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Difendere il posto o il salario?

In questo quarto anno di crisi economica la situazione è di estrema gravità per la classe borghese e per il suo Stato: l’economia nazionale perde colpi, la produzione si contrae, le entrate fiscali diminuiscono. Ma è ben più grave per i lavoratori. Sono sempre più numerose le fabbriche che rischiano la chiusura. Una parte significativa degli operai ha già perso il lavoro o è in pericolo di perderlo: una volta esaurita la cassa integrazione si ritrovano senza salario.

Nei fatti la vicenda si presenta così.

Quando il padrone annuncia la sua decisione di chiudere la fabbrica, ovvero di trasferirla in un altro paese, i suoi dipendenti si rivolgono ai sindacati nella speranza di una qualche difesa. Il sindacalismo confederale intraprende allora una strategia ed una mobilitazione che si fondano sul salvataggio "dei posti di lavoro", cioè della fabbrica, e sul mantenimento della sua continuità produttiva e commerciale.

Questo è anche il risultato di un lungo ciclo economico che ha visto in Europa ridursi di molto più che altrove e in altri tempi la tipica mobilità dei lavoratori e una eccezionale lunga permanenza delle maestranze nella stessa azienda. Per altro, oggi, che fuori dell’azienda il sindacalismo di regime ha accettato il precariato assoluto, la fabbrica appare, invece che una prigione, l’ultimo rifugio.

Per "salvare la fabbrica" si chiede quindi il sostegno di tutti, dagli enti locali, alla chiesa, al personaggio politico locale; si cerca di far pressione perché lo Stato, la Regione, il Comune intervengano per favorire la continuazione o la ripresa della produzione con incentivi fiscali, commesse pubbliche, ecc.

In questa impostazione succede che il mezzo dichiarato, la difesa della fabbrica per la difesa dei lavoratori, si capovolga nel fine, e i lavoratori "coerentemente" a quello siano sottomessi e, sovente, per quello accettino financo i licenziamenti di una parte di loro.

Nessuno dei sindacati confederali, perché estraneo alla loro natura borghese, chiede che sia assicurata la vita dei lavoratori e delle loro famiglie indipendentemente dalla fine che possa fare la fabbrica. Hanno infatti abbracciato il punto di vista borghese che considera il lavoratore solo come una delle tante merci necessarie nel processo di valorizzazione del capitale. Se il processo produttivo cessa, l’operaio diventa inutile, un disoccupato, passa nell’esercito industriale di riserva. Può cessare di vivere, basta sopravviva in attesa del prossimo ciclo espansivo del capitale.

Ma quella dei lavoratori è una classe sociale, tutti i lavoratori sono economicamente opposti a tutti i padroni, alla classe borghese. Sono una classe perché hanno interessi comuni, il primo dei quali è quello di vivere come uomini. Per questo sia il sindacato di classe (che oggi non c’è) sia il partito di classe (idem) si costituiscono ed intervengono dal di fuori delle fabbriche. In esse sono sì ben presenti e possono anche avere le loro roccheforti, ma in quanto rappresentano una classe che ne è fuori. Sono necessari proprio perché è in fabbrica che i lavoratori sono più deboli e ricattabili: la forza della classe operaia è di non avere nulla da perdere, se non le proprie catene, delle quali una delle peggiori è il "posto fisso".

Troppo difficile? La scuola della crisi lo sta spiegando alla svelta.

Per questo il movimento dei lavoratori, il sindacato di classe, mette tra i suoi obbiettivi quello generale e intercategoriale del salario ai disoccupati.

Se la borghesia, classe che detiene ogni ricchezza, oggi non può o non ha interesse ad assicurare la continuità delle sue produzioni, deve però assicurare la vita ai lavoratori pagando con i profitti che ha accumulato nei lunghi anni di sviluppo dell’economia! Che sia lo Stato borghese, attraverso il prelievo fiscale alle classi ricche, ad accollarsi il carico dei lavoratori costretti, non per loro colpa, all’inattività da questo assurdo regime.

[tratto da www.international-communist-party.org]

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