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Miscellanea (arch. stor.)

Il corso storico del movimento di classe del proletariato

GUERRE E CRISI OPPORTUNISTICHE

Le prime manifestazioni di una attività di classe del proletariato accompagnano fin dal suo inizio l'avvento del regime borghese. Subito dopo avere offerto al Terzo Stato rivoluzionario tutto il suo appoggio e la sua alleanza, il Quarto Stato, ossia la classe dei lavoratori, tenta di spingersi innanzi, attendendo di vedere subito mantenute le promesse che la giovane borghesia ha largite ai propri associati. I primi scontri si verificano subito, e la stessa impalcatura terroristica, che la borghesia ha adoperato per stroncare la contro-rivoluzione feudale, viene prontamente rivolta contro i tentativi degli operai. Nella Rivoluzione Francese questo aspetto storico è dato dalla Lega degli Eguali, di Gracco Babeuf, che tenta, subito dopo il Terrore, un movimento per l'eguaglianza economica e sociale, e viene sommersa da una spietata repressione da parte dello Stato borghese.

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Prendere la fabbrica o prendere il potere?

Nelle agitazioni operaie degli ultimi giorni in Liguria si è verificato un fenomeno che da un poco di tempo si ripete con qualche frequenza e che merita di essere rilevato come sintomo di uno speciale stato di spirito delle masse lavoratrici.

Gli operai, anziché abbandonare il lavoro, si sono, per così dire, impadroniti degli stabilimenti, ed hanno cercato di farli funzionare per proprio conto, o meglio senza la presenza dei dirigenti principali. Questo vuol dire, prima di tutto, che gli operai si accorgono che lo sciopero è un'arma che non risponde più tanto, specialmente in certe condizioni.

Lo sciopero economico, attraverso il danno immediato dell’operaio stesso, esercita la sua utile azione difensiva per il lavoratore a causa del danno che la cessazione del lavoro arreca all’industriale per il fatto di diminuire il prodotto del lavoro che a lui appartiene.

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Per il Primo Maggio

Compagni lavoratori!

Per la prima volta da che si è costituito, il Partito comunista d'Italia solennizza la festa internazionale del lavoro: il primo di maggio.

La grave ora che volge, nella quale tanto tragicamente sono in gioco le sorti della vostra classe, e gli avvenimenti degli ultimi tempi, che tanto da presso riguardano i vostri interessi e le vostre aspirazioni, fanno sì che non vi giunga ignota o indifferente la voce del nostro partito, che è il vostro partito: poiché, sorto attraverso episodi della vita politica del paese che hanno richiamato tutta l'attenzione delle masse proletarie italiane, rappresenta l'organismo che collega l'azione, il sentimento, la coscienza di queste alla grande famiglia dei lavoratori rivoluzionari del mondo: la Terza Internazionale Comunista.

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Verso il collasso epocale

"Il mercato mondiale allora costituisce a sua volta, insieme, la premessa e il supporto del tutto. Le crisi rappresentano allora il sintomo generale del superamento della premessa, e la spinta all’assunzione di una nuova forma storica" (Marx, Grundrisse).

Per Marx la crisi è sovrapproduzione, quindi eccedenza; che noi leggiamo come eccedenza di merci, perché viviamo nel mondo delle merci. Ma in una società non ancora mercantile l'eccedenza viene barattata in quanto tale, non è merce. Anche nella società attuale tutto ciò che non è scambiato al suo valore non è merce. Ciò vale per l'eccedenza, e vale soprattutto per i beni durante il ciclo di produzione, nel corso del quale essi non sono merci, non hanno un valore di scambio. Tutto diventa merce nel processo complessivo, quando gli oggetti si presentano sul mercato e vengono scambiati per realizzare il loro valore sotto forma di denaro. La crisi dunque, prodotto e fattore dell'eccedenza invendibile, è la negazione in potenza del capitalismo. Ma la crisi stessa è anche una soluzione temporanea all'eccedenza: distruggendo parte dei fattori di produzione rivitalizza il ciclo produttivo. Ora, bisogna chiedersi che cosa succede se l'eccedenza diventa cronica e il ciclo economico non si rivitalizza.

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Sempre più al servizio dello stato

19 novembre 1985

Ormai siamo abituati a vedere in azione il solito triangolo industria-governo-sindacati. La trattativa non è più da tempo lo sbocco finale dello scontro fra industriali e lavoratori, ma il punto di partenza degli incontri triangolari periodici tra i rappresentanti di quelle che dovrebbero essere le componenti principali della società. Il conflitto tra le classi, elemento naturale in una società basata sullo sfruttamento del lavoro salariato, viene incanalato in una trattativa perenne patrocinata dallo Stato e accettata con entusiasmo, anzi proposta con accanimento, da quelli che dovrebbero essere i rappresentanti della classe sfruttata.

Se il punto di partenza è la trattativa, il punto di arrivo diventa lo sciopero. Tutto il contrario di come dovrebbe essere. Lo sciopero non è più un'arma di lotta per raggiungere un risultato, una vittoria nello scontro, ma un espediente, un mezzo di pressione per sostenere la trattativa in corso, una manifestazione indolore che usa la grande forza della classe operaia per manovre pubblicitarie a sostegno di una politica nazionale contro un'altra politica nazionale. In tutto questo la lotta di classe non c'entra: infatti lo scopo attuale dei sindacati è proprio quello di evitare la lotta di classe. Così come sono, essi rappresentano il miglior mezzo che i capitalisti hanno a disposizione per dirigere la classe operaia.

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