimento, anziché per la propria conservazione come classe soggetta!

È tale alternativa storica, elusa, mentita, bestemmiata, temuta, che segna come un filo rosso tutto lo sviluppo del capitale. Essa raggiunge i suoi punti culminanti nella Comune e nell'Ottobre bolscevico, poi sembra sparire, ridotta a tenue filo incerto, rinnegata dagli stessi partiti di un'Internazionale ormai degenere; ma, anche ridotta con flebile voce, sa di dover tornare a presentarsi sulla ribalta della storia. Tornerà a gridare la sua sfida per la vita o per la morte, spazzerà chi l'ha temuta e mentita, sarà imposta dalle stesse schiere che oggi sembrano piegarsi sotto il giogo, guidate dal Partito che, anche se numericamente esiguo, senza clamori e con alacrità, lavora perché quel giorno si avvicini al più presto.

il programma comunista nn.18-19 del 1964

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