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La guerra preventiva

matanza_escuelaLa mattanza della "Escuela Santa Maria de Iquique"

Arrivavano a Iquique, una città del nord del Cile dov'erano ancora evidenti gli esempi di quell'architettura coloniale che gli spagnoli a suo tempo avevano disseminato in tutte le città del Sud America. Provenivano dal distretto minerario di Tarapaca, erano migliaia di uomini e di donne, in lunghe file nere e dolenti, accompagnati da vere e proprie "nidiate" di bambini. Avevano attraversato il deserto di Atacama, il deserto più arido al mondo, dove non esiste nemmeno un'oasi e passano decenni prima che le nuvole lascino cadere almeno un velo di pioggia.

A partire dal 14 dicembre del 1907 avevano cominciato a discendere il passo diretti verso la spiaggia, quasi nessuno tra di loro aveva mai visto il mare, poi si accasciavano spossati per la lunga marcia che era durata giorni e giorni. Si erano messi in sciopero pochi giorni prima, il 10 per la precisione, e poi erano partiti a piedi da una delle trenta aziende-miniere quasi tutte di proprietà di due inglesi: John Thomas North e Robert Harvey, che tutti conoscevano come "Los Reyes del Salitre" e che punteggiavano quella che in Cile era chiamata la zona del "salitre", che poi in termine scientifico è conosciuto come nitrato di potassio. Il "salitre" era allora l'elemento indispensabile per la fabbricazione di qualsiasi esplosivo e serviva anche e soprattutto per la conservazione dei salumi e della carne.

Per impadronirsi di quelle terre aride, dal cielo sempre blu, che erano comprese nei distretti minerari di Tarapaca e di Antofagasta, il Cile nel 1884 aveva fatto una guerra sanguinosa contro il Perù e la Bolivia e aveva poi ceduto i diritti estrattivi al capitale inglese che aveva realizzato in pochi anni vere e proprie fortune da sogno e deteneva ormai l'85% delle risorse minerarie dell'intero paese.

I capitalisti inglesi avevano imposto le loro regole alle migliaia di minatori argentini, boliviani e cileni, almeno 40.000, che facevano la loro ricchezza. Era difficile immaginare condizioni di lavoro più dure di quelle che erano costretti a sopportare quegli uomini che, in nome della modernità, parola che veniva ripetuta di continuo, quasi fosse un "mantra", nei circoli più esclusivi di Santiago, si sfinivano per quattordici ore al giorno in quel lavoro estrattivo che bruciava loro la pelle, faceva lacrimare gli occhi, ustionava i polmoni e ballare i denti nelle gengive sanguinanti. Addirittura gli stivatori, che caricavano sui pianali dei treni i sacchi da cinquanta chili l'uno di "salnitre", lavoravano dalle quattro del mattino alle nove di sera. Tutti loro abitavano in centinaia, assieme alle loro famiglie, in miserabili costruzioni formate da enormi stanzoni, senza nessuna intimità, né assistenza sanitaria, senza scuola per i loro figli. Dormivano su sacconi di tela ruvida riempiti di paglia e poggiati su lamiere di zinco, avevano a disposizione un vitto miserabile. Persi in un deserto dove le temperature passavano brutalmente dagli zero gradi della notte ai circa quaranta del pomeriggio e le guardie vigilavano armate sugli operai. Venivano pagati pochi centesimi al giorno e con gettoni che dovevano consumare nelle "pulquerie", tutte di proprietà delle aziende, dove si vendevano a prezzi altissimi merci di scarsa qualità. Chi si azzardava a fare acquisti in una "tienda" che non fosse di proprietà dell'azienda era messo di fronte all'alternativa pura e semplice della punizione fisica o del licenziamento. Gli incidenti, spesso mortali, erano all'ordine del giorno, specialmente quando a 100 gradi veniva trattato il "salnitre" e il minimo errore significava atroci bruciature in ogni parte del corpo.

Avevano dovuto accettare quel lavoro perché la terra che li aveva nutriti per generazioni, era stata loro tolta dalle grandi aziende agricole che dovevano rifornire di carne e di grano l'Europa intera.

Una foto li mostra quasi tutti a dorso nudo, altri con il camiciotto bianco, tutti hanno una buffa berretta a forma di focaccia poggiata in precario equilibrio sulla testa e un badile in mano.

I "salitreros' avevano già rivendicato nel 1903 i loro diritti ma erano stati facilmente sconfitti, isolati com'erano dal resto del mondo all'interno delle aziende che avevano nomi come San Lorenzo, Zapiga e Agua Santa, distanti l'una dall'altra a volte centinaia di chilometri.

Era per questo motivo che nel dicembre del 1907, divisi in colonne di alcune migliaia di uomini ognuna avevano marciato su Iquique, la città che viveva tutta quanta sul porto da dove il "salnitre" veniva imbarcato per le industrie dell'intera Europa, per presentare le loro richieste alle autorità.

Che poi significavano aumenti salariali che in qualche modo permettessero di fare fronte all'inflazione, fine del monopolio commerciale da parte delle compagnie all'interno delle aziende dove essi lavoravano, riduzione dell'orario della giornata lavorativa, abolizione dei castighi corporali, e in caso di licenziamento la corresponsione di un indennizzo di trecento pesetas per ogni uomo che venisse licenziato.

Per presentare queste richieste, elaborate in notturne assemblee clandestine, stabilimento per stabilimento, gli uomini del "salnitre" avevano costituito un comitato di sciopero di venti uomini. Il presidente si chiamava José Briggs, un meccanico anarchico, e il vicepresidente era un imbianchino, Luis Olea Castillo, anche lui anarchico. Era lui che aveva fondato i due giornali "La Agitacion" e "El Defensor", e soprattutto aveva messo in piedi il "Centro Studi Sociali Redencion". Luis ha capito che prima di presentare la benché minima richiesta sindacale occorre impostare un vero e proprio lavoro culturale che faccia prendere coscienza agli operai dei loro diritti. Che soprattutto essi capiscano che la loro situazione di schiavi salariati non è dettata dal destino. Che sono uomini e non quelle creature incomplete, che si situano tra l'umanità e la bestialità, fra il bambino e l'adolescente, fra la civiltà e la barbarie. Facili prede, grazie alla loro ingenuità, degli "agitadores" e dei "revoltosos", tutti ovviamente stranieri come da sempre vuole la propaganda ufficiale. Luis ci ha messo un anno a far circolare queste idee tra gli operai e ora aspetta assieme a circa 40.000 tra di loro, nelle vie di quella città che i minatori hanno occupato pacificamente assieme alle loro famiglie e dove gli stivatori, gli operai dei laboratori e i panettieri che lì vivono si sono uniti a loro in una "huelga" generale che ha stupito e preoccupato le autorità locali per la sua compattezza ed organizzazione, e dalla quale sono stati esentati soltanto i lavoratori dell'elettricità.

In più di cinquemila tra gli scioperanti si sono accampati nella scuola "Santa Maria" che in quei giorni è chiusa per le vacanze di Natale, mentre gli uomini del comitato di sciopero si sono praticamente attendati sull'ampia terrazza dell'ultimo piano dello stesso edificio.

Hanno poi comunicato al delegato del governo che concedono alle compagnie minerarie otto giorni di tempo, quelli necessari per mettersi in contatto con le rispettive "casemadri" in Inghilterra per prendere in esame le loro richieste.

Altre migliaia tra gli scioperanti bivaccano nella piazza vicina intitolata al presidente del Perù Pedro Montt, che guarda caso è un azionista di tutte le compagnie del "salitre", mentre gli altri sono dispersi nel resto della città e nei suoi immediati dintorni.

Con un ruggito di disapprovazione gli uomini e le donne che dormono nella scuola hanno rifiutato di spostarsi al "Club Hipico" che è situato fuori dalla città, com'è stato loro chiesto dal delegato di polizia il quale ha addotto alla sua richiesta non meglio precisati motivi igienici. È palese che se gli operai si sposteranno lontani dal centro le truppe e la polizia potranno operare nella massima tranquillità, lontani da occhi e orecchie indiscrete. Anche perché tutti sanno che il giorno prima una pattuglia ha già sparato alla stazione Buenaventura contro una colonna di minatori che volevano raggiungere la scuola occupata.

Poi a pochi isolati dalla scuola "Santa Maria" ci sono i consolati del Perù, della Bolivia, degli Stati Uniti e dell'Inghilterra, con decine di impiegati che possono diventare testimoni pericolosi. Inoltre dal potere va evitata la saldatura tra i "salitreros' e gli operai di Iquique che, assieme ai piccoli commercianti, portano cibo e acqua a chi è dentro la scuola o nella piazza ed è anche per questo motivo che gli operai vanno ricacciati fuori dalla città.

Gli scioperanti non sono molto preoccupati anche se il 17 è arrivato in rada l'incrociatore "Blanco Encalad" con a bordo il reggimento "Rancagua" raggiunto il giorno dopo dall'"Esmeralda" che ha salpato da Valparaiso, mentre il 19 ha attraccato al porto l'incrociatore "Zentero" con a bordo i fucilieri del reggimento "O'Higgins" comandato dal generale Silva Renard che è stato inviato d'urgenza dal governo di Santiago a prendere in mano la situazione.

Renard è stato mandato dal governo perché il suo nome è una vera e propria garanzia per quanto riguarda le operazioni "sporche".

È stato infatti l'avvocato difensore dei militari che hanno massacrato nel 1903 gli stivatori al porto di Valparaiso quando hanno proclamato il loro primo sciopero. E anzi con un brillante sillogismo ha dimostrato al tribunale militare che i soldati erano stati le vittime della furia degli scioperanti. Nel 1904 ha diretto le truppe che hanno massacrato i "salitreros'"nella pampa, lontani da occhi e da orecchie indiscrete. E un anno dopo ha comandato il fuoco contro una manifestazione operaia a Santiago. Settanta morti in totale.

È appena arrivato a Iquique che comanda ai fanti di marina dell'O'Higgins di disporsi in formazione da combattimento.

I fanti, vestiti con uniformi blu e ghette bianche, discendono dalle navi e corrono verso la scuola con le giberne gonfie di munizioni, trainando a forza di braccia due mitragliatrici pesanti, mentre il sole brilla sui lucidi kepì che i soldati portano in testa. Poi sbarcano anche i soldati del Reggimento "Rancagua", i "Granaderos" e gli uomini del "Carampague".

Silva Renard con il portamento eretto, tipico dell'ufficiale di cavalleria, si dirige alla scuola dove parla col comitato di sciopero composto da Olea, Briggs ed altri lavoratori ancora. È accompagnato dal capitano di marina Aguirre, dal comandante Almarza e dal colonnello Ledesma e annunciano tutti e quattro alla massa operaia che avrebbero sparato contro tutti quelli che non si fossero diretti verso l'ippodromo da lì a tre ore.

Nel frattempo un plotone di soldati ha occupato l'ufficio telegrafico e quello da dove si spediscono i cablogrammi con l'intento manifesto di tagliare fuori dal resto del mondo la città di Iquique. Intanto alle 13.45 in punto le truppe con la baionetta innestata circondano la piazza che si trasforma per le circa settemila persone che la stanno occupando in quel momento in una gigantesca tonnara.

È a questo punto che i consoli di Perù e Bolivia cercano di convincere gli operai dei loro paesi ad andarsene dalla piazza e ad uscire dalla scuola che si stanno trasformando in un'enorme trappola. Ma questi rifiutano e anzi un loro portavoce risponde: "Abbiamo cominciato coi cileni e assieme a loro finiremo".

Gli uomini del comitato di sciopero che dall'alto della terrazza hanno seguito le manovre delle truppe cominciano ora a preoccuparsi, anche se appare loro impossibile che i soldati sparino sulla massa inerme, tanto indifesa che, per non prestare il fianco a nessuna provocazione, quando i minatori sono entrati in città, uomini fidati, scelti dal comitato, hanno loro sequestrato i bastoni a cui si erano appoggiati durante la marcia.

È a questo punto che Olea si toglie la camicia e rimane a dorso nudo, fa vedere in questo modo ai soldati che se c'è qualcuno con cui prendersela tocca agli uomini del comitato essere in prima linea ed essere ritenuti i colpevoli.

Gli uomini dell'O'Higgins nel frattempo si sono divisi in due reparti, "prima fila, ginocchio a terra", come dice il regolamento, e alle 15.45 in punto aprono il fuoco in due diverse direzioni.

Uno dei reparti "spazza" con una raffica la terrazza su cui sono rimasti gli uomini del comitato che cadono l'uno sull'altro, mentre l'altro reparto comincia a tirare contro l'ingresso principale della scuola. A questo punto comincia il ticchettio delle mitragliatrici, quelle col caricatore verticale, montate su ruote di legno, che tirano nel mucchio. La folla terrorizzata e urlante cerca di uscire dalla piazza ma vien ricacciata all'interno dai soldati con le baionette innestate, mentre le mitragliatrici continuarono a sparare. Da lì in avanti fu il macello. Quelli che non morirono nella piazza o all'interno della scuola vennero spinti lungo calle Barros Arano fino all'ippodromo.

Quanti furono i morti nella "mattanza" della "Escuela Santa Maria"? Per il generale Renard circa centoquaranta, almeno a dare retta al rapporto che ebbe a stilare per le autorità militari, ed ebbe la spudoratezza di scrivere anche che le truppe al suo comando avevano agito con umanità. Anche perché da dentro la scuola uscivano in continuazione grida di "Guerra allo stato e al capitale" ma "le forze militari non vacillarono" nell'adempiere al compito che era stato loro assegnato.

Compirono tanto bene il loro dovere che il governo di Santiago si felicitò pubblicamente con il generale Renard, con tutti gli ufficiali, i sottoufficiali e gli uomini della truppa.

Un sottufficiale del reggimento Carampague di morti ne contò 900 tra cui otto soldati falciati, questi, dalle raffiche dei loro commilitoni. Per i consoli delle delegazioni presenti a Iquique il macabro computo delle vittime ascese ad alcune migliaia. Tra i tre e i quattromila, almeno a dare retta alle loro testimonianze. Il console degli Stati Uniti informò il suo governo che: "La scena era indescrivibile. Sulla porta della scuola i cadaveri erano ammonticchiati e anche la piazza era ricoperta dai morti". Il console britannico mister Charles N. Clark affermò che "le mitragliatrici spararono per un minuto e mezzo lasciando sul selciato un numero di morti che risulta difficile da calcolare". Il corrispondente dell'Economist fece la cifra di cinquecento morti, anche se sottolineò che innumerevoli feriti morirono all'Hospital de Beneficenza, dove erano stati trasportati e furono rapidamente interrati in una fossa comune per evitare di essere conteggiati tra le vittime. Altri parlano di duemila morti.

Tanti caddero crivellati di colpi nella piazza che una foto mostra letteralmente inondata di sangue, con decine di cadaveri, stesi di schiena sul selciato. Tanti altri furono rinvenuti tra le mura della scuola, trasformata in un mattatoio, letteralmente sbriciolata dai proiettili delle mitragliatrici. Molti altri ancora morirono in seguito alle ferite riportate, stesi sui prati dell'Ippodromo, dove erano stati trasportati feriti o negli scontri armati che si accesero un po' in tutta quanta la città.

Molti degli uomini che avevano fatto parte del Comitato di Sciopero furono uccisi quel giorno. Non si sa che fine abbia fatto José Briggs che del comitato era il presidente. Si sparse la voce che anche Olea era stato ammazzato. In realtà, pur se gravemente ferito, questi riuscì a fuggire prima in Perù, poi in Ecuador dove morì nel 1911. Sembra schiantato dal dolore per quello che era successo a Iquique.

Le migliaia di sopravvissuti, circondati dai soldati con il proiettile in canna, vennero caricati a forza, terrorizzati e sanguinanti, sui pianali scoperti, usati di solito per trasportare il salnitro e riportati nelle miniere e negli impianti di trasformazione che avevano lasciato cinque giorni prima.

Alcuni di questi morirono durante il tragitto colpiti dalle "guardias blancas" e dai sorveglianti che spararono contro di loro, mentre la lunga teoria dei vagoni sfilava lentamente, diretta verso il deserto. Vennero anche sospese le pubblicazioni dei giornali operai affinché nessuno, ma proprio nessuno potesse raccontare quella storia. E il governo di Santiago spedì un reggimento di "Carabineros" e il reggimento "Arica" con il compito di custodire le miniere del "salitre" e di sorvegliare sulla pampaintera.

Ci vollero altri scioperi e altre morti, come quelli di San Gregorio nel 1921, di Marussia y Coruna nel 1925 perché gli operai del "salitre" ottenessero ciò che era stato chiesto ben diciotto anni prima.

Fino agli anni '40 le miniere del "salitre" erano tutte intensamente sfruttate poi poco a poco vennero dismesse, come dicono oggi i "tagliatori di teste" quando buttano per strada gli operai di una fabbrica.

L'ultima a chiudere fu quella della "Victoria" che serrò i battenti nel dicembre del 1979. Gli impianti dove lavoravano decine di migliaia di uomini sono stati recentemente definiti dall'Unesco "Patrimonio dell'Umanità". Malgrado siano state abbandonate da decenni, grazie al clima secco e asciutto del deserto, i capannoni, le baracche, gli impianti di trasformazione rimangono ancora intatti, una specie di muta testimonianza di quegli uomini e di quegli avvenimenti.

* * *

Santiago del Cile, 14 dicembre 1914 ore 10.15 del mattino

In quella fredda mattina di dicembre il generale Renard accellera il passo, tanto che gli uomini della sua scorta fanno fatica a tenergli dietro. È in ritardo e lui detesta i ritardi, come tutto ciò che in qualche modo può interferire con la routine ferrea che da buon ufficiale di carriera si è costruito in decenni di permanenza nell'esercito.

Quando imbocca calle Viel, all'altezza del "Parco Cousino", quello che poi diventerà il "Parque O'Higgins" mentre si dirige verso la "Fabrica de Cartuchos dell'Esercito", della quale è stato nominato direttore, un uomo si materializza alle sue spalle.

È un anarchico nato a Granada ed emigrato da tempo in America. Un uomo dai neri baffi a manubrio che si chiama Antonio Ramon Ramon, fratello minore di un altro anarchico che lavorava nell'officina salitrera della Jaspampa rimasto ucciso nella mattanza di Iquique.

L'uomo che pare uscito dal nulla s'avventa deciso con un coltello da cucina su Renard, una delle 5 pugnalate gli squarcia l'intestino, tanto che il generale perde il controllo degli sfinteri. Quando si volta per guardare chi fosse Ramon lo colpisce ancora strappando un orecchio all'ufficiale che crolla riverso sul davanzale di una finestra al pianterreno di un'abitazione.

A questo punto Ramon si porta alla bocca una fiala che contiene del veleno che ingoia subito, ma il veleno non fa alcun effetto.

Allora Ramon comincia a scappare verso il parco, inseguito dagli uomini della scorta che si sono ripresi dallo sbigottimento e dalla sorpresa. Lo raggiungono e lo prendono a "piattonate" sulla testa con le loro sciabole d'ordinanza fino a quando Ramon non cade a terra svenuto, con il viso coperto di sangue. Quello stesso giorno, mentre Ramon viene portato nell'infermeria del carcere, il generale Renard è sottoposto a un intervento chirurgico d'urgenza che gli salva la vita.

Ovviamente il comunicato dell'esercito, nel commentare l'accaduto, parlò di "una mano criminale" che era stata "armata dalla velenosa campagna di propaganda anarchica" tacendo opportunamente sui motivi che avevano portato Ramon a cercare di ammazzare l'ufficiale, perché quello che era successo a Iquique andava nascosto in attesa di essere sepolto dalla polvere del tempo.

In favore di Ramon si pronunciarono tra i tanti altri Kropoktin e Rocher, ma soprattutto, gli operai cileni che scioperarono per chiedere la sua liberazione lo definirono come "l'Angelo Vendicatore" e il suo nome, assieme a quello di Simon Radowitzy e di tanti altri, fu inscritto d'autorità nel pantheon dei "santi acratas".

Non si sa quando Antonio Ramon Ramon morì. Pare, il condizionale è d'obbligo, nel 1924. Si disse che morì in carcere di morte naturale, c'è chi sostiene che in carcere egli si suicidò. Ci fu anche chi affermò con decisione di averlo visto nelle vie di Granada, la sua città natale, dicendo che l'anarchico sarebbe stato scarcerato di nascosto dalle autorità cilene a patto che lasciasse immediatamente il paese. Dicerie? Fantasticherie? Chi può dirlo.

Del resto anche quando fu ucciso il "Quico" la polizia convocò suo padre alla morgue del "Clinico" di Barcellona dove Sabaté era stato portato. Il vecchio si chinò sul tavolo di marmo su cui il cadavere era stato adagiato e guardò con attenzione, da pochi centimetri di distanza, il viso del cadavere che era stato "sconciato" dai proiettili. Poi si raddrizzò, disse semplicemente "Non è lui" e si diresse verso l'uscita. Del resto lo sanno tutti che è destino certo degli eroi proletari quello di non morire mai.

Il generale Renard morì con certezza il 7 giugno dell'anno 1920 in seguito alle ferite riportate sei anni prima. A lui fu intitolato il reggimento di Artiglieria N° 3 di Concepcion, il nome del reparto è stato cambiato soltanto tre anni or sono, quando ricorrevano i cento anni del macello della scuola di "Santa Maria". Durante il golpe del generale Pinochet la caserma del reggimento fu utilizzata come centro di detenzione e di tortura dei tanti compagni cileni che sparirono nel nulla.

Oggi, nel luogo dove Ramon sparò al generale, è stato alzato un monolito che lo ricorda e nel 2007 è stato trasmesso dalla tv cilena un documentario: "La Venganza de Ramon Ramon", ispirato all'attentato dell'anarchico, mentre da parte sua il collettivo teatrale "Teatro del Oraculo" ha messo in scena uno spettacolo ispirato all'Angelo Vendicatore dal titolo: "La matanza de la Escuela Santa Maria de Iquique". Già nel 1969 era uscita, divisa in diciotto parti, una "Cantata Santa Maria de Iquique" di Luis Advis, mentre Herna Rivera Letellier aveva scritto una novella dal titolo "Santa Maria de las flores negras'.

E sempre a Iquique è stato eretto un piccolo e brutto monumento di bronzo in stile realismo socialista che ritrae alcuni dei "salitreros" a dorso nudo che lì furono ammazzati. In rete è anche possibile vedere un video di otto minuti dal titolo "La Matanza della Escuela Santa Maria de Iquique" e si può ascoltare un "Lamento Mapuche" cantato da Violeta Parra, che come opportunamente sottolinea un commento scritto: "più che cantato con la bocca, sembra interpretato con l'anima".

La Scuola Santa Maria di Iquique in tutti questi anni è completamente cambiata. Oggi è infatti tutta costruita in cemento e in cristallo, simile, anzi uguale agli istituti omnicomprensivi che sono identici tra di loro in tutte le parti del mondo e appaiono progettati e realizzati da una mente malata, che realizza scuole seguendo in pratica gli standard dell'edilizia concentrazionaria. Nel 2007, a un secolo esatto dal massacro che lì si svolse, la scuola è stata ancora occupata dagli operai in sciopero. Tra i tanti striscioni appesi al grande cancello in metallo dell'ingresso principale ne campeggia uno con la scritta "En Torna". "Siamo tornati".

Quilapayun Cantata de Santa Maria: parte I, parte II, parte III.

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