chicago86

Drastica riduzione del tempo di lavoro

Il modo di produzione capitalistico non può continuare ad esistere senza accrescere di continuo la massa delle merci prodotte e vendute. Di conseguenza non può continuare ad esistere senza accrescere di continuo il capitale.

L'accrescimento del capitale non ha nulla a che fare con quella che potrebbe sembrare una ovvia tendenza umana: il miglioramento delle condizioni di esistenza per tutti con sempre meno sforzi, sofferenze e tormenti. Siccome la popolazione cresce meno della massa dei prodotti e dei mezzi di produzione, cioè delle forze produttive della società in generale, è necessario che questa massa di prodotti si trasformi in nuovi consumi, la natura dei quali è assolutamente secondaria rispetto all'esigenza fondamentale dell'accumulazione di capitale.

Questo è il carattere essenziale del modo attuale di produzione ed esso non può essere valutato appieno partendo dallo studio dello stesso, analizzando i suoi meccanismi o le sue sovrastrutture giuridiche, sociali, politiche o militari che non ne cambiano, per quanto influenti, la sostanziale natura.

Ogni modo di produzione è rivoluzionario rispetto al precedente e antistorico rispetto al successivo quando già si profila, quindi il capitalismo va visto in opposizione ad altri due modi di produzione, quello feudale e quello comunista, quest'ultimo contenuto per intero nella dottrina rivoluzionaria del proletariato che esplode a metà dell'800 col "Manifesto".

In tutta l'economia mondiale, specialmente nell'epoca dell'imperialismo, vi è stata una continua verifica delle principali tesi marxiste sulla tendenza del capitale alla negazione dialettica, dei suoi stessi presupposti fondamentali: dopo la spietata espropriazione di artigiani, contadini, mercanti, piccoli industriali ecc. il capitale procede alla espropriazione degli stessi capitalisti con le grandi società anonime, col dominio del capitale finanziario, con l'espansione delle società per azioni e del credito fino al capitalismo di stato, di cui nessuno dei paesi industriali può ormai fare a meno. E' il capitalismo stesso che elimina la proprietà privata con l'espansione inarrestabile fuori dalle frontiere nazionali, con la creazione del mercato mondiale integrato, con la dissoluzione delle isole chiuse di lavoro-consumo superstiti sul pianeta.

Questo processo storico, basato sull'espansione delle forze produttive, porta al risultato di un'ulteriore conferma del marxismo: l'enorme aumento delle forze produttive fa sì che sempre meno forza-lavoro mette in moto sempre più mezzi di produzione, sempre più capitale, con il risultato di creare una sproporzione sempre maggiore tra valore della forza-lavoro e ricchezza prodotta, quindi un immiserimento relativo della classe che produce più ricchezza.

E' chiaro che "legge della miseria crescente" non vuol dire diminuzione secca del salario reale, ma diminuzione in rapporto al plusvalore prodotto. La stessa legge si scrive anche in altri termini: diminuzione del tempo di lavoro necessario a riprodurre la vita dell'operaio in rapporto al tempo di lavoro non pagato, tempo in cui l'operaio lavora per il profitto del capitalista.

A suo tempo Marx usava calcolare questo rapporto 1:1, cioè metà lavoro retribuito, metà lavoro gratuito. Su dodici ore della giornata lavorativa, sei e sei. Oggi vi sono rami di industria in cui il rapporto raggiunge limiti di 1:8, un'ora su otto e anche meno. Tenuti fermi tutti gli altri elementi, un aumento simile della produttività si deve tradurre in un conseguente aumento dei profitti, o meglio del saggio di profitto. Ma ciò non avviene per il fenomeno accennato, cioè per il fatto che sempre meno forza-lavoro muove sempre più capitale. "Tutte le deduzioni sulla impossibilità di questo sistema di tirare in lungo stanno e posano sulla verifica della legge di discesa del tasso di profitto". Ma chi consuma? Con l'aumento della massa del profitto, anche se non del saggio, il capitalista può permettersi di raddoppiare, poniamo, la paga dell'operaio quando la produttività sia decuplicata. Il conto non torna se gran parte del capitale non rifluisce nel ciclo produttivo, magari sotto forma di investimenti in altri paesi. In questo modo non si fa che alimentare un circolo vizioso che è spezzato soltanto dalle crisi, le quali, però non sono altro che l'inizio di un ciclo ancora più contradditorio: "La teoria delle crisi ricorrenti e sempre più gravi ha per fondamento quella dell'aumento della produttività e della discesa del tasso di profitto".

La teoria marxista delle crisi verrebbe meno solo nel caso di una degenerata composizione organica del capitale in tutti i rami della produzione e in tutti i paesi, cioè un rovesciato rapporto fra forza-lavoro da una parte e mezzi di produzione, comprese le materie prime, dall'altra. Oppure di una diminuita produttività del lavoro. Ma tutto l'opposto succede nel mondo capitalistico, dove la crisi è indice di sovrapproduzione rispetto ad un mercato non sostenuto neppure dai beceri consumi imposti a chi resta nel ciclo produttivo o dalle esportazioni verso paesi che soffrono degli stessi problemi.

Così il confronto con il modo di produzione comunista ci permette di affermare che il vantato progresso non è che la disumanizzazione e che il metodo di misurarlo con l'aumento della produzione e della produttività, adottato sia dagli opportunisti d'occidente che dai falsi comunisti d'oriente, non è che un rito propiziatorio, un esorcismo nei confronti di un andamento disegnato con curve inesorabili.

Il programma della società comunista ci permette di affermare fin d'ora che, scoppiata la rivoluzione in occidente, i primi durissimi colpi saranno diretti proprio alla produttività e volti al rovesciamento del dominio del "lavoro morto sul lavoro vivo", con conseguente taglio drastico dell'attuale mostruoso tempo di lavoro coatto. Se oggi è vero, come è vero, che l'uomo lavoratore si procura il pane della giornata in qualche minuto di lavoro, "quando lavora più di due ore non è uomo, ma fesso". Si ricorda il 1° maggio da militanti rivoluzionari lavorando contro le correnti disfattiste che dimenticano la fessificazione dell'umanità in generale e del proletariato in particolare in un tuffo a sostegno di un impossibile "benessere" fatto di consumi imbecilli, di produttività e di tempo lavorativo degno di schiavi. Questo lavoro, che è lunga opera di ricostruzione delle direttrici rivoluzionarie autenticamente marxiste, deve mettersi al passo con l'avanzare di una crisi della forma di produzione capitalistica (specie occidentale e americana) cui sono legate tutte le condizioni oggettive e determinanti e che nessun diversivo di politica economica o militare, nazionale o mondiale potrà scongiurare.

"Il partito comunista difende la situazione futura di un ridotto tempo di lavoro a fini utili alla vita, e lavora in funzione di quel risultato dell'avvenire, facendo leva su tutti gli sviluppi reali. Quella conquista che sembra miseramente espressa in ore e ridotta a un conteggio materiale, rappresenta una gigantesca vittoria, la massima possibile, rispetto alla necessità che tutti ci schiavizza e trascina".

(Tutte le citazioni sono tratte da: "La rivoluzione anticapitalista occidentale". Riunione di Genova 26.4.1953)

"Il movimento comunista non è questione di pura dottrina; non è questione di pura volontà; tuttavia il difetto di dottrina lo paralizza, il difetto di volontà lo paralizza. E difetto vuol dire assorbimento di altrui dottrine, di altrui volontà. Quelli che irridono alla possibilità di tracciare un grande itinerario storico a mezzo del corso, sono portati o ad escludere ogni possibilità di influenza di singoli e gruppi sulla storia, o ad esagerarla."

da "Proprietà e Capitale" (1948-50)

Partito Comunista Internazionale – 28-4-84, via Calandra 8/L – Torino.

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