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Lo sciopero Renault aprile-maggio 1947

di Pierre Bois

Lo sciopero della Renault, nell'aprile-maggio 1947, fu la prima grande manifestazione del proletariato industriale del dopoguerra. Fu finalmente l'occasione di riprendere la tradizione delle lotte operaie. Con esso tornò alla luce lo sciopero, che era stato vietato durante la guerra e l'occupazione, poi denunziato alla "Liberazione" dalla CGT in quanto "arma dei trusts". Fu del resto il preludio ad una serie di movimenti che toccarono tutti i settori della vita economica. Ugualmente importante è notare che segnò, nello stesso tempo, la fine di un periodo politico, quello della collaborazione di ministri comunisti al governo.
La spiegazione del successo, della portata e delle conseguenze dello sciopero Renault è interamente contenuta nella situazione politica eccezionale che la precedette: la partecipazione del PCF al governo.

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La situazione politica alla vigilia dello sciopero Renault

La presenza di ministri "comunisti" in un governo dell'immediato dopoguerra può certo sorprendere. Il PCF non la deve soltanto al numero dei propri elettori. La impone De Gaulle nel 1944, sia alla borghesia francese che all'imperialismo americano. "L'alleanza" coi comunisti è uno dei più importanti elementi della sua politica d'indipendenza.

Essa gli dà l'appoggio popolare indispensabile perché possa realizzare l'unanimità nazionale intorno al suo governo e si possa così imporre nei confronti degli USA.
Tale politica è, ovviamente, resa più facile dalla situazione internazionale. In previsione della fine della guerra e degli eventuali disordini che potrebbero accompagnarla, l'alleanza militare tra gli USA e l'URSS si è trasformata in un vastissimo connubio controrivoluzionario che mira a mantenere l'ordine per mezzo dell'occupazione militare nell'Europa "liberata".
Benché la partecipazione di ministri comunisti al governo di un paese della zona d'influenza occidentale non piaccia molto agli americani, essa non contraddice però la strategia internazionale che ufficialmente proclamano.
In quanto al PCF, sta vivendo momenti eccezionali. Può conciliare apertamente la sua vocazione nazionalista e la fedeltà a Mosca. Può nello stesso tempo servire la politica internazionale del Cremlino ed essere "reintegrato" nella comunità nazionale francese.
Sta quindi adoperandosi a dimostrare alla borghesia francese che è un vero partito di governo, un partito responsabile che entra lealmente nel gioco della "democrazia" borghese.
De Gaulle gli renderà omaggio in questi termini nelle sue Memorie (tomo 3: La salvezza) : "Sicuramente, giorno dopo giorno, i comunisti gareggeranno in promesse e moltiplicheranno le invettive. Tuttavia non tenteranno nessun movimento insurrezionale. Meglio, mentre sarò al governo, non ci sarà neanche uno sciopero"."In quanto a Thorez, pur sforzandosi di fare andare avanti gli affari del comunismo, renderà servizio in più occasioni all'interesse pubblico. Fin dall'indomani del suo ritorno in Francia, aiuta a porre fine agli ultimi resti delle milizie patriottiche, che alcuni dei suoi, si ostinano a mantenere in una nuova clandestinità. Nella misura in cui glielo consente l'oscura e dura rigidità del suo partito, si oppone ai tentativi di scavalcamento dei Comitati di Liberazione e alle violenze che dei gruppi sovreccitati cercano di attuare. A quelli numerosi - tra gli operai, specialmente i minatori, che ascoltano le sue arringhe, dà senza tregua la consegna di lavorare tanto quanto è possibile e di produrre, costi quel che costi".
Ma se De Gaulle ha potuto fin dal 1944 appoggiarsi al PCF per tentare di affermare una relativa indipendenza dall'imperialismo US, se ha pagato tale appoggio con qualche posto ministeriale e sostanziosi vantaggi sindacali, la borghesia francese nel suo complesso continua a diffidare dei "comunisti" ed a accettarli soltanto come un male necessario e eminentemente transitorio.
I legami con Mosca li rendono tanto sospetti che, passato il periodo critico dell'immediato dopoguerra e della restaurazione dell'ordine, la santa alleanza contro rivoluzionaria URSS-USA, divenuta meno utile, comincia naturalmente a incrinarsi.
L'11 marzo 1947, in un discorso rimasto famoso, Truman, presidente degli Stati Uniti, indica la nuova tonalità delle relazioni internazionali, protestando contro "la coercizione e i procedimenti attuati in Polonia, in Romania e in Bulgaria", e annunciando la sua intenzione di aiutare "i popoli liberi che resistono attualmente alle manovre di qualche minoranza armata o alla pressione comunista".
Il piano americano di aiuto all'Europa annunciato nel frattempo, il piano Marshall, sta d'altronde per precipitare l'evoluzione verso ciò che verrà chiamato più tardi la "guerra fredda".
Di questo piano Marshall si parla già in Europa, nel marzo 1947. Una parte sempre più importante della borghesia francese guarda, in effetti, verso gli USA. De Gaulle, l'uomo della politica d'indipendenza nei confronti dell'imperialismo americano, ha dato le dimissioni nel gennaio 1946. Il suo abbandono non ha cambiato nulla di fondamentale nella politica interna, né nella politica estera francese. Il tripartitismo, ossia la coalizione PCF-PS-MRP che gli è succeduta rappresentava non soltanto la "sacra unione" di tutti i partiti che si sono fatti difensori dell'ordine borghese per rimettere in piedi il capitalismo francese, ma anche la volontà, da parte di questo ultimo, a proseguire la stessa politica nei confronti dell'URSS e degli USA per salvaguardare la propria indipendenza. Ma nel 1947 la situazione del capitalismo francese gli permette di esaminare la possibilità di accettare il piano Marshall, senza rischiare di doversi sottomettere, corpo e anima, all'imperialismo USA. Tanto più che la rinascente tensione Est-Ovest non può che incitarlo a rendere più stretti i legami con gli onnipotenti USA.
Nell'ambito del nuovo rapporto di forze che sta per instaurarsi nel mondo, la presenza di ministri comunisti nel governo borghese di un paese occidentale diventa sempre più anacronistica. Da questo punto di vista, l'esclusione dei ministri PCF, seppure non era ancora all'ordine del giorno nell'aprile-maggio 1947 è tuttavia già iscritta nell'evoluzione dei rapporti internazionali che porterà alla rottura Est-Ovest nel 1948.
Lo sciopero Renault anticiperà in qualche modo questa evoluzione.

La situazione sociale alla vigilia dello sciopero Renault

All'interno, la situazione è difficile. Difficile anzitutto per gli operai. Per rimettere in piedi l'economia capitalista, lo stato borghese non esita ad impoverire l'insieme della popolazione stampando senza tregua carta moneta. L'inflazione è galoppante e l'aumento del costo della vita supera in media il 10% al mese!
Ovviamente il governo dichiara di svolgere una politica di stabilizzazione coll'istituzione del blocco dei prezzi. In effetti, fin dalla guerra, i contratti che stabilivano i salari minimi sono messi in disparte. E' il governo che fissa direttamente il salario minimo di tutti gli operai, compresi quelli del settore privato.
In quanto ai prezzi, non smettono di aumentare.
Durante la guerra, le derrate erano contingentate e tassate. Man mano che riapparivano sul mercato, si vendevano a prezzi di mercato nero. Il blocco dei prezzi è inesistente, rimane invece quello dei salari.
Tutto questo non può che provocare una certa agitazione operaia. Ma i sindacati condannano e, per qualche tempo, riescono a soffocare questa agitazione. Per dimostrarlo basterà un esempio.
Il primo maggio 1945, a guerra non ancora finita, poiché l'armistizio verrà firmato solo l'8 maggio, i sindacati indicano chiaramente in quale direzione intendono indirizzare l'azione operaia.

Occorre "produrre prima, rivendicare dopo". La sfilata del primo maggio è un gran carnevale : una lunga sfilata di carri mostra operai al lavoro che battono l'incudine alle note della "Marsigliese" in un tripudio di bandiere tricolori. Lo sciopero viene condannato come "l'arma dei trusts".
I dirigenti della CGT affermano che "forte dei suoi cinque milioni di aderenti, la CGT saprà imporre una politica di blocco dei prezzi". I muri della metropolitana sono ricoperti di manifesti: "Rimbocchiamoci le maniche, tutto andrà ancora meglio". Ma i prezzi non smettono di aumentare.
A fine gennaio 1946, i tipografi entrano in sciopero malgrado le consegne sindacali. Vengono calunniati dal PCF. Il loro sciopero è sabotato. Si vedrà L'Humanité (che all'indomani di questo sciopero non risparmia alcuna calunnia per insozzarlo) uscire con un "bianco" : i rotativisti del quotidiano del Partito comunista francese avevano deciso di "censurare" un articolo particolarmente scandaloso.
Il 2 giugno 1946 devono svolgersi le elezioni legislative. Il PCF è cosciente del malcontento operaio, e di fronte all'aumento continuo del costo della vita, rivendica aumenti del 25%.
Nell'agosto del 1946, dopo le elezioni, i prezzi aumentano ancora ma i salari rimangono quasi bloccati. L'unica concessione che il ministro comunista del lavoro Ambroise Croizat ottiene dal governo, con grande soddisfazione dei padroni, è che i lavoratori possono ottenere aumenti dei salari se si oltrepassano i limiti estremi di produzione.
Per ostacolare il sovrasfruttamento del lavoro a cottimo, i lavoratori avevano ottenuto, nel 1936, che i salari legati alla produzione non potessero sorpassare un certo limite.
"Sorpassare i limiti, lavorare di più, ecco ciò che vi permetterà di aumentare i vostri salari", lo chiede adesso agli operai il ministro "comunista" del lavoro. E di fronte all'aumento continuo del costo della vita, i lavoratori sono costretti a rassegnarsi ad intensificare il lavoro, tanto più che l'apparato della CGT è presente per sostituire vantaggiosamente i capireparto.
Alla Renault, il massimo del cottimo, che era al 116%, raggiunge presto il 120%, poi il 125%, poi il 130%, il 140, il 150% e più. (Qualche anno dopo sarà la direzione che prenderà la decisione di ribassarlo al 145%, malgrado le proteste dei dirigenti della CGT, tanto questa pratica faceva crescere catastroficamente il numero degli infortuni sul lavoro).
Di fronte alla sempre crescente ascesa dei prezzi, sta aumentando il malcontento, scoppiano sporadici scioperi. Nell'agosto 1946, nel bel mezzo delle vacanze, sotto l'impulso di militanti anarco-sindacalisti della tendenza "Forza Operaia" di Bordeaux, scoppia lo sciopero degli impiegati postali che formano un comitato di sciopero extrasindacale.
La CGT è allora costretta a considerare il problema degli aumenti salariali, pur affermando che occorre bloccare i prezzi e pur lamentando (sic) che il governo abbia consentito degli sblocchi ingiustificati dei prezzi. Raccomanda di fissare un salario minimo vitale.
Già il 22 maggio 1945, un po' prima delle elezioni, il redattore dell'Humanité Georges Cogniot riferisce che durante la discussione della legge finanziaria per il 1947, Jacques Duclos aveva chiesto che fosse stabilito un minimo vitale di circa 84000 franchi all'anno, ossia 7000 franchi al mese.
In un articolo dell'Humanité del 27 dicembre 1946, Benoît Frachon rilancia l'idea del salario minimo vitale. Spiega: "Dal lavoro scrupoloso di questa commissione (la Commissione economica confederale CGT) è risultata una prima cifra di 103800 franchi all'anno".
Alla richiesta dell'ufficio confederale, e per tenere conto della situazione generale del paese, si rifecero i calcoli, allo scopo di stabilire un reddito operaio che fissasse i limiti al di sotto dei quali fosse impossibile scendere, pena la messa in pericolo della salute e della capacità di produzione dei lavoratori (sottolineatura nostra).
Da questo studio risultò la somma di 84000 franchi.
All'inizio del gennaio 1947, il governo decreta per autorità un ribasso dei prezzi del 5%. Ovviamente non è previsto nessun mezzo per controllare questo ribasso che, in ogni caso, avviene dopo una serie di aumenti ben più importanti.

In un articolo dell'Humanité del 7 gennaio 1947, Benoît Frachon accoglie con soddisfazione la decisione del governo, ma mantiene la proposta del "salario minimo vitale" a 7000 franchi, giustificandola nel seguente modo :

"nel 1938, il salario orario del manovale della metallurgia nella regione parigina era di 8,06 franchi. Le decisioni governative dell'agosto scorso l'hanno portato a 25 franchi (salario minimo legale). La rivendicazione della CGT lo porterebbe a 7000 : 200 = 35 franchi, ossia il coefficiente 4,34.
Dagli indici ufficiali del costo della vita, calcolati su base 100 per lo stesso periodo del 1938, risulta il coefficiente 8,57 per il mese di ottobre".

Si vede come le cifre della CGT non siano esorbitanti, dato che preconizzano un aumento pari alla metà dell'aumento ufficiale del costo della vita.
Inoltre la CGT accetta di calcolare sulla base di 200 ore al mese, ossia 48 ore settimanali, giustificando tale rinunzia ufficiale alle 40 ore con le necessità di quello che governo e sindacati chiamano "lo sforzo di produzione!"
Si parla qui soltanto delle proposte presentate dalla CGT al governo. Ovviamente niente è previsto per condurle a buon esito.
La Renault è stata nazionalizzata nel 1945, o più precisamente è stata trasformata in una "azienda nazionale statale". Se l'impresa sta diventando ormai una carta nelle mani dello Stato per servire da modello e da guida all'orientamento economico e politico del governo, lo sta diventando anche nelle le mani degli stalinisti.
All'epoca la CGT è quasi il solo sindacato. Ci sono anche la CFTC negli uffici e la CGC tra i quadri, ma la loro influenza è quasi nulla. La maggior parte dei militanti cristiani sono nella CGT, non nella CFTC. Quando si parla dei sindacati si accenna essenzialmente alla CGT.
Il PCF sta adoperandosi per promuovere, per il tramite della CGT, nel seno del "comitato d'impresa" e della sua emanazione, il "comitato misto alla produzione", la sua politica pro-governativa che consiste nell'imporre ai lavoratori i sacrifici necessari per rimettere l'economia capitalistica in sella.
Questo compito non è solamente riservato alla Renault. Le miniere e la SNCF (ferrovie dello stato) sono senz'altro i settori dove si esercita al massimo la politica degli stalinisti partecipanti al potere. Ma la Renault ha un'importanza particolare: fa da capofila al settore privato per il tramite della fabbrica nazionalizzata.
Nelle officine, i capireparto hanno perduto gran parte dell'autorità. Durante la guerra si sono compromessi sotto la tutela del padrone Louis Renault, che non nascondeva la sua volontà di collaborazione coll'occupante.
Saranno allora i delegati stalinisti che si adopereranno senza vergogna al compito di fare sudare sette camicie agli operai. Spingono a produrre, credendo di essere già entrati nei tempi dello stacanovismo.
Sono essi che denunziano gli operai che sprecano la corrente del loro collega Marcel Paul, ministro della produzione industriale, quando lasciano accesa un po' troppo a lungo la lampadina elettrica. Sono loro che denunziano i lavoratori come ladri e li fanno licenziare dalla fabbrica, quando alcuni osano prendere un secondo pasto alla mensa sovvenzionata dal comitato d'impresa. E non possiamo citare tutti i fatti che li fanno assomigliare ad aguzzini, peggio dei capisquadra però tristemente famosi di "papà Renault".
Se alcuni capisquadra esitano a fare oltrepassare i massimi della produzione, allora sono i delegati che intervengono contro tali "sabotatori" della produzione nazionale.
In questo clima avvelenato che contraddice del tutto le speranze nate dalla "Liberazione", il malcontento comincia a manifestarsi.

Una corrente rivoluzionaria

Nel reparto 6 si sta sviluppando una piccola corrente di ostilità alla politica stalinista. Questa corrente è imperniata su operai dell'Union Communiste Internationaliste (trotskiste), gruppo che sta pubblicando La lutte de classe.
Non era la prima volta che l'UC intraprendeva un lavoro nella roccaforte Renault. Nel 1945, un militante si era impegnato in attività sindacale nel settore delle fonderie. Ma poiché aveva protestato, con un volantino contro la diminuzione delle razioni nella mensa aziendale, era stato denunciato dai delegati alla direzione, che l'aveva licenziato su due piedi.
Occorre dire che all'epoca il numero dei militanti rivoluzionari che osavano, dentro e fuori la fabbrica, contestare il "monopolio stalinista" sulla classe operaia era estremamente ridotto. Un militante del PCI (Parti Communiste internazionaliste, a quell'epoca sezione francese della Quarta Internazionale) intraprese un lavoro alla Renault, ma ci rinunziò ben presto.
Per il PCI infatti "non occorreva urtarsi frontalmente con gli stalinisti", col pretesto che erano "i rappresentanti dei lavoratori". Al tempo stesso e probabilmente per non cozzare frontalmente con gli stalinisti, i compagni del PCI si astenevano dal venire a vendere il giornale La Vérité ai cancelli della fabbrica.
In quanto ai compagni dell'UC, essi venivano regolarmente a diffondere volantini e a vendere il loro giornale. E non meno regolarmente, venivano aggrediti dagli stalinisti.
Le reazioni degli operai erano favorevoli ai militanti rivoluzionari, ma pochi osavano schierarsi apertamente dalla loro parte, coscienti della pressione che avrebbero dovuto subire all'interno della fabbrica.
Quelli che osarono, dovettero combattere duramente e sopportare di essere messi in quarantena.
Alla fine del 1946, la CGT, di fronte al crescente malcontento degli operai e alla propria incapacità a far accogliere una qualsiasi rivendicazione per compensare un po' l'aumento dei prezzi, tenta di trovare una scappatoia per reclamare aumenti di salario. Lancia così l'idea di un "premio progressivo di produzione" (PPP).
All'inizio del gennaio 1947, annuncia un "primo successo". Ha ottenuto un premio progressivo di produzione, con un aumento del 2% della retribuzione oraria con effetto retroattivo al 1ø settembre 1946.
Questo premio, lungi dal soddisfare i lavoratori, li fa insorgere.
Nel settore "Collas" (reparti 6 e 18) per iniziativa di un militante della tendenza trotskista "Lutte de Classe" (Union Communiste Internationale), è stato costituito un piccolo gruppo rivoluzionario.
Gli operai che costituiscono questo gruppo non si richiamano tutti al trotskismo. Sono operai che vogliono lottare per cambiare. Sono contro il capitalismo, ma non si dichiarano comunisti, invece, perché per essi il comunismo è il PCF, che gli chiede di rimboccare le maniche e i cui militanti responsabili si comportano come aguzzini.

L'azione si prepara

Questi compagni fanno scattare una campagna d'agitazione contro il premio progressivo di produzione (PPP), la cui gerarchizzazione giova di più agli "improduttivi" che ai "produttivi". Nel reparto 6, che conta 1.200 lavoratori, viene lanciata una petizione che raccoglierà 850 firme, malgrado l'ostilità e l'ostruzionismo dei dirigenti del sindacato CGT.
Il 15 febbraio 1947 esce per loro iniziativa il primo numero di un bollettino intitolato La Voix des travailleurs de chez Renault (La voce dei lavoratori della Renault).
Lo stesso 15 febbraio la sezione sindacale convoca una riunione per nominare i rappresentanti ad una "conferenza di produzione". Del premio, e della sua ripartizione, non si parla.
Gli operai che sono all'origine della petizione invitano i lavoratori ad andare alla riunione.
Ecco il testo della loro convocazione:

"Compagni dei reparti 6 e 18,
la nostra sezione sindacale convoca una riunione per designare i delegati ad una conferenza di produzione. Ma non dà nessuna risposta alla nostra petizione sulla questione del premio.
Sappiamo che i rappresentanti sindacali vogliono soffocare la nostra protesta.
Essi, temendo di doversi spiegare sul premio di fronte a tutti, vogliono vietare l'ingresso della riunione ai non tesserati.
Non bisogna lasciarci soffocare dai loro procedimenti burocratici.
Ci vediamo tutti stasera alla mensa aziendale, tesserati e non tesserati, per imporre l'uguaglianza del premio.
Alcuni operai del settore"

Mentre di solito le riunioni sindacali sono deserte, quel giorno sono presenti più di un centinaio di lavoratori.
I dirigenti della CGT si sono preparati ad ogni eventualità e hanno posto alla porta dei militanti che vietano l'ingresso ai non tesserati, nonché ai tesserati che non sono in regola con le quote.
Occorre dire che in questo periodo tutti gli operai erano "tesserati", dato che questo era pressoché imposto dall'apparato sindacale. I bolli e i giornali erano venduti apertamente nei reparti, e si individuava presto chi li rifiutava.
Tuttavia, da qualche tempo, alcuni lavoratori facevano lo sciopero del pagamento del bollo.
Gli operai che sono all'origine della petizione fanno allora osservare che il fatto di non essere in regola con le quote, soprattutto per un periodo inferiore a tre mesi, non può essere considerato come dimissione. E siccome sono, di gran lunga, i più numerosi, spingono un po' e entrano nella stanza della mensa aziendale che serve da luogo di riunione.
Dopo il rapporto del delegato sulla famosa "conferenza di produzione", parecchi operai intervengono per opporsi al premio di produzione.
Allora si alza con rabbia il segretario del sindacato: "Risulta che si voglia impedire alla CGT di parlare (la CGT è lui, non i tesserati). Pare che qui si faccia demagogia ".
Alla parola "demagogia", un operaio si alza dicendo. "Abbiamo capito, la seduta è tolta!". E esce, seguito dall'uditorio, tranne 13 fedeli dell'apparato sindacale!
In seguito a questo episodio, come ha detto tanto bene il nostro compagno, abbiamo capito. Abbiamo capito che se si vuole fare qualcosa, occorre farlo senza i sindacati e perfino contro di essi.
I compagni raggruppati intorno a La voix des travailleurs de chez Renault proseguono l'attività. Fanno uscire il loro bollettino ogni quindici giorni, e organizzano riunioni che raggruppano 10, 12, 15 persone. La loro influenza cresce. Presto le riunioni si tengono con membri del MFA (Mouvement Français pour l'Abondance), movimento economista che raggruppa anzitutto capi di basso rango, anarchici, sindacalisti della CNT, bordighisti e trotskisti del PCI.
Queste assemblee riuniscono da 50 a 60 persone e si risolvono con grande disordine, poiché ciascuno cerca di far prevalere il proprio parere.
Il MFA critica la richiesta di aumenti di salario che, a suo giudizio, non porterebbero a niente. Ma di fronte agli aumenti dei prezzi, contro i quali non si può fare niente, accettano di aderire alla proposta di un aumento del salario.
Il PCI (trotskista) vuole, costi quel che costi, battezzare tali riunioni "comitato di lotta", per piegarle ad una disciplina comune, sia negli obiettivi, sia nell'organizzazione dell'azione.
Gli anarchici della CNT discutono dell'istinto gregario delle masse. Non hanno scopo preciso. "Occorre scioperare. Vedremo dopo".
In quanto ai bordighisti, sono divisi in due correnti. L'una ritiene che conti anzitutto la "teoria", che occorre studiare a fondo, aspettando che gli operai siano di per sé pronti ad impegnare battaglia (sotto la loro direzione, ovviamente). L'altra è a favore dell'azione immediata. Per rovesciare il potere borghese e sostituirlo con un potere operaio, ma senza la dittatura (?) di un partito. Clima poco favorevole ad impegnare un'azione positiva.
I compagni di "La voix des travailleurs de chez Renault" rispondono ai compagni del PCI che non si può intitolarsi "comitato di lotta", né agire come tale.

"Siamo compagni di varie tendenze dicono in sostanza con una formazione diversa, quindi con idee e posizioni diverse. Mettersi d'accordo tra di noi è utopico. Ciò che occorre è lavorare ad organizzare i lavoratori. E' nostro diritto di cercare di influenzarli a seconda delle nostre convinzioni ma è nostro dovere sottometterci alle loro decisioni collettive.
I comitati sono gli organi di lotta della classe operaia in cui gli operai eleggono rappresentanti revocabili ad ogni momento per attuare le decisioni prese dalla maggioranza dei lavoratori.
Dobbiamo aiutare i lavoratori a costituire i loro comitati e non proclamarci noi stessi come comitato di lotta".

I compagni di La voix des travailleurs de chez Renault quindi propongono di smettere le discussioni che saranno necessariamente sterili in mancanza del controllo della grande massa dei lavoratori. Propongono di accordarsi su due obiettivi:

1 - Di fronte all'aumento dei prezzi, alla politica del governo e alla complicità delle organizzazioni che si appellano alla classe operaia, proporre ai lavoratori di rivendicare un aumento dei salari di dieci franchi sul salario di base.

2 - In considerazione del fatto che solo lo sciopero può permettere di raggiungere tale rivendicazione, iniziare l'agitazione in vista dello sciopero.

In effetti, soltanto i compagni di La voix des travailleurs de chez Renault fanno agitazione in tal senso nel loro bollettino. In quanto alla CNT, fa uscire volantini dove scrive in caratteri sempre più grandi la parola "sciopero", senza altra spiegazione.
Questa agitazione si sviluppa in un'atmosfera sempre più favorevole, tanto più che, da qualche tempo, di fronte all'ascesa dei prezzi, delle reazioni spontanee, anche se sempre represse e ostacolate dall'apparato stalinista della CGT, si svolgono in vari settori della fabbrica.
Su questo soggetto, ecco ciò che scriverà Pierre Bois in un articolo stampato in La révolution prolétarienne e intitolato L'ascesa dello sciopero:

"Da qualche settimana, nella fabbrica, si svolgevano vari movimenti tutti originati da una rivendicazione salariale. Mentre la produzione è aumentata del 150% in un anno (da 66,5 veicoli nel dicembre 1945 a 166 nel novembre 1946) il nostro salario è stato aumentato soltanto del 22,5%, mentre l'indice ufficiale dei prezzi è aumentato dal 60% all'80%.
Nell'isola Seguin (una parte della fabbrica costruita su questa isola della Senna -NdT), la sospensione del lavoro fu originata da una questione di cottimo. Al reparto riparazioni dalla rivendicazione di un salario basato sul rendimento. Alla modellatura-fonderie, gli operai hanno scioperato per una settimana. Purtroppo non hanno fatto niente per fare conoscere il loro movimento perché pensavano che "da soli si ha più possibilità di successo".
Dopo una settimana di sciopero, hanno ottenuto un aumento di quattro franchi, tranne che per i P1.
C'è stato uno sciopero anche nel settore dell'"artiglieria". Hanno scioperato prima i tornitori (giovedì 27 febbraio, in seguito all'arrivo dei cronometristi). Gli altri operai del settore si sono mostrati solidali col movimento e hanno avanzato una rivendicazione generale di 10 franchi l'ora, e portato avanti la regolamentazione a 100%. Ciò equivarrebbe alla soppressione del lavoro a cottimo. Sotto la pressione della CGT, il lavoro ha ripreso. Alla fine i lavoratori non hanno ottenuto niente, tranne un adeguamento del saggio del premio, dal quale risulta un aumento di 40 centesimi all'ora.

Al reparto 5 (tempra, settore Collas), da una sospensione del lavoro è risultato un aumento di 2 franchi.
Al reparto 7 (matrici), gli operai, che sono quasi tutti specializzati, avevano rivendicato da tre mesi l'aumento dei salari. Non ottenendo nessuna risposta, sospesero spontaneamente il lavoro.
In un altro settore, gli operai lanciano una petizione per chiedere la rielezione dei delegati, con i seguenti risultati: 121 astensioni, 42 schede nulle che recano scritte significative nei confronti della direzione sindacale, 172 al delegato CGT, 32 al delegato CFTC.
Nel settore Collas, gli operai fanno circolare petizioni contro la cattiva ripartizione del premio di rendimento. Altri settori imitano questa manifestazione di malcontento, ma si scontreranno con l'opposizione sistematica dei dirigenti sindacali.
Lo slancio del reparto 31, settore Collas, che aveva sospeso spontaneamente il lavoro per solidarietà col reparto 5, non è riuscito a trascinare il resto del dipartimento ed è stato bloccato dai delegati.
Lo si vede bene, da parecchie settimane si manifesta una crescente agitazione. Dappertutto volontà di trarne un risultato, ma dappertutto pure sabotaggio sistematico dei dirigenti sindacali e mancanza assoluta di direzione e coordinamento".

Un tentativo fallito

Nella metà di marzo del 1947, i lavoratori del reparto 5 (Tempra-Cementazione) sospendono il lavoro per reclamare un aumento di 2 franchi per ora.
Nel reparto 6, molto vicino, degli operai che fanno uscire La voix des travailleurs de chez Renault ma che non sono ufficialmente conosciuti come tali, perché basterebbe la minima "prova" legale per farli licenziare, si recano in delegazione presso gli scioperanti del reparto 5.
Il delegato di questo reparto, stalinista settario così grande come sboccato, li manda alla malora. Non soltanto non ha bisogno dell'aiuto dei ragazzi del reparto 6 ma inoltre non vuole che, unendosi al suo movimento, essi lo compromettano.
I compagni del reparto 6 non aspettavano niente altro da questo individuo, ma si pone un problema. Che fare?
Se si sciopererà, gli stalinisti della CGT urleranno che si sta sabotando il "loro" sciopero. D'altronde, è sicuro che se dobbiamo tentare qualcosa, è nostro interesse farlo nel momento stesso in cui altri sono già in lotta.
Molto rapidamente gli operai decidono di scioperare. Sono un centinaio di persone sulle 1.200 del reparto 6 e le 1.800 del settore Collas (6 e 18). Ma non è questione di fare uno sciopero in 100.
Tutti i lavoratori scioperanti si spargono allora nelle officine per chiedere agli altri operai di venire per una riunione nell'atrio del reparto affinché si decida tutti insieme se proseguire il movimento o meno.
Quasi la metà del Dipartimento, ossia 5 o 600 lavoratori, raggiungono il luogo della riunione, spegnendo i motori. Ma mentre si svolge l'Assemblea, i delegati, che erano in riunione e hanno saputo che cosa succedeva, riaccendono i motori, e cominciano la loro campagna di denigrazione, di demoralizzazione e calunnie.

"Non avrete niente con lo sciopero" dicono in sostanza. "I padroni non aspettano nient'altro per chiamare la polizia, e poi uno sciopero può durare un mese, forse di più starete per crepare di fame -. Vi lasciate trascinare da avventurieri, ex-collaboratori, ecc., ecc.".

Gli operai sono poco sensibili a tali argomenti. Ma sanno che contro loro ci sono la direzione e il governo. Se inoltre occorre battersi contro i sindacati, questo sembra al di sopra dei loro mezzi.
Il movimento rifluisce. I motori girano, gli operai lavorano di nuovo. Di fronte a tale sbriciolamento, i compagni che hanno convocato l'assemblea vi pongono termine, constatando l'insuccesso e proponendo di organizzarsi meglio per una prossima volta.

Verso lo sciopero

I compagni di La voix des travailleurs de chez Renault non sono affatto scoraggiati e proseguono l'azione.
Ai primi di aprile, fanno circolare una petizione per rivendicare un aumento di dieci franchi sul salario base. Ovunque può essere presentata, questa petizione raccoglie la grande maggioranza delle firme.
Per fare giungere le petizioni alla direzione occorre che siano portate dai delegati. Vedendo il successo di queste petizioni, essi non osano rifiutare, ma sabotano.
Qui, fanno pressione sugli operai per impedire la circolazione delle liste, lì prendono i fogli e li fanno sparire.
Nessuno si illude sul valore delle petizioni ma i lavoratori le firmano anzitutto perché sono un mezzo per esprimere il loro malcontento e per approvare un aumento di salario che non dipenda dal rendimento.
In secondo, perché è un mezzo per mettere alla prova i delegati, per vedere fino a che punto osano opporsi alla loro volontà.
Infine, per molti, la firma è una condanna dell'atteggiamento dei delegati, perfino il segno di una ostilità che sono contenti di potere esprimere.
Si parla dell'aumento di dieci franchi, si parla di sciopero. Ma certo, i bollettini La voix des travailleurs de chez Renault creano qualche agitazione, certo ci sono le petizioni, certo c'è stato il tentativo fallito del mese di marzo, ma tutto questo non porta a nessun esito.
Alcuni operai sono impazienti. "Ma quando verrà questo sciopero?" Altri sono scettici.
In una delle loro riunioni, gli operai di La voix des travailleurs de chez Renault decidono di agire.
Il giovedì 17 aprile 1947, organizzano un comizio all'uscita della mensa aziendale. Ovviamente, i lavoratori che lavorano "in turno" non sono presenti. Ma lo sono la gran maggioranza di quelli che lavorano in orario "normale".
L'oratore sale sul davanzale di una finestra di un edificio proprio di fronte alla mensa.
Spiega la situazione ai lavoratori.

"I prezzi aumentano, i salari rimangono bloccati. Occorrono dieci franchi in più sul salario di base".

D'altronde, non sta inventando questa cifra. E' stata proposta dal segretario generale della CGT Benoît Franchon, poi fissato dal comitato confederale.

"Occorre ottenere questa rivendicazione. E in effetti non c'è altro mezzo che lo sciopero. I dirigenti della CGT sono contro lo sciopero, quindi lo dovremo fare senza loro, forse contro di loro".

L'oratore respinge gli argomenti avanzati dai delegati durante la fallita sospensione del lavoro.

"Ci si dice che creperemo di fame. Ma siamo crepati di fame per cinque anni. Ci si dice che il governo sta per farci gettare i gas lacrimogeni come il 30 novembre 1938. Durante cinque anni abbiamo dovuto resistere a tutt'altro che gas lacrimogeni. Le bombe non facevano soltanto piangere gli occhi, schiacciavano le nostre case, e noi dentro.
Davvero, possiamo credere che quelli che si appellano al "partito dei fucilati", che si proclamano gli "eroi della Resistenza" non hanno visto niente durante i cinque anni che durò questa guerra".

L'oratore mostra senza dissimulazione le difficoltà della lotta: privazioni, botte forse e in caso di insuccesso licenziamenti. Ma allo stesso tempo rammenta le sofferenze cento volte peggiori che "abbiamo sopportato per interessi che non erano nostri".
"Malgrado le difficoltà reali, siamo affatto capaci di condurre una lotta e di uscirne vittoriosi".

L'oratore pone termine al suo discorso chiamando alla lotta.
Prima propone di votare il principio di un aumento di dieci franchi sul salario di base. Tutte le mani si alzano, tranne una trentina, gli irriducibili del PCF.
Poi, propone la creazione di un Comitato di sciopero e richiede i volontari. Gli amici di La voix des travailleurs de chez Renault alzano la mano. Altri seguono.
I candidati salgono sulla tribuna improvvisata e l'oratore fa confermare i candidati con una votazione.
L'uditorio non si aspetta lo scoppio di uno sciopero. L'oratore precisa allora che l'appena eletto Comitato di sciopero andrà prima a portare la rivendicazione in direzione. Ormai, questo comitato è incaricato di agire in nome loro. Lo farà. Ma per ora chiede ai lavoratori di tornare al lavoro. Appena chiuso il comizio, il Comitato di sciopero si reca alla Direzione del Dipartimento, che anzitutto fa delle difficoltà pretendendo che i membri del Comitato di sciopero non sono rappresentanti "legali".
I rappresentanti del Comitato di sciopero gli fanno osservare che sono stati eletti non secondo una legge borghese, ma dai lavoratori stessi.
Il rifiuto di discutere con loro equivarrebbe ad un affronto lanciato ai lavoratori che non potrebbero fare a meno di trarne conclusioni.
Il capo del Dipartimento allora cambia difesa.
Non tocca a lui decidere di una rivendicazione di dieci franchi per ora sul salario di base. Ne riferirà alla direzione.
Il Comitato di sciopero gli lascia 48 ore per dare la risposta alla direzione, e gli rammenta che il principio dello sciopero è stato votato dagli operai.
E' chiaro che il capo di Dipartimento non è affatto impressionato. Dopo il comizio si aspettava un movimento di sciopero. Nelle circostanze di allora, la cosa non poteva essere ben grave, data l'ostilità dei delegati. Ma è sempre fastidioso per un capo essere di fronte a conflitti sociali. Ora, ecco che tutto finisce alla meglio, con le vanterie di qualche "giovanotto". Il lavoro è ripreso, per lui è essenziale.
Il Comitato di sciopero si riunisce parecchie volte per cercare le condizioni migliori per lo scatto dello sciopero.
Prima prende informazioni sullo stato degli stock. Dai magazzinieri, ha notizia che gli stock di pignoni sono piuttosto deboli. Precisamente sono fabbricati nel dipartimento 6.
I membri del Comitato di sciopero sono O.S. (ouvriers specialisés, ossia operai non qualificati) inesperti che conoscono molto poco il funzionamento della fabbrica. Occorre prendere informazioni sui mezzi per togliere la corrente alla Centrale elettrica del Dipartimento in condizioni di sicurezza. Ma non conoscono nessuno.
Stanno con noi quelli che ci daranno le informazioni? "Se sono del Partito comunista, ci sono forti possibilità che vadano a svelare il segreto. D'altronde, daranno o meno delle buone informazioni, sono veramente qualificati per darle?"
I membri del Comitato di sciopero sanno girare le manovelle, premere sui bottoni, ma manipolare le linee a 5000 volt, le paratoie distributrici di vapore o d'aria compressa, ne sono un po' spaventati. Perché sanno che al minimo errore, gli stalinisti non faranno a meno di fare risaltare "l'incapacità di questi avventurieri".
Quando tornano a incontrare il capo di Dipartimento, questo ovviamente non ha nessuna risposta della direzione generale. Quindi bisogna agire.

Ma si pone un problema duplice. Il giovedì è giorno di paga e in più c'è la votazione per eleggere gli amministratori che rappresentano gli operai alla Cassa di Previdenza Sociale, organismo appena creato.
Se si vuole fare scattare uno sciopero con le massime possibilità di successo, è prudente aspettare che i lavoratori abbiano la paga in tasca, perché una paga vuol dire una quindicina di giorni assicurati.
D'altro canto, fare scattare uno sciopero prima dell'elezione degli amministratori della Previdenza Sociale, è poco auspicabile.
Il Comitato di sciopero sa che i dirigenti della CGT e del PCF non faranno a meno di sfruttare tale decisione, provando a dimostrare che lo scopo degli "hitlero-trotskisti", siccome li chiamano così, è di sabotare l'elezione degli amministratori alla previdenza sociale per nuocere alla CGT.
Aspettare il seguente lunedì sarebbe rischiare che, ancor calda, si raffreddi l'atmosfera del reparto.
Rimane quindi solo la possibilità del venerdì. C'è il rischio che il movimento sia troncato dalla fine della settimana. Ma d'altro canto c'è il vantaggio di potere fare la verifica della profondità del movimento durante la prima giornata e di permettere un ripiegamento non troppo rischioso in caso di insuccesso.
Il mercoledì 23 aprile, il Comitato di sciopero organizza un comizio per fare il resoconto del tentativo negativo presso la direzione.
Ecco il resoconto di questa riunione fatto da un testimone e pubblicato nella Lutte de classe, giornale dell'Union Communiste (trotskiste) della quale fa parte il responsabile del Comitato di sciopero, Pierre Bois :

"Alle 12 e 30 quando arrivo, il marciapiede, (largo otto metri almeno) è affollato da operai che sono qui in decine e discutono mentre, a gruppi, gli operai che escono dalla mensa continuano ad arrivare. Tutte le discussioni si aggirano su una stessa questione: lo sciopero, che fra poco sta per cominciare. La parola sciopero sta circolando.
Un volantino diffuso nella mattina, di mano in mano, ha fatto sapere che il Comitato di sciopero, eletto all'assemblea generale precedente da 350 operai contro 8, ci riunirà per informarci del tentativo fatto presso la direzione.
L'ora fissata deve essere rispettata e, alle 12 e 30 precise, un compagno, che già è salito sulla finestra, comincia a parlare".

In prima fila di questo uditorio, assai più numeroso che la volta precedente, in cui si trovano quasi tutti gli operai dei due Dipartimenti che fanno l'orario "normale", ossia 700 operai circa, si scambiano occhiate significative; i volti sono piuttosto allegri, benché le menti siano tese.
Il compagno spiega brevemente, a parole chiare, lo smacco della delegazione, che d'altronde ci si aspettava. Davanti all'attento uditorio operaio, dimostra che l'arma dello sciopero rimane l'unico mezzo che permetta di ottenere soddisfazione.
Fra le grida di approvazione che salgono da ogni parte, spiega che lo sciopero da svolgere sarà una lotta serissima da condurre con risolutezza e fino in fondo.

"Non sarà questione di suonare la fisarmonica o di rimanere con le braccia incrociate a sognare, ma occorrerà organizzarsi per far conoscere il movimento in tutte le fabbriche, fare i picchetti di sciopero e difendere le uscite della fabbrica in caso di necessità".

Rispondendo in anticipo alle obiezioni che alcuni potrebbero fare sulla perdita di denaro che lo sciopero provocherebbe, e sull'intervento sempre possibile della polizia, indica che sarà preteso il pagamento delle giornate di sciopero.

"In quanto ai lacrimogeni della polizia, durante più di sei anni abbiamo ricevuto delle bombe in faccia e non abbiamo detto niente. Abbiamo continuamente tirato la cinghia con i sacrifici imposti dalla borghesia per difendere le casseforti. E oggi non avremo la forza né il coraggio di fare almeno una minima parte per noi ?"

Appoggiando queste parole con grida fragorose, gli operai manifestavano la loro approvazione.
Passando alla votazione, il compagno chiede agli operai di pronunziarsi sullo sciopero, in quanto mezzo di lotta da considerare a breve scadenza. Solo qualche voce vota "contro", gli operai votano "per".
Allora il delegato della CGT, addirittura spinto dai suoi "compagni" che gli hanno aperto il cammino, viene avanti per spiegare il suo punto di vista, così come il compagno gli aveva chiesto, nell'invitare gli oppositori ad esporre il loro parere.
Malgrado la relativa calma, essendo gli operai curiosi di conoscere le sue obiezioni, non può fare a meno di attirarsi questa battuta di un operaio: "vedi, qui almeno c'è la democrazia!"
Alzandosi sulla finestra, parlando a bassa voce e non sapendo proprio che cosa dire, il delegato comincia a spiegare agli operai "la situazione reale per quanto riguarda i salari". Per sua sfortuna riferisce che una delegazione con la richiesta di stabilire una parità di salari tra gli operai di qua e quelli della Citroën , con effetto retroattivo era andata a vedere il direttore Lefaucheux il quale, però, non era presente.
Chiaramente agli operai le delegazioni fanno schifo e, appena il delegato finisce di parlare, la sua voce viene coperta da esclamazioni più o meno significative: "basta con le delegazioni, fino a quando ce la darete a bere?, non ne vogliamo più sapere delle tue delegazioni, adesso occorre agire!" Aggiungo anch'io: "parità con Citroën, ma anche lì crepano di fame!"
Tagliando corto la sua esposizione, il delegato lanciò un "appello alla calma", e un ammonimento contro "i demagoghi" fu così accolto con grida come le "delegazioni".
Poi, dovette andare giù per lasciare posto ad un operaio di trent'anni circa che, alzato sulla finestra, spiegò in poche parole ciò che pensava dei delegati e delle delegazioni :

"Compagni, da più mesi ci fanno aspettare aumenti che stanno sempre per arrivare domani. Ce l'hanno già detto in febbraio e ci si dice che l'assenza di Lefaucheux aveva impedito di dare buon esito alle rivendicazioni. Sono tornati ieri e, ancora una volta non era presente. E i delegati sono ripartiti come prima. Questo non può più durare. Fino a quando ci lasceremmo prendere in giro? Adesso non ci vogliono più chiacchierate, ci vogliono fatti."

Poi, completando quanto aveva detto l'operaio parlò del minimo vitale posto all'ordine del giorno dalla CGT nell'ottobre, e che avrebbe dovuto essere applicato con effetto retroattivo.

"Ma la CGT", dice, "capitolò sul minimo vitale e non si parla più del minimo vitale né del suo effetto retroattivo. Come ci si può fidare di chi ha capitolato in tal modo? Che prova c'è che non capitoleranno nello stesso modo domani, come loro delegazione?"

Dopo questo episodio, il compagno chiede per porre fine al comizio, che gli operai manifestino con una seconda votazione la loro fiducia nel comitato di sciopero, per autorizzarlo a fare scattare lo sciopero al momento opportuno.
La grande maggioranza, che votò la fiducia nel comitato di sciopero, fu uguale a quella della prima votazione. Ma non fu lo stesso per i voti "contro", il cui numero calò a otto. Quando la maggioranza votò, un operaio che stava vicino al delegato gli gridò: "Li vedi quelli che sono a favore dell'azione? Lustrati la vista !"
Così gli operai hanno di nuovo votato per la rivendicazione di dieci franchi sulla paga base; hanno di nuovo votato per lo sciopero e in proporzioni assai più importanti, poiché questa volta anche nei turni hanno sospeso il lavoro per assistere al comizio e il numero dei partecipanti è ridoppiato rispetto al 17 aprile. Di nuovo, gli operai hanno rieletto il loro comitato di sciopero che è aumentato di alcuni membri.

Bois pone termine al comizio chiedendo agli operai di riprendere il lavoro e di aspettare le decisioni del comitato di sciopero. Rammenta che, fin da questo momento, lo sciopero è stato deciso e sarà fatto scattare nel momento che parrà più opportuno al Comitato di sciopero.
Alcuni lavoratori cominciano a spazientirsi o ad ironizzare: "Sono come gli altri, non hanno voglia di fare nulla" e "si tirano indietro". I membri del PCF e della CGT ridono sotto i baffi. Pensano di avere a che fare con dei bambini. Siamo a mercoledì e i membri del Comitato di sciopero sanno che bisogna aspettare la paga e l'elezione degli amministratori della Previdenza Sociale, quindi il venerdì.
Il mercoledì dunque, data del comizio, il Comitato di sciopero si riunisce di sera dopo il lavoro, perché sono tutti O.S., e nessuno ha un qualsiasi mandato ufficiale. Si riuniscono in un sottosuolo.
In sala di sopra si riunisce una cellula del PCF, il che fa dire ad un membro del comitato di sciopero "se sapessero quello che facciamo, direbbero che facciamo un lavoro sotterraneo..."
Pierre Bois ricorda ai membri del Comitato di sciopero le ragioni della scelta del venerdì e richiede a tutti i membri del Comitato di sciopero l'impegno di tenere assolutamente segrete le intenzioni. Ogni indiscrezione sarà considerata un tradimento e trattata come tale.
Ma i membri del Comitato di sciopero sentono sufficientemente l'importanza del loro ruolo e hanno sufficientemente coscienza della loro responsabilità nel non commettere nessuna indiscrezione.
Il Comitato di sciopero decide dunque di fare scattare lo sciopero per il venerdì mattina. Il Comitato di sciopero è di undici membri. Bisogna prevedere picchetti ad ogni porta fin dalle sei della mattina e anche ai posti chiave : centrale elettrica, trasformatore etc.
Ci vorrebbero una cinquantina di operai per i picchetti. Ma bisogna tenere segreta l'operazione per beneficiare dell'effetto sorpresa. Questo è possibile in undici persone che, inoltre, si sentono responsabili perché sono state elette dai loro compagni. In cinquanta è indiscutibile che si rischia.
Quindi il Comitato di sciopero prende le disposizioni seguenti: si decide lo sciopero per il venerdì 25 aprile. Ma soltanto i membri del Comitato di sciopero sono al corrente e non devono per nessuna ragione fare conoscere questa decisione a chicchessia.
Ogni membro del Comitato di sciopero deve reclutare cinque operai per chiedere loro di venire il venerdì mattina alle sei spiegando loro che si tratta di una prova per preparare lo sciopero. Ma anche a questi compagni che vengono teoricamente per la prova, si chiede di non fare sapere che verranno quel giorno.
La giornata di giovedì, il 24 aprile, passa senza nessun problema. Gli operai riscuotono il salario, sono eletti gli amministratori delle Cassa di previdenza sociale. Dello sciopero se ne parla certo, ma non si osa crederci più di tanto.

Scatta lo sciopero

Il venerdì 25 aprile, i primi operai che arrivano alle 6 e un quarto per cominciare alle 6 e mezzo trovano alla porta un picchetto che diffonde un volantino brevissimo. Non è un volantino ordinario. E' un ordine del comitato di sciopero. Ordine dato in nome dei lavoratori che hanno dato un mandato al comitato :

ORDINE DI SCIOPERO

Il comitato di sciopero, composto dai compagni:  

Quatrain, Bois, Merlin, Leveque (reparto 31), Vayer (magazzino), Shartmann, Lopez (reparto 30), Alvarez (reparto 101), Faynsilberg (reparto 317), Delaunoy, Gadion (reparto 236),

eletto democraticamente dalla maggioranza degli operai dell'assemblea generale del 23 aprile 1947 e incaricato di impegnare la battaglia per i 10 franchi, dà la parola d'ordine di sciopero agli operai dei reparti 6 e 18 per il VENERDI' 25 APRILE alle ore 6 e mezzo del mattino.
La rivendicazione presentata è :

I - Dieci franchi di aumento all'ora sulla paga base.  
II - Pagamento delle ore scioperate.

Il comitato di sciopero mette in guardia gli operai contro certi elementi disfattisti che non esitano ad affermare anticipatamente che saremo vinti. Questa gente ha tanto paura della NOSTRA VITTORIA che ha già tentato manovre poliziesche di spionaggio per scalzare l'autorità dei membri del comitato.
Il comitato di sciopero invita gli operai scioperanti ad attenersi strettamente alle direttive che saranno date loro.
Nella battaglia che impegniamo, ogni operaio avrà un compito preciso da assolvere. Dobbiamo essere disciplinati e decisi. Quello che ciascuno fa OGNI giorno per il padrone, dobbiamo essere capaci di farlo per noi stessi.
La vittoria è a questo prezzo.

TUTTI UNITI NELL'AZIONE, E STRAPPEREMO LE NOSTRE LEGITTIME RIVENDICAZIONI.

Il 25.04.1947. Il comitato di sciopero.

Gli operai arrivano, leggono l'ordine di sciopero. I più rimangono vestiti e aspettano l'arrivo degli operai dell'orario normale alle sette e mezzo, poi l'ora del comizio alle otto. Alcuni sono scettici, per loro è difficile liberarsi dalle abitudini. Vanno allo spogliatoio, si infilano la tuta, lentamente si avviano verso la loro macchina.
Fine aprile, alle sei e mezzo, non c'è ancora tanta luce. Girano l'interruttore. Niente luce ! Premono sul bottone di comando della loro macchina. Niente. Stavolta, pare veramente che ci sia lo sciopero.
Quelli che ci hanno creduto dall'inizio e che non si sono svestiti vengono a guardarli. Sorridono con aria maliziosa.

"Allora, non hai letto il volantino, non lo sai che c'è lo sciopero ? Faresti meglio ad andare a rivestirti; la corrente non tornerà così presto. Guarda un po' !".

Effettivamente, in fondo al reparto, laddove si trova un trasformatore sul quale si legge "Corrente 5000 volt. Pericolo", i cancelli di sicurezza sono stati tolti, la manopola è giù, la corrente tolta e un picchetto di una decina di scioperanti monta la guardia.
Ad un certo punto, un capo, che è appena giunto e che non crede ai suoi occhi, si avvicina al picchetto: "Avete tolto la corrente, bisogna accenderla subito, ci sono apparati di sicurezza che non possono funzionare senza corrente; rischiate di fare saltare tutto!"
Imperturbabilmente, un membro dei picchetti di sciopero gli ribatte:

"Non ti preoccupare, Papà, abbiamo preso le nostre precauzioni e se hai paura non hai che da tornare a letto a ritrovare la moglie".

Alla porta i picchetti di sciopero diffondono l'ordine di sciopero a tutti gli operai che arrivano. La maggior parte raggiunge il terrapieno dove gli operai sono invitati al comizio, alcuni, troppo felici nel vedere che "tutto va bene", vanno di nuovo a bere un goccio al bar vicino all'ingresso dei reparti.

Alle otto, il comizio comincia nell'atrio. Pierre Bois ricorda le ragioni di questo sciopero. Spiega agli scioperanti le ragioni che hanno indotto il comitato di sciopero a dare inizio allo sciopero questo venerdì:

"Adesso l'azione è cominciata. Andrà fino all'ultimo".

Chiede un'ultima volta agli operai di confermare la loro scelta, e di impegnarsi.

"Se siamo dei conigli, è ancora ora di indietreggiare. Se no, avanti!".

Per quest'ultima votazione, Pierre Bois chiede agli operai del reparto che sono a favore dello sciopero di portarsi alla sua sinistra. La grande massa dei lavoratori prende posto a sinistra. Quelli che sono contro, a destra. I delegati e alcuni membri del PC si ritrovano soli a destra. Le astensioni in fondo all'assemblea. L'insieme delle "tute bianche" e alcuni "grembiuli grigi" vanno in fondo. La votazione è fatta. Lo sciopero è effettivo.
Il segretario generale del sindacato, Plaisance, che è venuto ad assistere al comizio, chiede allora la parola. Non approva questo sciopero ma, da militante responsabile della CGT, ha assistito alla votazione (sorrisi nell'assemblea) e s'inchina davanti alle decisioni dei lavoratori.
Questi decidono una delegazione. Plaisance il segretario della CGT e alcuni delegati, vi si uniscono.
I membri della delegazione, degli operai del settore Collas, sono sbalorditi quando vedono con quale facilità i "responsabili" sindacali si muovono negli uffici, sorridono ai grandi boss, stringono loro le mani. Veramente sono a casa loro.
Però, malgrado la loro conoscenza dei luoghi e delle persone, quando la delegazione arriva davanti all'ufficio del presidente direttore generale Lefaucheux, non c'è nessuno per riceverla. Il signor Lefaucheux è, a quanto pare, nel Camerun.
Siamo ricevuti dal capo del personale e alcuni altri importanti personaggi che non possono fare niente senza il signore Lefaucheux. L'incontro finisce presto.
Pierre Bois dice allora al capo del personale, il signor Le Garrec, che chiede ai membri della delegazione di riprendere il lavoro finché il direttore generale non sia tornato.:

"Constatiamo che i suoi poteri sono limitati. L'abbiamo avvertita. Se il signor Lefaucheux vuole vedere la sua fabbrica funzionare di nuovo, si obblighi a tornare per concederci i dieci franchi sulla paga base."

Nei Dipartimenti 6 e 18, il comitato di sciopero si organizza. S'impossessa di un ufficio. Riceve delle informazioni, dà gli ordini. Alcuni allegri operai passano dei periodi un po' troppo lunghi al bar. Il comitato di sciopero decide di lasciare uscire gli operai solo se presentano un buono di uscita firmato dal comitato. Si danno consegne ai picchetti che le eseguono scrupolosamente.
Al comitato, si è più liberali. Si rilascia facilmente un buono di uscita, salvo a quelli che cominciano ad avere la lingua un po' impastata. Sono pochi, e la grande maggioranza degli operai approva questa misura. Sono fieri del loro movimento e non vorrebbero che fosse macchiato dagli eccessi di alcuni individui che non si controllano. Del resto tutto si svolge benissimo e senza scossoni.
Parallelamente, a richiesta del comitato di sciopero, si sono costituiti dei gruppi di operai che si sparpagliano nella fabbrica per chiamare gli operai allo sciopero.
Reparti interi staccano, ma i delegati e i militanti della CGT rimettono in funzione i motori, esortando i lavoratori a non lasciarsi trascinare.
Ne risulta una confusione abbastanza grande. Nei reparti, gli operai staccano, riprendono il lavoro, staccano di nuovo. Lo sciopero è totale soltanto nei Dipartimenti 6 e 18: i reparti sono chiusi, i camion che devono passare per questo settore per andare da un reparto all'altro sono fermati.

Solo il reparto 5 (Trempa, Cementazione), quello che aveva staccato da solo un mese prima, dominato da uno stalinista, continua imperturbabilmente il lavoro.
Gli scioperanti dei Dipartimenti 6 e 18 li lasciano lavorare. Le porte sono chiuse; quando non avranno più pezzi, alla fine raggiungeranno il movimento o si fermeranno.
Del resto, le donne di questo reparto, che fanno un lavoro assolutamente spaventoso, simpatizzano già con gli scioperanti.
A un certo momento, il capo del personale viene nel Dipartimento a chiedere al responsabile del comitato di sciopero di lasciare passare i camion.
Davanti al suo rifiuto lo minaccia:

_ Rischiate assai, c'è impedimento alla libertà di lavoro.
_ Scusi, è lei che ostacola il diritto di sciopero, ma se vuole chiedere lei stesso agli operai di sabotare il loro sciopero, a lei la parola.
_ Presentato così, ha lei la parte più facile.

E quel signore va via.
A mezzogiorno, in piazza Nazionale, Plaisance, segretario del sindacato CGT, arringa i lavoratori:

"Stamani, una banda di anarco-hitlero-trotskisti ha voluto fare saltare la fabbrica".

Protesta indignata di quelli che sanno. Stupore di quelli che non sono al corrente.
Questo primo venerdì di sciopero termina con due visite.
Plaisance che nella mattina aveva detto agli operai di Collas che, pur non approvando questo movimento, aderiva alle decisioni dei lavoratori, si vede rimproverare con vigore il suo atteggiamento del mezzogiorno, quando aveva preteso che delle bande di "energumeni anarco-hitlero-trotskisti" avessero voluto fare saltare la fabbrica.
Gli operai se la prendono con lui con forza e lui tenta di giustificare sostenendo "che nel 1936, fare saltare una fabbrica significava metterla in sciopero".

"Come, amici, non ve lo ricordate ?"

Vecchia volpe ipocrita! Deve lasciare il reparto tra gli urli degli operai e soprattutto delle operaie.
Poi c'è il capo del personale, il signore Le Garrec, che viene a vedere cosa succede e tenta di influenzare i lavoratori.
Bisogna segnalare che Le Garrec aveva preso la tessera del PCF alla "Liberazione", probabilmente per aumentare la propria autorità sul personale in questo periodo delicato, seguendo così l'esempio del PDG Lefaucheux che era anche diventato presidente dell'associazione France-URSS.
Un operaio spagnolo, che ha partecipato all'insurrezione delle Asturie nel 1934, che ha fatto la guerra di Spagna a Barcellona, e che fa parte del comitato di sciopero, se la prende con lui :

- Signor direttore, ieri, era lei a comandare la fabbrica ; domani forse sarà la polizia. Ma oggi sono gli operai. Non ha niente da fare qui.

Interdetto, il capo del personale risponde:

- Non discuto con gli stranieri.

Il che gli vale questa replica:

- Signor direttore, c'è uno straniero qui, è lei. Qui ci sono gli operai, e se compare un borghese è lui lo straniero perché non è della stessa classe. Per i lavoratori, non ci sono patrie, ci sono solo classi. Via! Su! Fuori!

Bella lezione d'internazionalismo data al direttore "comunista".

Lo sciopero si sviluppa

Il sabato e la domenica, i reparti in sciopero sono occupati da qualche picchetto, ma non succede niente d'importante. La decisione, la conosceremo lunedì. Il comitato di sciopero ci si prepara.
Dei gruppi di scioperanti si presentano alle porte della fabbrica per diffondere il volantino del comitato di sciopero. In molti settori sono aggrediti da militanti del PCF. Il che li infuria.

"Non soltanto sono contro lo sciopero, ma pure ci pestano!"

Per tutto il mattino, gli scioperanti del settore Collas preparano il comizio delle 12 e mezzo. Sanno che si rischia che il PCF e la CGT vengano in gran numero con macchine munite di altoparlanti per sabotare il comizio. Preparano portavoci di cartone e di latta.
Il comitato di sciopero decide che se il PCF e la CGT verranno con macchine e con altoparlanti per coprire la voce degli oratori, il comizio si terrà all'interno della fabbrica.
Dalle 11, gli scioperanti di Collas si spargono nei reparti per chiamare al comizio (salvo i picchetti che rimangono al loro posto). Quindi, come il venerdì, si sciopera, si riprende, si sciopera di nuovo.
Alle 12 e mezzo, i gruppi si avvicinano a Piazza Nazionale, che già nereggia di folla. Nella via, quattro macchine con altoparlanti. Due dei sindacati, una dell'Humanité e una quarta con una radio assai più potente.
Pierre Bois, in testa al corteo, si mette in contatto coi gruppi che hanno percorso i reparti.

"Ecco hanno portato l'artiglieria pesante. Bisognerà fare il comizio dentro la fabbrica".

Ad un tratto, un compagno ci si avvicina:

- Allora che fate, perché vi siete fermati?
- Non hai visto, bisognerà stare dentro. Con tutte le loro radio, fuori non ci sarà mezzo di sentire.
- Ma no, venite, la più grossa è la nostra. I giovani socialisti hanno il loro congresso. Stamani, sono venuti a trovarci. Abbiamo chiesto loro se non sapevano dove si sarebbe potuto trovare una macchina radio. Hanno accettato di prestarci la loro, e gratis ! Venite fuori, i comunisti sono mal messi !

Effettivamente possiamo tenere il nostro comizio, ci avviamo verso l'officina situata a un chilometro dalla piazza. Quando arriviamo gli operai staccano.
Quando torniamo a Collas, l'ufficio del comitato di sciopero è preso d'assalto da decine di delegazioni. Certi vengono da soli, altri vengono in nome del loro reparto, altri ancora si sono fatti eleggere e rappresentano un intero dipartimento. Alla sera, scioperano più di 10.000 lavoratori.


 

La CGT prende il treno in marcia

L'indomani martedì 29 aprile, fin dal mattino, ci sono 12.000 scioperanti. La CGT tenta allora una manovra. Organizza uno sciopero dalle 11 alle 12 per sostenere le sue rivendicazioni. Non si lascia imbrigliare nessuno. Quelli che non erano finora in sciopero staccano alle 12, ma non riprenderanno il lavoro. Da questo momento lo sciopero è totale in tutta la fabbrica.
Nel pomeriggio, un corteo di più di 2.000 scioperanti di Collas va verso la direzione. Lefaucheux è assente, è al ministero. Alla sera, quando torna, il numero dei dimostranti è nettamente scemato, quindi rifiuta di ricevere il comitato di sciopero. Tenta anche di giocare a fare il duro:

"Nella Resistenza mi chiamavano Comandante Gildas" volendo dimostrare così che non si lascia influenzare.
L'indomani mercoledì 30 aprile, il comitato centrale di sciopero che si è costituito intorno al comitato di sciopero di Collas dà l'ordine di sciopero generale in tutta la fabbrica.
In realtà, lo sciopero è già effettivo dal giorno prima, ma il comitato di sciopero, dando quest'ordine, in nome delle numerose delegazioni che hanno costituito un Comitato Centrale di Sciopero di 105 membri, vuole assolutamente prendere la responsabilità del movimento.
La CGT, con un volantino calunniatore, annuncia un comizio per la sera nel giardino pubblico Henri-Barbusse. Poi, alla fine, decide di tenere il suo comizio nell'Isola Seguin, con lo scopo di riprendere in mano la situazione.
Nello stesso tempo, il Comitato Centrale di Sciopero delibera. Ad un tratto, vengono ad informarlo che commandi della CGT stanno "spazzando" i picchetti di sciopero. Il Comitato Centrale di Sciopero interrompe la seduta e si porta nell'Isola dove tenta senza successo di parlare al comitato CGT.
Al ritorno, alcuni scalmanati della CGT minacciano di sbarazzarsi dei membri del Comitato di Sciopero gettandoli nella Senna. S'intromettono degli operai e, finalmente, tutto ritorna alla calma.
Di sera, gli stalinisti si organizzano per venire a scacciare gli scioperanti di Collas che occupano il loro dipartimento.
Si organizza la difesa: casse di bulloni, d'ingranaggi, aria compressa per polverizzare acido, ecc... Scoprendo che gli scioperanti di Collas sono pronti alla risposta, i membri della CGT rinunciano al loro progetto.
Giovedì 1ø maggio, la sfilata della CGT ha luogo dalla Piazza della République alla Piazza della Concorde. Il Comitato di Sciopero tira un volantino in 100.000 esemplari, che è diffuso sul percorso della sfilata.
Questo volantino che chiama allo sciopero generale è stampato nelle imprese di stampa Réaumur. Gli operai di questa impresa devolvono il loro salario per la tiratura di questo volantino in segno di solidarietà.
Lungo il percorso della dimostrazione del Primo maggio, numerosi diverbi, talvolta violenti, hanno luogo tra i membri del servizio d'ordine CGT e gli scioperanti ai quali si sono uniti membri dei Giovani Socialisti.
Il 2 maggio, il Comitato di Sciopero manda numerose delegazioni alle porte delle imprese per chiamare i lavoratori alla lotta.
Dappertutto incontrano la simpatia dei lavoratori che, in vari settori, cominciano anche loro a scioperare. Ma il più delle volte gli stalinisti del Partito comunista provocano delle risse e il lavoro riprende. Per esempio, alla Citroën di Piazza Balard e alla SNECMA di Viale Kellerman.
Nella fabbrica, la CGT intensifica la sua campagna di calunnie. Organizza un referendum pro o contro la continuazione dello sciopero, avvertendo i lavoratori che la soluzione del conflitto dipende da una decisione del governo. 21.286 lavoratori prendono parte alla votazione: 11.354 si esprimono per la continuazione dello sciopero; 8.015 si esprimono per la ripresa del lavoro; 1.009 votano scheda nulla; 538 si astengono.
La CGT s'inchina davanti a questa decisione dei lavoratori, ma continua la sua campagna di denigrazione.
Il Comitato di Sciopero è informato, tramite impiegati che lavorano negli uffici, che persone "altolocate" potrebbero combinare un incontro col Ministro del Lavoro Daniel Meyer.

Non volendo trascurare nessuna possibilità di conclusione del conflitto, una delegazione del Comitato di Sciopero si reca da un certo signor Gallienne.
Molto presto, i delegati si rendono conto che sono da un ex-uomo di Louis Renault che vorrebbe provare a manovrare il Comitato di Sciopero in un'operazione anti-nazionalizzazione. Fermano a questo punto ogni discussione.
L'8 maggio, il Comitato di Sciopero ottiene un incontro con un deputato del partito MRP, Beugniez, presidente della Commissione del Lavoro al Parlamento.
Quel signore vuole soprattutto vedere se ci sono in questo conflitto degli elementi anti-CGT che potrebbero favorire la CFTC.
Gli diciamo ciò che pensiamo di lui ed è veramente deluso quando constata la nostra determinazione.

La ripresa: Collas prosegue da solo

Venerdì 9 maggio, la CGT pubblica un volantino nel quale si annuncia che la direzione ha concesso tre franchi all'ora sul premio di produzione. Su questa base, chiama gli operai a riprendere il lavoro.
Con 12.075 voti contro 6.866, il personale decide la ripresa del lavoro.
Ma nel settore Collas dove è cominciato lo sciopero, la grande maggioranza è a favore del proseguimento della lotta.
Lunedì 12 maggio, il lavoro deve dunque riprendere. Ma il Comitato di Sciopero stima che se lo sciopero deve cessare, la ripresa si deve fare con ordine, come l'avvio del conflitto.
Convoca quindi gli operai ad un comizio fin dalla mattina alle ore 8. Ma gli operai non sono affatto decisi a capitolare.
Il responsabile del Comitato di Sciopero, Pierre Bois spiega allora:

"Se non abbiamo potuto fare indietreggiare la direzione sulla rivendicazione essenziale dei dieci franchi sulla paga base allorché tutta la fabbrica era in sciopero, sarebbe utopico sperare la vittoria col proseguire la lotta in un unico settore.
Malgrado tutto non possiamo accettare una sconfitta".

Propone di proseguire la lotta fino al pagamento delle ore di sciopero.
L'ispettore del Lavoro viene e tenta di demoralizzare gli scioperanti, cantando loro il ritornello "dell'impedimento alla libertà del lavoro". Ciò non cambia niente. I lavoratori votano con una fortissima maggioranza per la proposta del responsabile del Comitato di Sciopero.
Si organizza la solidarietà. Nella sola giornata del lunedì della ripresa, 50.000 franchi sono raccolti negli altri settori della fabbrica che hanno ripreso il lavoro, i quali dimostrano così che non sono affatto ostili agli scioperanti di Collas.
La CGT sta intensificando la sua campagna di denigrazione e calunnia definendo gli scioperanti "innervositi", "agitati", "separatisti" ed esigendo che il ministro del Lavoro, Daniel Meyer, prenda le decisioni necessarie per fare funzionare la fabbrica.
Ma il settore Collas non gira, sta paralizzando il resto della fabbrica e la direzione ne è preoccupata. Fa sapere al Comitato di Sciopero che è pronta a ricevere una delegazione del Comitato di Sciopero, ma "accompagnata da delegati regolarmente eletti". Il Comitato di Sciopero accetta.
E' chiaro che la direzione vuole salvare le apparenze col ricevere in modo non ufficiale il Comitato di Sciopero. Ma ognuno capisce tale stratagemma giuridico e nessuno vede una compromissione nel farsi accompagnare da delegati che sono sempre stati ostili al movimento.
Questi ultimi d'altronde non si sentono affatto a disagio nel compromettersi con gli "hitlero-trostkisti" del Comitato di Sciopero, troppo contenti dell'onore fatto dal padrone quando chiede loro, in quanto buoni servitori, di aprire la sua porta agli "innervositi".

Il presidente direttore generale comincia un discorso nel quale mette in guardia il Comitato di Sciopero contro i pericoli di una continuazione del conflitto: pericolo per l'impresa, pericolo per la nazionalizzazione, pericolo per gli operai.
Pierre Bois gli fa osservare che, al punto in cui siamo, gli sarebbe molto facile allontanare questi pericoli col concedere il pagamento delle ore di sciopero.
Pierre Lefaucheux cerca allora di giocare la carta sentimentale:

- So, signor Bois, che se dice ai suoi compagni di riprendere il lavoro, lo faranno, e le chiedo di farlo".

A queste parole, Pierre Bois freme:

- Mi chiede di tradire i miei compagni, è inutile proseguire tale discussione".
- "Non si arrabbi, signor Bois, non la volevo offendere".
- "L'ha fatto, ma se pensa che i lavoratori siano pronti a capitolare, ci può andare lei stesso a chiederlo loro".

E un colpo di poker, Pierre Bois pensa che Lefaucheux stia per sottrarsi.

- "Ebbene, sono d'accordo. Vado a rivolgermi a loro".
- "Bene, daremo notizia della sua visita".

I membri del Comitato di Sciopero escono, seguiti da Lefaucheux e dai suoi direttori.
Alcuni compagni partono avanti per preparare un podio per il direttore : la piattaforma ben oleosa di un camion.
Arrivato nel reparto, Pierre Bois sale per primo sul podio improvvisato e chiama gli operai.
Rivolgendosi a Lefaucheux davanti agli operai radunati, dice:

- "Signor direttore, qui è un settore in sciopero. In quanto responsabile del Comitato di Sciopero, spetta a me accoglierla e presentarla ai miei compagni.
Compagni, ecco qua il signor Lefaucheux che vi viene a chiedere di sabotare voi stessi il vostro movimento. Non vuole pagare le ore di sciopero, ma vi vorrebbe vedere riprendere il lavoro. Crede che voi non avete tanta voglia di proseguire lo sciopero e che, se non riprendete il lavoro, ciò sarebbe a causa della mia cattiva influenza. Gli ho proposto di venire a influenzarvi nell'altro senso e sta provando a farlo. Signor direttore, a voi la parola".

Lefaucheux è pallido.

- "Non è molto sportivo", dice.

Poi fa il suo discorso in un silenzio gelido. Quando finisce, gli operai lo riaccompagnano come si conviene ad un direttore, ciascuno reclamandogli il pagamento delle ore di sciopero e i dieci franchi.

La direzione cede

Venerdì 16 maggio, la direzione "allo scopo di creare un clima favorevole per la produzione" propone una somma di 1600 franchi per la ripresa e un anticipo di 900 franchi per tutti i lavoratori (anticipo che, del resto, sarà poi definitivamente concesso).
Effettivamente ciò consiste nel dare soddisfazione in modo mascherato alla rivendicazione del pagamento delle ore di sciopero.

Su questa base, lunedì 19, dopo un'ultima assemblea degli scioperanti, il comitato di sciopero propone la ripresa del lavoro. Questa ha luogo dopo una riunione e una votazione.
Gli operai del settore Collas non si sentono vinti per niente.
Hanno cominciato prima degli altri, finito dopo gli altri, e con la loro tenacia hanno ottenuto il pagamento mascherato delle ore di sciopero per tutti.
Infatti, l'insieme dei lavoratori ha scioperato dal 29 aprile al 12 maggio, il che rappresenta otto giorni lavorativi. Mentre il salario di un O.S. era circa di 7000 franchi al mese (20 giorni lavorativi), per un O.S. la ripresa ha avuto luogo con un indennizzo delle ore perdute di 2500 franchi.
Nella fabbrica, la maggior parte dei lavoratori non ha perduto niente.
A Collas, sicuramente, gli operai hanno scioperato dal 25 aprile al 16 maggio, il che rappresenta quindici giorni lavorativi. Hanno quindi perduto un po' di denaro di cui una parte, del resto, è stata ricuperata dalle collette.
Ma i lavoratori di Collas non sono per niente delusi. Hanno diretto uno sciopero loro stessi. Malgrado l'ostilità della CGT hanno resistito. Hanno anche vinto. Certo, i 3 franchi di premio, sono al loro attivo. Il pagamento delle ore di sciopero, poi, senza essere una vittoria, è già un successo. Quell'operaio di Collas era assai fiero quando raccontava quello che gli aveva detto un altro operaio della fabbrica: "Comunque è veramente grazie a voi, che lavorate agli ingranaggi, se abbiamo avuto i 1600 e i 900 franchi".
Ma i lavoratori di Collas erano anche felici e fieri di avere vinto contro gli ostacoli, nello stesso tempo quelli dei capi e quelli dei burocrati. Per loro, il settore era una piccola repubblica dove regnavano la libertà e la democrazia.
"Da noi, non c'è capo ; decidiamo noi" diceva fieramente un operaio. Erano fieri del proprio movimento perché ci partecipavano veramente.
Ogni mattino, e spesso parecchie volte al giorno, aveva luogo un'assemblea nella quale si decideva quello che si sarebbe fatto.
Prima i picchetti, poi le delegazioni, agli altri reparti durante la prima settimana, alle altre imprese durante la seconda.
E poi solidarietà. Alcuni gruppi partivano fin dal mattino per recarsi dai negozianti o alla porta delle imprese, col distintivo del comitato di sciopero e con cassette sigillate. Non perché si temeva che certi scioperanti si potessero mettere il denaro in tasca; ma perché gli operai volevano che tutto fosse "regolare". La sera, si contava il denaro.
Delegazioni delle imprese recavano il loro sostegno morale e il prodotto delle loro collette.
Tutto era scritto e affisso alla bacheca del comitato di sciopero. Tutto fu distribuito equamente alla fine dello sciopero: i lavoratori avevano potuto vivere con la paga durante tutto il conflitto.
Rammentiamo che il comitato di sciopero aveva preso la precauzione di cominciare l'azione il giorno dopo la paga.
Dalla parte della CGT era diverso; il denaro arrivava pure sotto forma di collette o di doni di sindacati.
Un giorno, la CGT annunciò che gli scioperanti avrebbero potuto ricevere un chilo di baccalà e un chilo di lenticchie. Se ne parlò a lungo a Collas, delle lenticchie e del baccalà della CGT. La CGT aveva anche chiesto ai lavoratori di iscriversi per eventuali soccorsi.
Fu una bella protesta quando il responsabile del comitato di sciopero prese la parola in un'assemblea generale per dire: "quelli che si sono iscritti per i soccorsi della CGT avranno la loro parte fra poco".
Effettivamente, grazie alla nostra squadra di pulizia dei reparti, avevamo ritrovato la lista degli iscritti in fondo ad una pattumiera.
Piccoli particolari, certo, ma che dimostrano bene la differenza tra un movimento diretto dagli operai stessi e un'azione diretta burocraticamente.

La CGT grida alla vittoria

La CGT, dopo aver violentemente denunciato gli "irresponsabili" del "comitato dei provocatori", che avevano proseguito lo sciopero da soli malgrado i suoi appelli alla ripresa, si concede ovviamente il beneficio della nuova vittoria. Non esita a scrivere che è "la sezione sindacale" che "proseguendo l'azione"(?) ha ottenuto i 1600 franchi per tutti. Precisa perfino: "QUESTA VITTORIA fu ottenuta, dopo due nuove ore di discussione, dalla nostra delegazione nell'ufficio del ministro del Lavoro Daniel Meyer e in presenza della direzione".
Due ore di discussione per la CGT o una settimana di sciopero supplementare per il settore Collas? I redattori del volantino non esitano né di fronte alle menzogne più ovvie, né di fronte al ridicolo.
Sono diventati maestri nell'arte di fabbricare la verità a posteriori. Ma hanno con loro l'enorme "forza d'urto" della CGT e dispongono di mezzi di propaganda eccezionali.
In effetti, questo volantino è caratteristico dell'atteggiamento della CGT durante tutto lo sciopero.
L'abbiamo visto. La CGT si è prima opposta fermamente e brutalmente allo sciopero. Ma in seguito ora per ora, ha saputo fare le mosse necessarie per non lasciarsi aggirare. Quando ha visto che non poteva spezzare la determinazione del settore Collas, ha cercato di isolarlo politicamente e materialmente.
La campagna di calunnie è stata intensificata allorché la CGT stessa ha partecipato allo sciopero. Per il tramite di tali tattiche complementari la direzione sindacale aveva perseguito un medesimo scopo: riprendere l'iniziativa e la direzione del movimento limitando l'influenza del comitato di sciopero al solo settore Collas, indubbiamente irrecuperabile. E l'abbiamo anche visto, non è stata cosa da poco. La CGT ha pensato di cavarsela una prima volta chiamando a fare un'ora di sciopero in tutta la fabbrica. Ma i lavoratori non hanno voluto riprendere il lavoro alla fine della sospensione ufficiale. E quando, mercoledì 30 aprile, il comitato di sciopero ha dato l'ordine di sciopero generale a tutta la fabbrica, la CGT, davanti al successo di tale consegna, è stata ad organizzare la votazione segreta. Venerdì 2 maggio, lo sciopero essendo ratificato, la CGT si è ritrovata in testa al conflitto Renault e ha moltiplicato febbrilmente gli incontri con la direzione e col ministero del Lavoro per trovare un compromesso accettabile.
Risulta chiaramente che la CGT, non avendo potuto impedire l'ondata del malcontento operaio alla Renault, ha fatto nella serata del 2 maggio la scelta di portarsi in testa al movimento per controllarlo meglio. E' una tattica oggi tradizionale, ma che nel 1947 era il risultato di una scelta politica. Una scelta che il PCF si rassegna a fare, cosciente di tutte le conseguenze politiche.
Ma è una scelta fondamentale, e assolutamente significativa della natura contradditoria e della politica del PCF in Francia.
Il PCF partecipava al governo dal 1944. All'epoca del primo rimpasto ministeriale (il 22 gennaio 1947, il nuovo presidente della Repubblica, Vincent Auriol, un socialista, ha incaricato Ramadier, un altro socialista, di formare il nuovo consiglio dei ministri), il PCF ha ottenuto un numero di posti senza precedenti : Maurice Thorez, ministro di Stato, è vice-presidente del Consiglio. François Billoux ha ottenuto il tanto desiderato posto alla Difesa Nazionale e ovviamente Ambroise Croizat conserva il ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. Un altro comunista, Georges Marrane, è ministro della Sanità. In quanto a Charles Tillon, ha ottenuto questa volta il posto di ministro della Ricostruzione e dell'Urbanizzazione.
I ministri sono legati dalla solidarietà governativa. Vale a dire che non possono votare contro il governo, pena l'espulsione. Su molti punti, il PCF per avere cura della sua base operaia, si oppone rispettosamente, nella sua stampa, alla politica governativa, ma ha trovato espedienti per continuare a "partecipare" al governo, pur dimostrando qualche velleità di opposizione.
Così sulla guerra d'Indocina, i ministri "comunisti" votano la fiducia al governo mentre i deputati "comunisti" (sono 183) si astengono. Nello stesso modo, il 16 aprile 1947, quando il presidente del Consiglio chiede la rimozione dell'immunità parlamentare dei tre deputati malgasci, ritenuti responsabili dell'insurrezione scattata laggiù il 29 marzo, i ministri comunisti lasciano la riunione del Consiglio dei ministri per non dovere prendere una posizione.
Tuttavia queste dimostrazioni regolate e accettate in anticipo dai collaboratori governativi del PCF non mettono in causa la sua partecipazione al governo.

Per lo sciopero Renault le cose andranno diversamente.
Fin dal 30 aprile, quando lo sciopero non è ancora stato votato ufficialmente, ma mentre 20.000 lavoratori avevano già sospeso il lavoro, inseguono le consegne del comitato di sciopero. L'Ufficio politico del PCF denuncia "il rifiuto di adeguare equamente i salari dei lavoratori" e Maurice Thorez al Consiglio dei ministri annuncia che il PCF non solidarizza con la politica dei prezzi e del blocco dei salari perseguito dal governo.
E' l'inizio della "crisi". Ramadier, presidente del Consiglio, finge di credere che il PCF stia per approfittare del Primo maggio per organizzare disordini !
Fa stabilire un dispositivo di sicurezza discreto intorno all'Eliseo e a vari ministeri. Manda ai comandanti delle circoscrizioni militari l'ordine di "preavviso del dispositivo di emergenza" e fa tornare a Parigi Edouard Herriot, presidente della Camera, ammalato, per sostituire Auriol, presidente della Repubblica, in viaggio.
Questo panico ostentato copre la decisione di Ramadier di rompere coi ministri comunisti. In effetti, per compiere la rottura decide di portare il dibattito all'Assemblea Nazionale, per forzare i ministri in disaccordo ad indicare chiaramente la loro posizione in una votazione pubblica.
Venerdì 2 maggio, secondo uno scenario previsto in anticipo, il governo è interpellato all'Assemblea da un deputato socialista (su richiesta di Ramadier) sul problema dei salari e dei prezzi. La votazione di fiducia viene fissata al 4 maggio.
Il 4 maggio, con 360 voti contro 186, è votata la fiducia al governo. I ministri comunisti, come tutti i deputati comunisti, hanno votato contro il governo.
La sera stessa, Ramadier chiede ai ministri comunisti di dare le dimissioni. Rifiutano. Ramadier allora ritira la delega dei poteri che aveva dato loro.
E il Giornale Ufficiale del 5 maggio registra il decreto che modifica la composizione del governo in questi termini:

"Si considera che le funzioni dei Signori Maurice Thorez, ministro di Stato, vicepresidente del Consiglio, François Billoux, ministro della Difesa Nazionale, Ambroise Croizat, ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, Charles Tillon, ministro della Ricostruzione e dell'Urbanizzazione sono cessate, in seguito al voto espresso all'Assemblea Nazionale, il 4 maggio 1947".

Il quinto ministro comunista, George Marrane, ministro della Sanità, non è revocato perché non essendo deputato non ha partecipato alla votazione. Dà le dimissioni la stessa sera.
Il tripartitismo ha finito di vivere.

Conclusioni

Lo sciopero della Renault dell'aprile-maggio 1947 fu all'epoca un avvenimento importante per varie ragioni. Prima, perché, grazie ad esso, i lavoratori si collegarono di nuovo con la tradizione delle lotte passate, scoprendo di nuovo lo sciopero come arma di classe. Poi perché lo sciopero della Renault diede di nuovo un impulso considerevole al movimento operaio. Come scriveva Pierre Monatte: "La Renault ha aperto la chiusa e un'ondata di scioperi è dilagata sulla Francia". Dopo il maggio 1947, molte fabbriche scioperarono a loro volta, seguite dai ferrovieri, e, qualche mese dopo, dai minatori. Sul piano politico, fu la causa diretta della fine della partecipazione comunista al governo che durava alla meno peggio, dalla "Liberazione" all'epoca di De Gaulle, prima, a quella del tripartitismo, poi.
Infine, e soprattutto, questo sciopero, iniziato e diretto dai militanti rivoluzionari che poggiavano sulla combattività dei lavoratori contro i padroni, lo Stato e le direzioni sindacali, dimostrò che dei militanti potevano, in uno dei suoi feudi operai, contestare il "monopolio" di fatto del PCF sulla classe operaia, e che gli operai erano veramente i soli che difendessero realmente gli interessi presenti e futuri dei lavoratori.
L'uscita dei ministri PCF dal governo tripartito non è un fenomeno secondario. Anche se la situazione internazionale doveva, prima o poi, provocare questa scissione, ciò non toglie che nell'aprile 1947, sono i ministri PCF ad avere scelto di rompere la coalizione, e su un problema nazionale.
Questo problema è quello dei rapporti del PCF con la classe operaia. Sono rapporti difficili e contraddittori.
Come tutte le organizzazioni riformistiche, il cui ruolo fondamentale è la difesa degli interessi della borghesia in seno al movimento operaio, il PCF, nella sua politica quotidiana, si trova sottoposto a due tipi di pressione antagonisti. Quella della sua base e della classe operaia da una parte, quella della borghesia dall'altra. Il più delle volte questa contraddizione si risolve con una politica di rivendicazioni "ragionevoli" che permette al malcontento operaio di esprimersi senza tuttavia rimettere in causa né il funzionamento normale del sistema capitalistico, né il dominio politico della borghesia. Ma quando la pressione operaia diventa più forte, quando il malcontento dei lavoratori non si lascia più incanalare in azioni limitate e controllate, allora il margine di manovra della burocrazia riformistica diventa più stretto.
Secondo il livello di combattività operaia, secondo la minaccia più o meno grave che essa fa pesare sull'ordine sociale, le organizzazioni si vedono costrette a "camminare" con i lavoratori almeno fino a un certo punto e talvolta perfino a precederli per non perdere tutto il credito presso di loro. (E' quello che è successo nel maggio 1968). Questo provoca ovviamente un certo distacco dalla borghesia, molto relativo, eminentemente tattico e transitorio, e che comporta tutta una serie di gradi differenti secondo l'importanza della crisi sociale, ma che non giunge mai fino alla rottura definitiva. Perché quando la classe operaia arriva al punto di minacciare direttamente il dominio della borghesia, di darsi i propri organi di lotta e di potere, le organizzazioni riformistiche, tutta la storia lo dimostra, scelgono apertamente il campo della borghesia e si oppongono ai lavoratori in modo irriducibile.
In Francia questo non è mai accaduto. Qualunque sia stata la potenza del movimento di sciopero, non si è mai dato una direzione di lotta autonoma e il PCF ha sempre potuto fare "terminare uno sciopero". Ma è vero però che il PCF può e lo ha dimostrato dal 1947 fare scattare lo sciopero, compreso lo sciopero generale, fosse solo quello del maggio 1968.
Nel 1947, quando gli si ingiunse di scegliere tra la sua partecipazione al governo, cioè la sua tanto augurata integrazione nella vita politica borghese, e l'appoggio agli scioperi che si sviluppavano, il PCF scelse l'appoggio. Perché ?
Perché il PCF, sospetto agli occhi della borghesia francese a causa dei suoi legami con l'URSS, dispone per potere farsi accettare dalla borghesia francese di una sola buona carta: la sua influenza sulla classe operaia francese. Perdere questa influenza significa perdere la sola carta. Significa avviarsi sulla via che ha condotto la SFIO a non essere più oggi che un fantasma di partito operaio. Il PCF vi acconsentirà soltanto in caso di crisi fondamentale, cioè in un periodo direttamente prerivoluzionario.
Non c'era questa situazione nel maggio 1947, come non ci fu nel maggio 1968. E il PCF ha potuto, a costo di più o meno screditarsi agli occhi della borghesia, situarsi pubblicamente al lato dei lavoratori in sciopero.
Questa scelta politica è ovviamente destinata ad affermare e rafforzare il suo ascendente sul movimento operaio. Ma nello stesso tempo in cui allarga o sostiene lo sciopero, il PCF attacca apertamente e molto violentemente gli "irresponsabili" , gli "estremisti" (la parola nel 1947 non era ancora alla moda) che hanno fatto scattare il conflitto. La lettura dei volantini CGT Renault dell'epoca è sotto questo aspetto edificante. Si sono ritrovati simili scritti nel maggio 1968. Si ritrovano oggi nel maggio 1971 nel presente conflitto Renault. "Il PCF non si lascerà mai scavalcare a sinistra" avrebbe dichiarato Duclos in Parlamento. In ogni caso questa è la politica seguita dal PCF da allora, il che spiega la vivezza del suo "odio" contro gli "estremisti".
Ma qui, il PCF ne è perfettamente cosciente, sta il suo punto debole. Svolgendo giorno per giorno una politica nazionalistica, riformistica, inefficace e demoralizzante, il PCF offre il fianco alle critiche che vengono da sinistra. L'opposizione rispettosa nella quale si rincantuccia, nell'ambito politico così come nell'ambito rivendicativo, è assolutamente priva di prospettive e di redditività.
E quando i lavoratori vogliono difendere il loro livello di vita o la loro sicurezza, lo debbono fare malgrado i "comunisti", perfino contro di loro. Anche sotto questo aspetto lo sciopero Renault dell'aprile-maggio 1947 è ricco di insegnamenti. Sulla difesa dei salari la CGT ne parlava, ma non faceva niente per farla sbocciare. L'azione dei militanti dell'Union Communiste della Renault è stata quella di portare alla luce questa contraddizione, impegnando la battaglia, e di mettere in contraddizione l'insieme dei lavoratori con la politica d'inerzia concertata del sindacato.
E lo sciopero Renault dell'aprile-maggio 1947 ha indicato quanto era possibile fare in tale caso. Certo il divorzio tra la classe operaia e il PCF non è stato consumato, tranne forse nel settore Collas. Il gruppo di rivoluzionari che ha svolto questa azione era troppo debole, troppo giovane, troppo poco conosciuto, per potere condurre l'esperienza al di là di ciò che era stato fatto alla Renault. Ma il suo merito fu di avere indicato concretamente, attraverso una azione che ha avuto ripercussione su scala nazionale, la direzione del lavoro da intraprendere per una politica ed un comportamento giusti e le prospettive che si offrono realmente ai rivoluzionari che accettino di confrontarsi con il PCF nel seno stesso della classe operaia.
Queste prospettive esistono ancora e sono perfino più palesi. Il PCF non è più al governo, ma il ruolo di freno svolto dalla CGT e dal PCF diventa sempre più palese per un numero di lavoratori sempre più grande. Questa presa di coscienza rimane sospesa perché mancano in seno alle imprese i militanti rivoluzionari che la sappiano concretizzare. Porre rimedio rapidamente, il più rapidamente possibile, a questa assenza, è il compito dell'avanguardia rivoluzionaria oggi. E' il compito che hanno scelto i militanti di Lutte Ouvrière, che lo adempiono quotidianamente. Così facendo, hanno coscienza di proseguire il lavoro intrapreso dai militanti dell'Union Communiste, lavoro che permise nel 1947 il primo grande sciopero del dopoguerra.
Maggio 1971

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