chicago86

Crisi e rivendicazioni proletarie

Contro la "difesa del posto di lavoro"

Premessa

Non molto tempo addietro, in una puntata della trasmissione televisiva "anno zero", è apparso un servizio con l'intento di dimostrare che la crisi era ben più grave di quanto il governo non ammettesse, facendo sponda all'unica posizione possibile per il PD all'opposizione. Il servizio illustrava la crisi di un azienda collaterale a quella della "Bertone" che produce auto e che recentemente è stata oggetto di un'offerta d'acquisto anche dalla FIAT. Non ricordo il nome di questa azienda ma in sostanza questa era entrata in crisi per mancanza di liquidità, di credito, almeno questo sosteneva il servizio al pari degli operai intervistati. In questa "lotta" per la "difesa del posto di lavoro" condotta dal consiglio di fabbrica, il peana fu raggiunto con una manifestazione di protesta delle maestranze davanti alla sede dell'istituto di credito affinché concedesse all'azienda il credito richiesto.

Se qualcuno pensa che la crisi sia di per sé un vantaggio costringendo gli operai a muoversi, si sbaglia di grosso. Il servizio ricordato lo testimonia, come lo testimoniano tutte le "occupazioni" che hanno salvato aziende solo per permettere ai salvatori di accaparrarsi gli aiuti, con tanti saluti alle aziende ed al famigerato "posto di lavoro". Persino quelle salvate effettivamente lo sono state, quando lo sono state, solo a prezzo contrattato della perdita di numerosi "posti di lavoro", per non parlare delle condizioni di lavoro di cui la retribuzione non è certo un elemento accessorio. Se qualcuno pensa che il fatto che gli operai, essendo costretti a muoversi, vadano necessariamente nella direzione giusta sbaglia altrettanto. La direzione, ossia la natura delle rivendicazioni con cui sono costretti a muoversi è questione fondamentale su cui dobbiamo, come comunisti riuscire ad ingaggiare una battaglia politica scindendo da ogni movimentismo codista le nostre responsabilità, denunciando le loro.

Troppo comodo avvicinare disoccupati o potenzialmente tali per dare loro ragione: tutto tornerà come prima, uniti vinceremo la "battaglia" per il posto di lavoro. Falso. Non è vero. Non è la verità ed il primo compito di ogni comunista è di combattere, sia pure nei dovuti modi, anche pedagogicamente, le illusioni nel movimento operaio non di coltivarle (essendo il suddetto movimentismo incapace di seminare alcunché), come implicito in ogni appoggio alla "difesa del posto di lavoro", propagandata non solo dai movimentisti in senso stretto, ma anche da organizzatori di partiti il cui unico scopo è coltivare (ancora!!) pregiudizi politici il cui fallimento è universale ed identificato nelle loro caratterizzazioni stesse richiamantesi, indegnamente, a Trotzky e/o a Lenin, ma anche e nientemeno che a Stalin o Mao.

2. L'illusione della "difesa del posto di lavoro"

Innanzi tutto perché non è vero che unisca. Il primo macroscopico effetto della "difesa del posto di lavoro" è quello di dividere chi lo ha perso o lo rischia, da chi non l'ha (ancora) perso o non lo rischia (ancora).

Non è forse vero?
Non è forse vero che l'unica forza di una qualsiasi azienda in crisi sia sopratutto fuori da quell'azienda le cui sorti non fanno che mostrare la fine che potrebbero fare le altre?
Non è forse vero che il proprietario di quell'azienda sarà probabilmente il miglior tifoso della "difesa del posto di lavoro", di cui è e resterà, in caso di successo, proprietario?

Non è forse vero che deputati e senatori del relativo collegio, affiancati da sindaci, presidenti di provincia, di regione e consiglieri di ogni risma, assicureranno tutto l'appoggio possibile ai lavoratori ingraziandosi sopratutto il signor capitalista, conservandogli la proprietà od assicurandogli un compratore, spesso uno speculatore che in cambio di aiuti diluirà nel tempo l'inesorabile fine dell'azienda stessa?

Dunque la cosiddetta "difesa del lavoro", non solo divide i lavoratori ma unifica le controparti, il cui accordo è finito e finirà così troppo spesso per essere pagato proprio dai lavoratori, ma, sopratutto, mistificando in concreto il semplicissimo fatto che non è il "posto di lavoro" ad essere redditizio per il lavoratore, ma il suo lavoro a rendere redditizio quel posto.

E' così che una rivendicazione che, quando non era in corso effettivo una crisi, produceva danni limitati rischia ora di produrne di estesi. Innanzi tutto perché il coinvolgimento di tutta la classe, prima semplicemente impensabile, è ora possibile, sopratutto più comprensibile, anche ai lavoratori occupati. Inoltre perché lo Stato si è messo a garantire a borghesi di ogni fatta, magari fabbricandoli, soldi con cui produrre aiuti.

Pur restando su di un terreno necessariamente sindacale, dovendo ricollegarsi alla classe stessa, la questione è dunque politica, sia pure di una politica destinata a vincere o perdere sul piano sindacale. Il fatto stesso che con queste righe si sia costretti ad illustrare, come mosche bianche, cose apparentemente lapalissiane dimostra quanto noi, come comunisti, siamo indietro rispetto ai compiti che ci competono, e come lo sia la classe rispetto alla dignità ed alla forza che come tale le compete.

Come comunisti non siamo in grado, ancora, di opporci ad una tale deriva nella classe. Non ne abbiamo la forza, possiamo e dobbiamo però ricostruirla denunciando la miopia e la ristrettezza di rivendicazioni come quelle della "difesa del posto di lavoro" e, su questo terreno, ricostruire un lavoro comune, concreto, di ricostruzione di una forza comunista. Non esistono scorciatoie. Il movimentismo, in qualunque veste, può anche illuministicamente campare di denunce, i comunisti no, ed anche se ridotti a queste, devono usarle nell'unico modo possibile, per discriminare chi sta da una parte o dall'altra della barricata di classe, nella classe. Ossia rifiutando la patente, per dir così, di comunista a chi si considera tale solo per avere aderito, a suo dire, a questo o a quel filone ideologico.

Come comunisti e lavoratori invece, dobbiamo essere tolleranti e pedagogici nei confronti di quei lavoratori che si opponessero ai licenziamenti con l'ideologia che hanno per demistificarla concretamente affinché facciano propria, diffondendola, una effettiva difesa di classe, dunque compatibile con la concezione comunista.

Un'altra conseguenza della "difesa del posto di lavoro" è la chimera delle nazionalizzazioni, del posto di lavoro difeso dallo Stato.

2. Contro le "nazionalizzazioni"

Alcuni raggruppamenti a carattere politico, ossia che si considerano "partiti", rivendicano le "nazionalizzazioni" di azienda e fabbriche per difendere il "posto di lavoro" degli operai licenziati.

Sarebbe un errore pensare che ciò avvenga perché è insorta la crisi. Tali raggruppamenti, generalmente trotzkisti in qualsiasi corrente si presentino, hanno sempre rivendicato una qualche nazionalizzazione fondamentalmente confondendo "nazionalizzazione" con "socializzazione".

Sino a qualche tempo addietro, a crisi non conclamata, rivendicavano la nazionalizzazione di fabbriche e aziende che, pur facendo utili, licenziavano. Fabbriche e aziende che, evidentemente, ristrutturavano la loro produzione spostando investimenti dalla mano d'opera ai mezzi di produzione, incrementando la propria produttività, socializzando ulteriormente la loro produzione.

In questo caso la rivendicazione della nazionalizzazione non poteva, né ha avuto alcuna prospettiva concreta ma veniva avanzata a solo scopo propagandistico ossia sempre senza alcun risultato. In un certo senso però rappresentavano bene l'isolamento dei rivendicanti e, per la verità, anche l'impossibilità loro di arrecare, in qualche modo, danno alla classe operaia.

Con la crisi questa impossibilità è però venuta meno. La necessità di conservare una fonte di guadagno per i lavoratori, unita alla precarietà della propria occupazione, può anche illudere una parte dei lavoratori a subire questo tipo di "difesa", supportati anche da partiti statalisti di peso ben superiore ai rivendicanti in questione.

In astratto, la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori, con cui la rivendicazione trotzkista tenta di distinguersi dallo statalismo, parrebbe una geniale idea con la quale coniugare gli interessi immediati del lavoratore con quelli storici, unificando gli strati meno coscienti con quelli di avanguardia. Ma non è così.

Diamo pure per buona l'idea che "il controllo dei lavoratori" coincida con la rivendicazione, magari svilita in "governo dei lavoratori", del socialismo. Diamola per buona nonostante questa lasci a sua volta spazio a manovre e interpretazioni più o meno compromissorie del socialismo stesso.

Diamola per buona e supponiamo che, prossimamente, la Fiat si proponga di chiudere Termini Imerese. Non è utopia pensare che gli operai di Termini, senza via d'uscita, si aggrappino alla "nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori" come all'ultima via d'uscita. Ma non è neanche utopia pensare che, per gli scioperi, manifestazioni e le ripercussioni sociali che tale chiusura potrebbe avere in Sicilia, il governo italiano decida d'intervenire. Come?

  1. In primo luogo finanziando la Fiat affinché, non sostenendone i costi, tenga aperto lo stabilimento. Avendo conservato il proprio posto di lavoro come si può pensare che gli operai, quelli meno coscienti, e gli alleati statalisti, proseguano la loro protesta? Che seguano la presunta avanguardia? In nessun modo. Col bel risultato che avrebbero solo spinto il governo, pro domo Fiat, a tenere in piedi uno stabilimento che, superata la crisi, rimarrà in mani Fiat in barba ad ogni autonomia del movimento operaio, reso utile idiota della Fiat stessa. La lotta per la "nazionalizzazione" naturalmente dovrebbe e/o potrebbe anche proseguire ma non senza mettere a rischio il posto di lavoro conservato, e non tutti gli operai la sosterrebbero vanificandone efficacia e presunto collegamento con la mal simulata idea del socialismo. Ma noi vogliamo insistere nel dar per buona questa idea bislacca della nazionalizzazione. Dunque ammettiamo anche che gli operai, i soliti coscienti solitamente in minoranza, siano convinti che non sia importante tenere in attività lo stabilimento quanto che sia nazionalizzato, con ciò cadiamo nella seconda possibilità.

  2. In secondo luogo il governo può nazionalizzare lo stabilimento per sostenere l'occupazione e per soddisfare le lotte dei lavoratori, e ad esempio perché alla Fiat i soldi governativi non bastano o per semplici ragioni di contrasto politico (magari statalista) col governo. Anche in questo secondo luogo fine della rivendicazione, fine della lotta: finalmente abbiamo conservato il posto di lavoro. Naturalmente però la "lotta" dovrebbe proseguire per il controllo dei lavoratori, altrimenti l'avanguardia sarebbe ridotta a mezzano del governo borghese, e/o dello statalismo, ed i suoi slogan ad un inganno. Questa volta però sarà ben più facile, per gli operai meno coscienti che non vogliono mettere a rischio il posto di lavoro nazionalizzato, rispondere che di beghe politiche non ne vogliono sapere, che hanno lottato con tutte le forze proprio per la nazionalizzazione e adesso cosa si pretende da loro? Che la mettano in discussione?

Nell'uno o nell'altro caso il bel risultato non potrebbe essere altro che il mettere in contraddizione gli interessi immediati con quelli storici della classe operaia, il "posto di lavoro" col "socialismo", ammesso che dietro al controllo dei lavoratori vi sia effettivamente il socialismo e non un pateracchio stile "parlamento dei lavoratori" o una qualsiasi accozzaglia partitica con qualche residuo d'opportunismo con tanto di falce e martello che ridurrebbe lo slogan a propaganda elettorale.

Esiste anche la possibilità che il governo non intervenga, non finanzi, non nazionalizzi e non "ammortizzi". E' una possibilità realistica? No, non ancora. Nessuno può sostenere il contrario. Ma noi siamo creduloni e vogliamo crederci. Come convincere un governo a nazionalizzare uno stabilimento? Occupandolo? Ma l'occupazione di una qualsiasi cosa considerata dallo stesso avversario come inutile, non apporta alcun danno. Occorrerebbe farla funzionare ma può funzionare solo in simbiosi con gli altri stabilimenti della casa e dei fornitori, spesso delocalizzati, dunque una simile occupazione sarebbe impossibile. Può darsi che lo diventi in futuro ma solo per dimostrare che per riuscire a far funzionare la fabbrica gli operai debbono conquistare prima la società intera. Sino ad allora la divisione del lavoro, la sua socializzazione, non sono controllabili individualmente, neanche da un non ristretto numero di lavoratori, e la Fiat non è una piccola o media fabbrica. Anche in quest'ultimo improbabile caso la nazionalizzazione non lascerebbe speranza alcuna che gli operai possano soddisfare i loro interessi immediati e che possano compiere un passo avanti verso quelli "socialisti". Anzi, questi ultimi rimarrebbero soli, ossia tanto varrebbe rivendicare il socialismo (al controllo dei lavoratori verrebbe meno l'oggetto da controllare) tout court senza mediazioni. Ma questo lo sanno fare tutte le sette pseudocomuniste che contro la crisi attuale rivendicano la necessità del socialismo. Bella scoperta!!!

In realtà. Che avanguardia sarebbe mai quella che non comprende che la "difesa del posto di lavoro" è la difesa di una "proprietà" altrui, specificatamente del capitalista? Che avanguardia sarebbe mai quella che non comprende che la nazionalizzazione prima del presunto controllo operaio è, e non può non essere che proprietà privata sia pure dello Stato? Soltanto dopo la presa di possesso della società, dopo la dittatura del proletariato, la nazionalizzazione dei mezzi di produzione potrà avviare, soltanto avviare, il processo al termine del quale la (inter)nazionalizzazione dei mezzi di produzione diverrà proprietà effettiva dei lavoratori.

3. Conclusione e rivendicazioni di classe

In conclusione, i comunisti, data la crisi, devono e possono difendere soltanto gli interessi dei lavoratori.

Data la crisi ciò è possibile solo difendendo le condizioni di vita dei lavoratori stessi. Ossia difendendone la retribuzione, il salario, allo stesso modo con cui lo Stato ha garantito i conti correnti bancari, sia pure con un messaggio diretto ai risparmiatori solo per sostenere le banche. Attualmente ha poca importanza in quale forma sarà più utile concretizzare una tale rivendicazione. Il salario garantito, tanto sbandierato dagli opportunisti nostrani, elettoralmente nonostante fosse del tutto inopportuno presentare la classe come garantita, è inaccettabile per l'idea stessa che rappresenta. Non restano che i cosiddetti ammortizzatori sociali tra cui la cassa integrazione, al cui ruolo integrativo deve sostituirsi quello sostitutivo per tutta la durata della crisi, le cui risorse non possono e non debbono essere sprecate per falliti e bancarottieri, il cui fallimento accelererebbe invece l'uscita dalla crisi stessa ricostituendo il loro tanto amato mercato, premiando il loro altrettanto amato rischio e punendo invece incapaci e speculatori.

Ossia, è lo Stato che deve garantire ai lavoratori la continuità del reddito, senza sprecare risorse, garantendo competenze e disponibilità uniche per uscire dalla crisi.
Non è forse questo lo scopo dichiarato dall'intervenendo Stato?
Non è forse questo che l'operaio non politicizzato crede? Non è forse questo che lo Stato ha già garantito agli a l t r i?

Dunque questa rivendicazione è sicuramente comprensibile, collettivamente ed individualmente, alla maggioranza dei lavoratori, il cui sostegno sarebbe posto così in contrasto con quello all'aiutata borghesia, senza porre in contrasto il disoccupato con l'occupato, proteggendo anche questi dai rischi della crisi.

Tutte le risorse agli ammortizzatori sociali, nessuna risorsa a falliti e bancarottieri.

I due lati di questa rivendicazione sono naturalmente inscindibili, pena la ricaduta, o meglio, la permanenza, nel pantano interclassista ed assistenzialista. Il primo di questi due lati resta infatti sul terreno dell'assistenzialismo universale, interclassista, dell'opportunismo, del governo neo interventista e, naturalmente, della Chiesa. Il secondo lo nega, lo contrappone a quello sperperato per i "ricchi", riducendo fino ed estinguerle le risorse per l'"assistenza" ai proletari.

Persino rispetto ai casi sopra esposti, questa rivendicazione non porrebbe più isolatamente gli operai sotto licenziamento di fronte ad una controparte disinteressata i cui intrallazzi con deputati e senatori del relativo collegio, sindaci, presidenti di provincia, di regione e consiglieri di ogni risma, non sarebbero tanto facili come le loro responsabilità non più facilmente eludibili, ponendo fine al loro comune interesse a dilazionare la crisi dell'ipotetica azienda perché il costo tornerebbe comunque sulle auguste spalle dello Stato.

Altrimenti, anche nel caso l'ipotetica azienda in crisi suscitasse l'interesse di qualche capitalista disposto (naturalmente in cambio di aiuti e profitti) a far vivere l'azienda, non saremmo giunti, senza gratuiti compromessi, laddove la "difesa del posto di lavoro" dichiarava di voler arrivare?


Compito dell'avanguardia comunista nella crisi attuale è dunque battere sul campo il diffondersi della cosiddetta "difesa del posto di lavoro", altro che nazionalizzarlo, tranciando il legame oggettivo col capitalista che esso rappresenta, difendendo le condizioni di vita di chi è reso disoccupato. Rivendicando l'uso immediato di ammortizzatori sociali (nelle forme adeguate che è inutile qui irrigidire in formulette) e l'opposizione ad ogni spreco in finanziamenti per Banche o Industrie che siano.

Se la crisi sarà sufficientemente profonda, anche gli operai più arretrati non potranno non comprendere che la cessazione degli ammortizzatori sociali, cassa integrazione o quello che sia, sarà solo responsabilità del governo, della sua difesa di falliti e bancarottieri.

Se, viceversa la crisi non sarà così profonda, niente riuscirà a battere la borghesia in assistenzialismo, ma niente avrà posto in contraddizione l'avanguardia con gli strati più arretrati del proletariato, potendo almeno rafforzarsi, diffondersi, avendo mostrato una contraddizione reale, quella tra aiuti agli operai e quelli alla borghesia.

I risultati di questo lavoro d'avanguardia non sono predeterminabili, dipendono da un andamento oggettivo non solo per i capitalisti. I nostri compiti, i nostri doveri, no. Assolverli dipende solo da noi.

Carlo Di Caro - Agosto 2009

P.S. – Quando questa nota è stata stesa il "caso" INNSE non era ancora montato pur essendo avviato da tempo. Abbiamo così potuto udire tutti, via telefonino, uno degli operai stazionante sul carro ponte in segno di protesta rispondere a domanda su di un possibile acquirente dell'INNSE che sì, avrebbe avanzato una proposta d'acquisto un imprenditore coraggiosissimo e che, messa nero su bianco tale proposta, sarebbe cessata la protesta.

Ora che esistano imprenditori in cerca di facili profitti e teoricamente, molto teoricamente, anche azzardati, lo sapevamo già. Che ne esistessero invece di coraggiosissimi ancora no!

Questa nota si adatta dunque perfettamente anche al caso INNSE con l'unica differenza che, essendo stato consumato uno dei passaggi descritti in nota, i ruoli appaiono invertiti, lo speculatore è proprietario ed il possibile, eventuale, acquirente è o sarebbe imprenditore. L'uno potrà alzare il prezzo della vendita (ricordiamo che il prezzo delle aree non è solo speculativo ma parte costitutiva del valore dell'azienda), l'altro acquistare ad un prezzo più basso.

La stessa solidarietà ricevuta dagli operai dell'INNSE non è che umana comprensione, peraltro espressa persino dal sindacato di polizia dell'UGL, di cui in nessun caso il movimento operaio ha bisogno necessitando di rispetto, il rispetto a cui obbliga la forza. La particolarità del caso è che trattasi di una cinquantina di operai e di una produzione specializzata, le presse. Secondo le ultime notizie l'imprenditore coraggiosissimo sarebbe il gruppo Camozzi che ha già rilevato tempo addietro l'INNSE Macchine Utensili e che forse da altrettanto da tempo, certo non da ieri, osserva interessato gli avvenimenti. Dunque, quella occupata, è una piccola azienda specializzata la cui occupazione sarebbe potuta cessare egualmente dopo aver fatto mettere al prefetto, cioè allo Stato, nero su bianco che gli operai non ci avrebbero rimesso una lira di salario fino al loro ricollocamento anche per il futuro ri-ricollocamento. Gli operai INNSE avrebbero così ricevuto forse meno umana comprensione ma avrebbero indicato, forti della loro favorevole situazione, a tutta la classe una propria comune rivendicazione, forse ottenuto persino una solidarietà fattiva, aprendo una finestra alla mai tanto assente solidarietà di classe, e, senza per questo negare in alcun modo l'interesse di Camozzi o chicchessia a rilevare l'azienda.

Un'altra lezione, per chi non difenda imprenditori di qualsiasi fatta e non abbia a cuore (l'azienda di) 50 operai ma l'intera classe, è come non sia più vero che l'opportunismo sia veicolo dell'ideologia borghese nel movimento operaio.

La sconfitta dell'Ottobre e dell'antistalinismo non è solo e soltanto una questione teorica ma una questione pratica, il cui prezzo è pagato innanzitutto dal movimento operaio, dal suo isolamento, dalla perdita dell'orgoglio e della dignità di classe che solo una ripresa del movimento comunista può rigenerare ricostituendo una comunità di classe, i suoi caratteri, il suo partito.

Non a caso dunque sull'INNSE Presse veleggiano i Rinaldini i Cremaschi con il loro seguito di umana comprensione concertativa. Per riprendere una tale navigazione questi signori non hanno dovuto veicolare proprio niente, non hanno dovuto far altro che agganciare il pregiudizio del lavoratore, imposto da generazioni operaie sfamate, magari anche "bene", a patto che lavorassero per qualcuno. In queste condizioni il movimento operaio reagisce spontaneamente, anche con sacrificio, alla crisi come se non esistesse. La stessa INNSE, sia pure smembrata o ristrutturata, non è forse sopravvissuta ad una crisi grazie alla legge Prodi? E' una fabbrica piccola, specializzata, perché non dovrebbe sopravvivere adesso? Basta trovare l'imprenditore che anziché speculare sulle aree sia interessato alla produzione.

In queste condizioni il movimento operaio reagisce con un riflesso condizionato, reputando e trovando una forza solo nelle macchine che l'hanno reso superfluo e non nella propria coalizione contro falliti, non falliti e bancarottieri. Se la crisi si approfondirà, e nessuno può smentire questa possibilità, troverà ancora coraggio il loro coraggiosissimo imprenditore?

Quale passo avanti in difesa della propria esistenza avranno prodotto i sacrifici e gli sforzi attualmente compiuti dagli operai?

L'opportunismo odierno campa dei, sui, pregiudizi della classe operaia affiancato, non a caso, dal consueto movimentismo, magari operaista e magari sul carro ponte stesso, in una compagnia di cui può sorprendersi solo chi ne faccia parte. La sua avanguardia dovrebbe invece combatterli, non accontentandosi di forme di lotta avanzata la cui sostanza non sia sorretta da rivendicazioni altrettanto avanzate, non circoscritte alla singola fabbrica in crisi.

Comunque finisca la vicenda INNSE, è stata condotta nel vicolo cieco della gratitudine o dell'ingratitudine interclassista, scrivendo un'altra pagina nera per il movimento operaio, ma la crisi non terminerà con l'eventuale soluzione o con la fine del caso INNSE Presse. Non è detto che gli stessi operai non possano riprendere la strada aperta della lotta per la propria classe, contro il proprio avversario, distinguendolo per la proprietà dei mezzi di produzione, non per l'abito con cui è vestito per l'occasione apparendo imprenditore o speculatore, cioè avendo appreso a distinguerlo per la sua sostanza non per la sua apparenza sociale.

[tratto da www.rottacomunista.org]

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