chicago86

A proposito della vicenda Fiat: tornare a lottare "fuori" dalle fabbriche!

Da Sinistra Comunista Internazionale

fiat-pomilglianoDa anni il mercato dell'auto è in caduta libera. La concorrenza tra le varie case automobilistiche è diventata spasmodica. E' in atto una guerra, di cui la vicenda-Fiat è solo un'ulteriore tappa che dovrà stabilire chi sopravvivrà all'interno di un mercato sempre più stagnante e soggetto sempre più a "crescite" congiunturali tanto improvvise quanto effimere. Proprio perché l'intero comparto è in condizioni comatose già da decenni, nonostante i generosi "interventi" di capitale pubblico a salvaguardia delle perdite accumulate, l'esplosione generalizzata della crisi alla fine del 2008 gli ha assestato un colpo pressoché mortale, determinando fallimenti a catena o, nei casi migliori, condizioni di estrema sofferenza.

La crescita della disoccupazione, sia nei paesi imperialisti che in quelli sottosviluppati, ha evidentemente ridotto la domanda di automobili in quasi tutto il globo, eccezion fatta per la Cina, anche se nel complesso la richiesta è cresciuta meno del previsto, e ciò ovviamente non ha fatto altro che aumentare l'eccesso di sovrapproduzione, che in molti casi, è divenuto talmente insopportabile da determinare il fallimento delle imprese (dei 96 milioni di auto prodotte, il 30% rimane invenduto).

Non è una specificità del settore dell'auto, anche se qui il processo patologico si è manifestato con particolare virulenza: per tutti i settori produttivi l'epoca dello sviluppo travolgente è ormai definitivamente alle spalle. Davanti a un sistema ingolfato di merci, si prospettano solo riprese asfittiche sempre più drogate e cadute ancor più catastrofiche.

Questo quadro complessivo dalle tinte quanto mai fosche non è il semplice portato di una crisi iniziata due anni fa, ma è il prodotto di un aggravamento ulteriore della crisi internazionale e simultanea del capitalismo che data ormai dalla metà degli anni settanta.

Per dare ossigeno ai propri bilanci e non venire divorate nella giungla del mercato mondiale, tutte le aziende produttrici di auto stanno attuando dei piani di "risanamento" che prevedono il taglio di decine di migliaia di posti di lavoro nei maggiori centri industriali dell'Occidente: il ventre molle in cui i padroni spingono e spingeranno sempre più a fondo la lama del loro coltello per sopravvivere e rilanciarsi è infatti quello della "propria" e "garantita" classe operaia. Questi piani non mirano solo a ridurre gli organici per dimensionarli al livello richiesto dalle esigenze del profitto e della competitività. Attraverso di essi i capitalisti vogliono anche e soprattutto deprimere e dividere la forza organizzata della classe operaia in modo poi da metter mano indisturbati a quella continua ristrutturazione del ciclo produttivo ed a quell'uso flessibile della forza-lavoro applicato su vasta scala e che sono l'artiglieria pesante con cui essi si propongono di sbaragliare i concorrenti, e di ampliare la propria fetta di mercato. Questa necessità è ancor più forte per la FIAT, che sta perdendo terreno più delle altre case automobilistiche, persino nel proprio cortile di casa, non per l'incapacità imprenditoriale delle dirigenze Fiat o della "classe politica" italiana, ma a causa della debolezza storica del "nostro" capitalismo rispetto ai "fratelli nemici" occidentali di più grossa stazza. Una debolezza che non può non continuare a pesare sull'italico stellone in quanto la classe dominante nostrana non ha saputo e potuto superarla di getto due secoli addietro nella fase storica della sua emancipazione nazionale, ragion per cui, una volta passato quello svolto cruciale, non potrà superarla mai più con buona pace delle corbellerie togliattiane sulla Resistenza come "nuovo Risorgimento". Nel sistema mondiale del capitalismo la classe dominante nazionale ha a sua disposizione un unico mezzo per evitare che tale debolezza si tramuti in un veleno mortale: incatenare la classe operaia in modo ancor più serrato che negli altri paesi.

Quella di reggere alla concorrenza mondiale nella crisi non è dunque solo una necessità per la Fiat, ma per l'intera classe dei capitalisti: questa feroce concorrenza chiede infatti a tutti i capitalisti di imporre condizioni di lavoro tali da garantire un'estorsione di pluslavoro massimizzata, chiede che si utilizzino a tal fine tutte le condizioni ambientali e sociali presenti nei diversi paesi del mondo e che sindacati e governi sostengano gli sforzi produttivi dei padroni. Ciò avviene sotto tutte le latitudini, sotto tutti i governi e con tutti i tipi di sindacato. In vista di questo obiettivo la FIAT ha fatto da rompighiaccio contro la forza organizzata dell'intero proletariato mostrando a tutte le altre aziende come si deve agire. Prima di dare il via al colpo finale, bisognava aver indebolito il movimento di lotta generale, dividendo e disarticolando la massa dei lavoratori FIAT.

Il "Piano Marchionne" vi ha contribuito, per quello che riguardava il suo gruppo, in modo esemplare: è partito con una valanga di cassintegrazione, con l'accordo di Pomigliano, con la chiusura prossima ventura dello stabilimento di Termini Imerese ed i ricatti delle delocalizzazioni estere. Infine ha confezionato il piano di ristrutturazione in modo da ostacolare una risposta generale e da approfondire le linee di frattura già scavate all'interno della massa dei lavoratori FIAT, e non solo tra gli operai che rimangono in produzione (e che, rispetto a oggi, non avranno più il salario tagliato dalla cassintegrazione) e quelli messi in cassintegrazione a zero ore, ma anche tra gli operai degli stabilimenti destinati alla chiusura e quelli degli stabilimenti che continueranno ad avere un futuro produttivo. Per aumentare la corrosività di questo ricatto sull'organizzazione e sull'unità della classe operaia, la FIAT non ha giocato solo in casa. Ha inglobato alcuni stabilimenti esteri tramite la Chrysler in Usa (va ricordato che i sussidi del Governo Federale americano e l'abbattimento del costo del lavoro in Chrysler hanno fortemente contribuito allo spostamento strategico della Fiat verso gli Usa) e quelli della Zastava in Serbia, e vuole inoltre potenziare quelli in Polonia e in Brasile. Con una sola azione ha ottenuto due risultati: da un lato ha messo le mani su una manodopera a basso costo, dall'altro lato si è dotata, grazie allo spettro della "delocalizzazione", di un'arma in più per ricattare gli operai italiani e costringerli ad accettare tagli alla propria condizione e alla propria forza organizzata. Queste mosse hanno dato "concretezza" al ricatto che parallelamente l'azienda ha iniziato ad imporre ai lavoratori: la FIAT ha un piano di rilancio (la Newcow, che si sperimenterà a Pomigliano) all'interno del progetto di Fabbrica Italia. Di cui la sostanza è questa. "Se una parte di voi lavoratori accetta di essere sospesa a zero ore per qualche anno, e se quelli destinati a rimanere in fabbrica si fanno carico sin d'ora delle esigenze di competitività e di efficienza dell'azienda, in modo che abbia fine la "lotta di classe", allora la maggior parte di voi non sarà licenziata e verrà garantita la futura solidità del posto di lavoro per tutti. Se non accettate questo piano, l'azienda andrà a picco e spariranno anche i posti di lavoro che essa vuole ora conservare" [1] Questa è la logica imposta con Fabbrica Italia che il padronato vuole che sia fatta accettare a tutte le categorie dei lavoratori e non solo ai metalmeccanici. In questa logica trionfa l'annullamento non solo di qualsiasi contrasto di classe per il bene dell'azienda e dell'economia nazionale, ma anche di qualsiasi differenza di classe che affonda nella più nauseante omologazione sociale.

La sostanza del progetto è chiara:

a) trasformare le deroghe al Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro nella nuova forma stabile del contratto, il che significa in sostanza eliminare il CCNL in forza di un adeguamento totale delle condizioni di lavoro alle esigenze delle aziende e al territorio (leggi, su quest'ultimo aspetto: gabbie salariali);

b) spostare l'incremento produttivo dai salari ai profitti, in modo da rilanciare la cosiddetta "accumulazione di capitale fisso";

c) esercitare infine la massima pressione sul salario attraverso la precarietà e la disoccupazione.

I padroni, quando indicano questa strada, sanno di potere contare su questo governo, ma sanno anche che i contratti a misura di produttività sono un programma organicamente condiviso da opposizioni, partiti e sindacati, e fanno leva su questo accordo di fondo perché le loro esigenze si trasformino in quella che chiamano "una riforma concreta".

Il "Piano Marchionne" proietta le future linee che governi, partiti e sindacati si incaricheranno di applicare in nuove disposizioni sia contrattuali che legislative. Come è avvenuto a memoria con l'introduzione della scala mobile nel 1975, con la marcia dei 40 mila colletti bianchi FIAT nel 1980, con il successivo decreto e accordo sindacale che tagliava la scala mobile, con le leggi per la limitazione degli scioperi del febbraio 1984, con l'accordo del 31 luglio del 1992 per  rinunciare agli ultimi residui di scala mobile e con il blocco dei contratti nazionali e l'introduzione della contrattazione aziendale, innescando così nell'ottobre 1992 scioperi e manifestazioni di grande portata trasformatesi in durissime contestazioni a tutti i dirigenti Cgil, Cisl e Uil, che furono costretti a parlare protetti dagli scudi di plexiglass della polizia, per arrivare poi al patto del 23 luglio ‘93 tra Governo, Confindustria e sindacati dove si disciplinano i vari capitoli di "attacco al proletariato" trattati nell'arco del decennio precedente e fatti convalidare ai proletari con l'espediente del referendum.

Il salto di qualità del piano Marchionne, quindi, non sta tanto nel piano stesso quanto nel metodo sistemico con cui vuole imporre questo piano, in sintonia col Governo e lo Stato come "comitato d'affari" sempre più subordinato alle esigenze del capitale, e con l'accordo dei sindacati asserviti. Esso segna un punto di svolta nel percorso verso un'aperta fascistizzazione dell'attuale regime politico e sociale, nel percorso che non da ora tende verso un regime di moderno fascismo entro una scorza democratica sempre più esile e trasparente, che punta a rendere compatibili, meglio ancora a far percepire come identiche le esigenze del capitale e quelle dei lavoratori, che devono essere resi flessibili in un sistema di rapporti sociali, totalmente dominato e affasciato dalle centrali di decisione della produzione. É per questo che è indispen­sabile il totale controllo del sindacato, prono agli interessi di multifunzionalità, mobilità, cottimizzazione della forza lavoro resa, al pari delle materie prime, oggetto di risparmio dei costi per la massimizzazione dei profitti. La lotta di classe va sostituita a colpi di ricatti oggi e d'imperio domani con la collaborazione di classe secondo i dettami che le novelle "Carte del Lavoro" si incaricheranno di elaborare ricalcando sempre più il modello corporativo di Mussolini. E' la riedizione democratica del corporativismo fascista l'aspetto chiave di questo piano, quello che ne rappresenta il salto di qualità, attraverso l'approvazione fornita da tutti gli apparati di mediazione (istituzioni, sindacati, chiese, ecc.), con l'uso tecnologico multimediale ed il ricatto sistematico, da quello sul lavoro, alle sanzioni disciplinari fino al licenziamento preventivo nei confronti di qualunque proletario fautore di conflittualità. La posta in gioco nella vertenza FIAT non è costituita semplicemente da migliaia di licenziamenti: sono in gioco i rapporti di forza generali fra borghesia e proletariato per i prossimi anni, così come accadde dopo la sconfitta della lotta chiusa a tradimento dal sindacato nel 1980.

Di conseguenza i licenziamenti repressivi in corso oggi, come allora (1980), sono effetto e sostanza di questo piano. Il padrone non ha alcun timore di esercitare la sua dittatura di classe, altro che abolizione della lotta di classe come ciancia Marchionne dall'alto dei suoi 500.000 euro mensili (ciò dà la misura di quanto è aumentato lo sfruttamento operaio dai tempi di Valletta). Quello che la Fiat sta facendo, che i padroni vogliono fare, e che il Governo e lo Stato vogliono sostenere, è la riformulazione del dominio, secondo il salto di qualità, che considera inaccettabili  perfino i comportamenti ordinari della lotta sindacale.

L'unico modo che avrebbe potuto impedire quest'operazione della Fiat era una risposta di lotta massiccia e generalizzata, risposta che non c'è stata, come era prevedibile, visto l'attuale livello di disorganizzazione e debolezza degli operai. Ciò è anche il risultato, oltre che della crisi capitalistica e dell'azione padronale, di una politica sindacale che non ha mai sganciato la difesa degli interessi operai da quella della competitività delle aziende. Non è stata l'accettazione degli accordi a perdere su Termini Imerese e Pomigliano a lasciar via libera alla strategia FIAT di logoramento e di divisione della forza operaia? Non è stata l'accettazione di questi accordi a rafforzare tra i lavoratori l'illusione di un rilancio futuro dell'azienda al quale sacrificare oggi condizioni di lavoro e forza contrattuale?

E' inevitabile allora che entro il quadro difensivo predisposto dai vertici sindacali e, in conseguenza di ciò, con un fronte di battaglia che non mostra di avere la forza per contrastare i disegni aziendali, possano prendere piede tra gli operai spinte concorrenziali e localistiche per salvare il patrimonio industriale di Torino in alternativa a quello di Milano e del Mezzogiorno o viceversa, mentre la crisi stessa è frutto delle tendenze inarrestabili dello sviluppo capitalistico, che comportano la progressiva riduzione della quantità di lavoro umano necessario alla produzione. Non è altrettanto vero allora che l'unico modo per scuotere la paura e le illusioni degli operai non ancora investiti dai licenziamenti è quello di chiamare in campo l'intero fronte proletario, occupati e disoccupati, e di cominciare a dare battaglia anche in seno al movimento sindacale per rompere definitivamente con questa politica delle compatibilità che tanti danni ha provocato alla classe operaia?

Questa è la lezione che deve essere tratta dalla situazione reale senza farsi annichilire dalla sfiducia sull'impossibilità di ribaltare i rapporti di forza con il padronato! Se si lega la difesa delle proprie condizioni di vita e della organizzazione operaia alla prospettiva del rilancio dell'azienda all'interno di un piano di rinascita dell'intera economia nazionale, come è ancora nelle illusioni di molti lavoratori; se si lega questa difesa agli obiettivi di "restare sul mercato" e di "riconquistare quote di mercato"; se si impernia, di fatto, la battaglia operaia sullo stesso presupposto dell'azienda, è inevitabile che si debba arrivare a tagliare salari e forza operaia. E' inevitabile, cioè, mettere in discussione gli stessi pilastri che sono la forza dei lavoratori, numero ed unità, non solo perché, nella crisi capitalistica, il fattore che deve essere alla fine spremuto per aumentare la competitività di un'azienda è la forza-lavoro, ma anche perché l'impostazione dei vertici sindacali mina la possibilità di costruire quel fronte di classe che vada oltre i confini nazionali, che solo avrebbe la forza di sbarrare la strada ai piani padronali.

Fiat e Confindustria, difensori dell'osservanza delle regole, sotto l'incalzare della crisi non esitano per il raggiungimento dei propri interessi a violare le decantate norme dello stato di diritto borghese, derogando e disdicendo, come nel caso dei metalmeccanici, accordi contrattuali da loro stessi sottoscritti. Ma ciò facendo indicano al proletariato la via smarrita dell'inosservanza delle regole e delle leggi di cui egli dovrà riappropriarsi per difendere efficacemente i propri interessi di classe, infrangendo i contratti ed i patti sociali che gli legano le mani e inseriscono la sua azione dentro gli ingranaggi di conservazione del sistema che continua a rubargli la vita. Le sue richieste il proletariato le deve avanzare quando gli servono, non quando lo dice il calendario.

La forza dà il "diritto" ai padroni di imporre le loro soluzioni alla crisi, e vano è, da parte dei lavoratori invocare i "diritti" dati dalla Costituzione e dallo Statuto dei lavoratori, e appellarsi agli apparati dello Stato, come se lo Stato non fosse parte attiva e cosciente  di questi processi. Non è un problema morale: questo è il capitalismo e questa è lotta di classe condotta dall'alto compattamente da tutto il fronte borghese.

Che lo vogliano o no, che ne siano consapevoli o meno, i lavoratori della FIAT come tutti i lavoratori, si trovano davanti ad un bivio. O rispondono come classe, mettendo al centro la difesa intransigente delle loro condizioni di vita, cominciando a stabilire i primi collegamenti di lotta a livello nazionale e internazionale, o cedono ai ricatti dell'azienda, mettendosi su una strada lastricata di crescenti sacrifici, di sudore, lacrime e sangue. Quest'azione di unificazione delle forze operaie del gruppo deve correre parallela a quella per saldarle con la mobilitazione, sempre più centralizzata, dell'intera classe operaia su obbiettivi che tengano conto della  condizione di tutta la classe, occupata e disoccupata, infrangendo la barriera storica che impedisce di riprendere la parola d'ordine sul salario ai senza-lavoro e della diminuzione drastica della giornata lavorativa a parità di salario. Come si può continuare a mantenere separata la lotta dei lavoratori della FIAT e dei metalmeccanici, dalle lotte che contemporaneamente sono condotte dai chimici, dagli edili, dai tessili, dai precari nella scuola e da tutti quei lavoratori in cassa integrazione, in via di licenziamento o già licenziati nelle piccole e medie imprese e nei servizi pubblici e privati? Come è possibile che ogni categoria lavorativa proceda autonomamente slegata dalle altre, quando i padroni, anche sul terreno sindacale, procedono invece a livelli sempre maggiori di centralizzazione delle loro organizzazioni?

Se è vero che lo scontro in atto alla FIAT ha una portata generale, allora l'unica risposta adeguata sarebbe la mobilitazione generale del proletariato. Se è vero che la macchina da guerra di Marchionne viene lanciata ora contro gli operai FIAT per macinare poi le carni dell'intero proletariato, ciò significa che il capitalismo si può oggi difendere dai colpi della crisi solo ponendo le premesse per lo scatenamento di un'autentica guerra di classe.

Sciopero, sciopero e basta!

Nessun appello, nessun ricorso alla Costituzione, nessun addebito alla Confindustria ed alla FIAT di essere scesa sul terreno dell'illegalità. Unificare gli scioperi, superare lo stadio primitivo dello scontro nella propria azienda e contro il proprio padrone. Gli operai devono voltare la schiena alla galera di fabbrica contro l'indicazione di confederazioni sindacali e partiti politici che predicano di salvarla. Si tratta di uscire dal retaggio aziendale che rinchiude e inchioda i proletari alla fabbrica, ritornando con forza e spontaneamente all'unione nelle piazze, per lottare nel tessuto urbano, fuori dalle fabbriche e giù da tetti e gru, fuori dalla prassi suicida palesemente inconcludente e dissipativa in cui è stata ridotta la lotta operaia.

Settembre 2010

 

[1] Corsivo relativo a quanto affermato in sintesi da Marchionne a riguardo. All'apparente consequenzialità di questo ragionamento dei vertici Fiat, fa riscontro una realtà ormai decennale in cui tutti i piani di ristrutturazione si sono inesorabilmente risolti con un aumento della precarietà del lavoro e col peggioramento delle sue condizioni materiali, oltre ad una perdita secca di posti di lavoro e di chiusura completa di interi reparti produttivi. Anche dove sono stati applicati i cosiddetti contratti di solidarietà, non solo non hanno contribuito a salvare posti di lavoro, ma hanno aiutato i singoli capitalisti a mettersi in tasca un sacco di soldi dilazionando fallimenti già decisi o semplicemente introducendo forme di vera e propria schiavitù col ricatto continuo della disoccupazione.

[tratto da www.sinistracomunistainternazionale.it]

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