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La semana tragica di Buenos Aires

semana_tragicaL'Argentina alla fine dell'Ottocento è considerata il granaio del mondo e anche la massima fornitrice di carne della quale hanno un disperato bisogno i paesi industrializzati, tutti protesi nella loro corsa alla conquista dei mercati mondiali e delle colonie. Ma a essa è preclusa qualsiasi scelta autonoma in tema di politica economica. Infatti carne e grano è tutto quello che può produrre, non altro. Cosa e soprattutto quanto produrre sono scelte che non spettano a Buenos Aires, questo è un affare riservato alla City di Londra e alla borsa di New York.

Questo è il ruolo che le è stato riservato dagli USA e dall'Inghilterra, ruolo che ha fin da subito trovato una entusiastica accoglienza presso l'oligarchia criolla che ha intuito che per essa ci saranno guadagni fantastici.

Ma per poter adempiere al ruolo che le è stato assegnato, quel grandissimo e bellissimo paese, dev'essere modernizzato in poco tempo. Vanno costruite dunque, a ritmo accelerato, strade ferrate, linee telegrafiche e le industrie di trasformazione di quei prodotti dei quali il paese è ricco.

L'oligarchia, questo è il calcolo, ci metterà la terra della quale si è impadronita dopo aver massacrato gli indios Araucani. Il capitale indispensabile per realizzare linee ferroviarie lunghe migliaia di chilometri, mattatoi organizzati come quelli di Milwaukee, arriverà direttamente dalle banche anglosassoni che, nei fatti, diventeranno così il vero padrone dell'Argentina.

In pratica la borghesia argentina svenderà il proprio paese, che sempre enfaticamente dirà tanto di amare, e accetterà che il prezzo del frumento e della carne venga fissato alla borsa del grano di Chicago.

L'oligarchia argentina per reperire quei capitali che le abbisognano si dà tuttavia una ricetta semplice: basta non concedere alcun aumento salariale a un proletariato miserabile e cencioso che per tutti quegli anni è stato il vero motore  dello sviluppo dell'Argentina.

Infatti quel paese che alla metà dell'Ottocento conta appena due milioni di abitanti ha bisogno di braccia. Tanto che in poco più di cinquant’anni sono emigrati legalmente in Argentina 6.300.000 tra uomini e donne, in massima parte italiani e spagnoli.

Arrivavano a ondate, inarrestabili come un fiume in piena. Contadini per lo più, già rovinati dallo sviluppo economico che era impetuosamente iniziato in Europa a partire dal 1870, appena dopo la fine della guerra franco-prussiana, quando si era affermata quell'idea che la terra non dovesse più produrre cibo per tutti ma guadagni per pochi. E in quel processo di espulsione dalle terre che avevano lavorato per generazioni erano stati accomunati "vigneros" francesi, zappaterra andalusi, cafoni siciliani e anche i contadini delle sabbiose terre dell'Assia.

Arrivavano a Buenos Aires e quasi sempre si accalcavano nelle baracche del quartiere della Boca, dipinte coi colori vivaci usati per verniciare le carene dei piroscafi, e nei pulciosi "conventillos" che pullulavano allora in tutta quanta la città.

I "conventillos" sono abitazioni di un centinaio di stanze ognuno, grandi come le celle dei monaci e come queste prive di finestre, in cortile un gabinetto per almeno un centinaio di persone.

I primi erano sorti nel 1871, in seguito ospiteranno i soldati che di ritorno dalla guerra del "Chaco" avevano portato indietro oltre alle ferite la febbre gialla. La borghesia, che viveva nei quartieri di San Telmo e Monterat, si era trasferita, per evitare ogni contagio, nel più salubre quartiere della  Recoleta e aveva affittato a caro prezzo alla municipalità di Buenos Aires le sue antiche case per farne dei lazzaretti.

I conventillos, costruiti con materiale di scarto, gelidi d’inverno e torridi d’estate, sorgono a migliaia un po’ in tutta la città. Concentrati soprattutto nel Barrio de Las Ranas, a Rosario, La Plata e Bahia Blanca, abitati da non meno di cinquecento persone ognuno, ospitano, si fa per dire, nel 1919, almeno centomila persone.

Gli immigrati, nei conventillos dove andavano ad abitare, incontravano i piccoli proprietari terrieri argentini rovinati da un raccolto andato male, o i piccoli allevatori che erano stati costretti a inurbarsi, distrutti dagli allevamenti degli "hacenderos" dove pascolavano mandrie di migliaia di capi ognuna.

Nel 1907 gli inquilini di un conventillo, appoggiati dalla FORA e organizzati da Miguel Pepe, un ragazzo di appena quindici anni, si sono rifiutati di pagare la pigione per quei miserabili appartamenti dove vivono fitti come mosche, che appartengono in massima parte a quegli stessi padroni delle fabbriche dove vengono sfruttati ogni giorno brutalmente, senza infingimento alcuno.

Un corteo di donne armate di scope è uscito per strada gridando: "spaziamo con le scope l'ingiustizia di questo mondo", e hanno fatto il giro di tutta la città. Il loro esempio è stato seguito da almeno centomila persone che per un anno intero si sono rifiutate di pagare l'affitto.

Gli operai spendevano praticamente tutto quello che guadagnavano per mantenere, appena sopra la soglia di povertà, le loro mogli già sfiancate a trent'anni, e i tanti figli che nascevano, almeno quelli che sopravvivevano al parto e alle malattie. Erano schiene forti e giovani disposte a lavorare dall'alba al tramonto per una paga miserabile.

Ma gli oligarchi "cercavano braccia, e arrivarono uomini". Perché tra quei cafoni spesso analfabeti non erano pochi quelli che in Europa già avevano conosciute le idee del socialismo e dell'anarchia. E arrivati a Buenos Aires trovavano la Federación Obrera Regional Argentina che a partire dal 25 maggio del 1901, quando era stata fondata in una sala della città da cinquanta delegati in rappresentanza di trentacinque società operaie, aveva subito ricevuto l’investitura di "bestia nera" da parte dei ceti dominanti di tutto il paese. Un sindacato che aveva fatto della solidarietà di classe, dell'internazionalismo, dell'azione diretta e dello sciopero generale rivoluzionario l'asse portante del suo agire quotidiano e che aveva fin da subito manifestato un'enorme combattività.

Tanto che il 1° maggio del 1909 la polizia decise di farla finita una volta per tutte con quell'organizzazione che indice uno sciopero al giorno. Così ha attaccato il corteo del sindacato e non quello dei socialisti, e in quell'occasione sono stati contati dodici morti.

Nel 1910 la FORA ha organizzato lo sciopero del centenario, quando settantamila operai hanno costretto la borghesia porteña a festeggiare la nascita dello stato argentino protetta dall'esercito che ha dichiaralo la legge marziale.

Ma la FORA riesce a resistere anche sotto i colpi più duri, tanto che nel 1919 conta 120.000 iscritti, 530 sindacati e una fitta rete di militanti che sono attivi in tutta quanta la città. Può anche contare su un reticolo di case del popolo dove si organizzano presentazioni di libri, conferenze e rappresentazioni teatrali. Inoltre edita "La Protesta", un quotidiano che tira 60.000 copie al giorno e che viene venduto per strada da torme di ragazzini e su cui scrivono alcuni tra i più conosciuti e stimati intellettuali del movimento anarchico, come Diego Abad de Santillán che fa la spola tra la Spagna e l'Argentina.

Nel 1918 e nel 1919 sempre la FORA ha indetto i primi scioperi tra i forestali di Santa Fe e del Chaco, e poi tra i piantatori dell'erba mate di Corrientes e Misiones, scioperi che hanno suscitato una profonda impressione in tutta quanta l’Argentina. E ora si prepara a lanciare una serie di agitazioni in tutto il paese per ottenere finalmente la tanto agognata giornata lavorativa di otto ore.

Inoltre la classe operaia argentina, come del resto quella di tutti i paesi del mondo, è galvanizzata dalle notizie che arrivano dai quattro angoli del pianeta.

Nel Messico la rivoluzione dei campesinos, diretti da Francisco Pancho Villa e da Emiliano Zapata, ha permesso l'esproprio degli immensi latifondi della canna da zucchero che avevano divorato per anni le comunità indie dello stato del Morelos, sia pure al prezzo spaventoso di 900.000 morti. A Monaco gli insorti hanno cacciato quel re da operetta di Strauss che è Ludwig III e dalla Russia arriva la notizia che i "soviet" dei contadini, degli operai e dei soldati stanno costruendo una società di tutti liberi ed eguali. Portati dai marinai che arrivano sui mercantili che risalgono La Plata giungono inoltre le notizie che in Italia gli operai hanno occupato le fabbriche delle grandi città del nord del paese e anche in Germania i portuali di Amburgo stanno costituendo quei "Räte" che di lì a poco daranno vita all'esperienza della Repubblica dei Consigli della Bassa Baviera e addirittura nel porto di Seattle gli scaricatori si sono rifiutati di caricare un mercantile che dovrebbe portare rifornimenti alle truppe dei generali zaristi. Le notizie che arrivano entusiasmano gli operai e nel contempo spaventano e preoccupano la borghesia rioplatense, che ha ormai scoperto di avere di fronte un proletariato combattivo che gli anarchici e i sindacalisti rivoluzionari hanno ormai organizzato in quel sindacato che non accetta compromesso alcuno e che ha fatto dell'azione diretta l'asse portante del suo modo stesso di esistere. In questo, sia pure indirettamente, la FORA è aiutata dal fatto che nella società argentina manca qualsiasi garanzia costituzionale e non esiste la minima regolamentazione dei rapporti tra capitale e lavoro. Tutto è deciso dai puri rapporti di forza che i contendenti sanno mettere in campo. Inoltre la buona società bonaerense ha un profondo disprezzo per quelle "cabecitas negras", così vengono definiti gli operai che lavorano nelle gigantesche fabbriche dove si inscatola la carne o nelle tante fabbriche tessili. E come non bastasse essi vengono comicamente definiti "stranieri" da chi il più delle volte è arrivato in città soltanto una generazione prima di loro.

Come tutte le società "chiuse" la borghesia e gli alti gradi dell'esercito e della burocrazia praticano i riti esclusivi che prevedono la pratica del polo, le lunghe permanenze al Jockey Club, la carriera delle armi, specie nella marina da guerra, i lenti e noiosi studi in pochi e selezionati collegi retti da religiosi, là dove si alleva la futura classe dirigente del paese.

Inoltre oligarchi, ufficiali, prelati e borghesi, hanno elaborato la teoria consolatoria del "nemico interno" che qui riveste le sembianze degli stranieri miserabili, meglio se italiani, spagnoli o provenienti dai paesi dell'Europa dell'Est. Quegli uomini irriconoscenti che s'approfittano della bontà e della generosità della terra che così maternamente li ha accolti e in cambio di tanta generosità propagandano idee di sovversione e di morte.

È in questo clima ribollente che nel caldo e afoso gennaio del 1919 gli operai della "Vasena", il cui nome completo è "Talleres Metalúrgicos Pedro Vasena e Hijos Ltda", si mettono in sciopero.

La Vasena, con i suoi 2500 operai, è una delle più grandi fabbriche del paese. Sorge nel popolare Barrio di San Cristobal, tra le vie Cochabamba e La Rioja, dove oggi c’è plaza Martin Fierro, e ha i depositi in calle Pepirì e Santo Domingo al Parco Patricios vicino al Nuevo Pompeya. Gli operai sono in sciopero dal 2 dicembre, da quando hanno presentato una serie di richieste che prevedono la riduzione delle ore lavorative che vanno portate da sessantasei a quarantotto a settimana, il riposo domenicale, aumenti di stipendio del 40% e il pagamento degli straordinari. Inoltre chiedono anche il licenziamento degli "spioni" che ha sul libro paga l’azienda, la quale ha messo in piedi un efficiente servizio informazioni che controlla tutti i dipendenti e anche le loro famiglie. Pedro Vasena, che della Vasena è il proprietario, ha ricevuto la delegazione degli operai della sua fabbrica e ha detto chiaro e tondo che lui si rifiuta di prendere in considerazione anche uno solo di quei punti che ha bollato come frutto di una vera e propria "insolecia obrera", anche se sa benissimo che uno sciopero lo danneggerebbe non poco perché ha delle importanti commesse da esaudire.

Nel suo rifiuto è stato subito sostenuto da tutta la borghesia cittadina, la quale teme che le richieste degli operai della Vasena vengano fatte proprie dagli operai che lavorano nelle fabbriche di tutta quanta la città. Così i borghesi hanno immediatamente offerto il loro aiuto, organizzando e pagando squadre di crumiri e di picchiatori che, in nome della libertà di lavoro, provenienti dalla sede dell’Asociación del Trabajo il 7 gennaio e scortati dalla polizia, marciano sui cancelli della fabbrica presidiata dagli operai. Altri crumiri già sono al lavoro, protetti dalla polizia nella parte dello stabilimento che è all’intersezione tra Avenida Arancio Alcorta e Calle Pepirì. Qui un gruppo di scioperanti con mogli e figli cercano di fermarli. Prima i crumiri vengono insultati a gran voce, poi contro di loro cominciano a volare pietre e pezzi di legno.

I poliziotti, che stranamente sono armati con fucili a ripetizione, cominciano subito a sparare, sparano anche i "matones" che scortano i crumiri mentre questi cercano di sfondare i picchetti che si sono formati davanti ai cancelli. Il giorno dopo verranno raccolti sul selciato della strada circa duemila bossoli che sono stati esplosi in tre ore di scontri. Quattro sono i morti e una trentina i feriti tra gli operai. Nessuno risulta colpito tra i poliziotti.

Appena arriva la notizia di quello che è successo alla Vasena i metallurgici e la "Società di Resistenza Metallurgici" si mettono subito in sciopero. Poi tocca ai marittimi e ai ferrovieri che sono già in sciopero per conto loro, poi ai postali. Poi tutti quanti assieme. La FORA da parte sua dichiara uno sciopero generale a tempo indeterminato. Il capo della polizia Elpidio Gonzalez, che si è presentato davanti ai cancelli della fabbrica per dirigere la repressione, è costretto a una fuga umiliante su un taxi mentre la sua automobile di servizio viene data alle fiamme.

L'otto gennaio un deputato socialista, Nicolas Repetto, interviene in parlamento per chiedere a Hipolito Yrigoyen, presidente del consiglio, colui che tutti chiamano "Il Peludo", il vegliardo che non usa mai il telefono, delle delucidazioni su quello che è successo il giorno prima. Poi porta tutta la solidarietà del partito socialista argentino e la sua personale ai familiari degli operai che sono stati ammazzati. E per i socialisti tutto finisce lì.

Ma nelle strade le cose vanno diversamente. Si tagliano i cavi dell'elettricità e quelli dei tram, la Vasena è circondata da barricate che sono sorte in calle San Juan, Cochabamba, Oruro, Urquiza e La Rija. Gli scioperanti si lanciano nelle vie e bloccano porti e quartieri, le panetterie e le rotative delle tipografie. Solo "La Protesta" il giorno dopo venne venduta per strada.

Il giorno nove si apre in un'atmosfera plumbea e convulsa. Quella mattina in migliaia hanno deciso di partecipare ai funerali dei quattro operai della Vasena che sono stati ammazzati. Le famiglie e gli amici hanno voluto che i quattro venissero sepolti tutti quanti assieme. Il corteo funebre, che parte dal Nueva Pompeya, era diretto alla "Chacarita". Un corteo lunghissimo e nero che pare non dovere mai finire.

Pochi i mazzi di fiori, su tutto domina un silenzio sepolcrale, profondo, minaccioso. Subito dietro le bandiere della FORA, appena davanti alle quattro povere bare fatte di tavole di pino giovane, in cui sono state composte le salme dei quattro operai ammazzati, si sono posizionati  un centinaio di operai che si sono investiti della "autodefensa obrera".

Sono tutti armati di pistole e di carabine. Vestono come gli altri, con la giacchetta nera, perché ci si mette il vestito buono, quello della domenica,  per accompagnare al cimitero un compagno ucciso.

Lungo il percorso che compie il funerale altri si armano. Vengono infatti saccheggiate tutte le armerie che il corteo funebre incontra nel suo percorso. La prima di cui viene sfondata la saracinesca è quella che si apre al 3900 di via Juan Picasso.

Il corteo funebre per arrivare al cimitero ci mise alcune ore di un lento procedere minaccioso, in una città che già a mezzogiorno risulta essere completamente paralizzata.

In tanti non riuscirono a oltrepassare i cancelli della Chacarita, mentre i compagni del servizio d'ordine si disposero a ventaglio davanti all'ingresso principale per difendere i partecipanti al rito funebre.
Alle cinque del pomeriggio, mentre stava parlando un anarchico, all'improvviso, da dietro un muro, la polizia cominciò a sparare, e in tanti risposero al fuoco. La gente che usciva dal cimitero cominciò ad aggredire per strada tutti i poliziotti che incontrava. Decine di scontri a fuoco si accesero in tutta Buenos Aires. Furono colpiti anche alcuni treni mentre stavano entrando nelle stazioni della città. Si spara alla stazione Roca, dai tetti a pagoda e i frontoni in stile ionico, e alla stazione Belgrano, si attacca l'Asociación Nacional del Trabayo.

I tram vengono rovesciati a forza di braccia, messi di traverso in mezzo alle strade perfettamente geometriche che si incontrano sempre con un angolo di novanta gradi, per evitare il tiro diretto da parte della polizia. Poi vengono attaccati praticamente tutti i commissariati di polizia, mentre gli operai che si sono barricati dentro alla Vasena vengono attaccati dalla polizia a raffiche di mitra e a colpi di Mauser. Alle diciannove di quello stesso giorno entra in ballo il generale Luis Dellepiane che comanda un reggimento di fanteria. Prima di uscire dalla caserma ha dichiarato ai giornalisti "embedded" lì convocati che "ci sarà una carneficina che si ricorderà per i prossimi cinquanta anni".

Durante la notte divampano nuovi scontri un po’ in tutta la città che fanno almeno cinquanta morti, almeno a dar retta ai rapporti di polizia. Per la FORA invece gli operai ammazzati sono più di cento. Il 10 Buenos Aires è del tutto paralizzata, tanto che comincia anche a scarseggiare il pane.

Dove sorge il palazzo presidenziale della Casa Rosada l'esercito ha posizionato nidi di mitragliatrici, mentre più di trentamila soldati irrompono nei quartieri operai, perquisiscono le abitazioni e arrestano  migliaia di "sospetti". In pratica chi vogliono loro.

Si spara su tutte le automobili della polizia che si avventurano per strada. Colpi di rivoltella e di carabina vengono esplosi da dietro i tram. Alla fine di quella giornata si conteranno almeno altri cinquanta morti.

È a questo punto che arriva la Liga Patriotica. La Liga è una vera e propria formazione paramilitare formata da "ninos bien" e dai "mas destacados", membri della società argentina come l'ammiraglio Eduardo O' Connor e soprattutto da Manuel Domecq García, professore del collegio militare e della Scuola Superiore di Guerra che della Liga è il capo riconosciuto.  Eletto parlamentare l'anno prima per le province di Salta e San Juan si è presentato in parlamento con quella che è stata una vera e propria dichiarazione di guerra: "Se ci sono stranieri che abusano della generosità della nostra patria, ci sono cabaleros-patriota capaci di donare la loro vita in sacrificio contro la barbarie per salvare la civiltà". Della loro civiltà non possono fare parte ovviamente anarchici, socialisti in genere e soprattutto gli ebrei che hanno compiuto l'imperdonabile peccato di versare il sangue di nostro signore Gesù Cristo.

I "leghisti" per le loro azioni partono dalla "confiteria Paris", o dal Centro Naval, portano bracciali patriottici e armi automatiche provenienti dai depositi dell'esercito. Hanno a loro disposizione per gli spostamenti  numerosi taxi, generosamente pagati dagli industriali della città.

Prima la Liga ha cercato di attaccare gli operai armati, ma ha subito desistito, quando si è resa conto di trovarsi davanti a degli uomini decisi e armati che si muovono come pesci nell'acqua rappresentata dai loro quartieri. I militanti della Liga si sono limitati così a distruggere le rotative incustodite della Protesta, poi hanno attaccato l'"Once", il quartiere che tutti in città conoscono come il "barrio Judio".

E’ questo un quartiere abitato quasi esclusivamente da immigrati russi, ebrei, polacchi e tedeschi, così è cominciata quella "caza del ruso" che farà più di settecento morti e più di quattromila feriti. Vengono bruciate le sinagoghe e le biblioteche Avangarde e Padre Sion. I bambini e le donne vengono trascinate in strada per i capelli, le vecchie vengono percosse col calcio dei fucili. I pochi giovani trovati all'interno delle loro abitazioni vengono finiti sul posto, in quello che fu un pogrom selvaggio e brutale che durò due giorni. Elpidio Gonzalez, il capo della polizia che dopo alcuni giorni ha trovato il coraggio di uscire di nuovo per strada li incoraggia:

"Un piccolo sforzo ancora e avremo finito dando una severa lezione agli elementi disgregatori della nazione argentina", tra questi ha probabilmente inserito tutte quelle donne terrorizzate e urlanti che gli "hidalgos caballeros" stanno stuprando.

Finalmente, in una Buenos Aires spettrale, la Vasena cede e accorda tutto ciò che gli operai hanno richiesto a eccezione degli aumenti salariali che vengono concessi in ragione del venti per cento. Vengono anche liberati i cinquemila operai compresi i dirigenti della FORA che sono stati arrestati ma, per alcuni giorni, si contano ancora disordini nella città che si esauriscono soltanto per autoconsunzione.

La calma tornerà definitivamente soltanto il giorno sedici. C'è una foto che mostra cosa fu la "Semana Tragica" per la città di Buenos Aires. Un nutrito gruppo di spazzini, appena gli scontri terminarono, fu spedito a rimuovere le tante barricate e a cancellare con l'aiuto delle manichette le innumerevoli macchie di sangue che si erano rapprese sul selciato della strada.

Nei locali esclusivi che facevano parte del rito porteño dell'autocelebrazione dell'oligarchia, il giorno diciassette del mese di gennaio dell'anno 1919, si indisse una sottoscrizione "Pro Defensores del Orden", sottoscrizione che in poche ore raggiunse la strabiliante cifra di ventimila peseta.

Versarono il loro obolo proprio tutti: da Horacio Sanchez, al Jockey Club, che diede cinquemila peseta, cinquemila arrivarono dai padroni dei "Frigoriferi Swif" e da quelli dei "Frigoriferi Armour", e quelli furono soltanto i primi sottoscrittori. C'erano infatti tutte le famiglie più in vista della città su quel foglio, con cui si spiegava che la colletta era indetta per i "difensori della famiglia e dei buoni costumi". Molto probabilmente qualche peseta toccò anche a chi aveva pugnalato a morte Paulina Viviani, una ragazzina di appena tredici anni.

Ovviamente alle famiglie degli operai non toccò neanche una peseta. Secondo le stime più prudenziali i morti tra le fila degli operai e tra le loro famiglie furono più di mille. Non si sa quanti furono i morti tra i poliziotti, i soldati, gli uomini della "Liga" e i "matones" dell'"Asociación del Trabayo".

Info: http://ita.anarchopedia.org

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