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Salario, prezzo, profitto - 13. I casi principali in cui vengono richiesti aumenti e combattute diminuzioni di salario

Indice
Salario, prezzo, profitto
1. Produzione e salari
2. Produzione, salari, profitti
3. Salari e denaro
4. Offerta e domanda
5. Salari e prezzi
6. Valore e lavoro
7. La forza-lavoro
8. La produzione del plusvalore
10. Come si crea il profitto quando una merce è venduta al suo valore
11. Le diverse parti in cui si scompone il plusvalore
12. Il rapporto generale tra profitti, salari e prezzi
13. I casi principali in cui vengono richiesti aumenti e combattute diminuzioni di salario
14. La lotta tra capitale e lavoro e i suoi risultati
Note
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13. I casi principali in cui vengono richiesti aumenti e combattute diminuzioni di salario

Vogliamo ora esaminare seriamente i casi principali in cui si tenta o di ottenere un aumento, o di opporre una resistenza alla diminuzione dei salari.

Primo. Abbiamo visto che il valore della forza-lavoro, o, in linguaggio ordinario, il valore del lavoro, è determinato dal valore degli oggetti di prima necessità o dalla quantità di lavoro richiesta per la loro produzione. Se dunque in un Paese determinato il valore degli oggetti di prima necessità consumati in media giornalmente dall'operaio è di sei ore di lavoro, pari a tre scellini, l'operaio dovrebbe lavorare sei ore al giorno, per produrre l'equivalente del suo sostentamento quotidiano. Se la intera giornata di lavoro fosse di dodici ore, il capitalista gli pagherebbe il valore del suo lavoro dandogli tre scellini. La metà della giornata sarebbe lavoro non pagato e il saggio del profitto sarebbe del 100 per cento. Ma supponiamo ora che, in seguito a una riduzione della produttività, occorra più lavoro per produrre, poniamo, la stessa quantità di prodotti del suolo, di modo che il prezzo dei mezzi di sussistenza consumati in media ogni giorno aumenti da tre a quattro scellini. In questo caso il valore del lavoro salirebbe di un terzo, o del 33 1/3 per cento. Occorrerebbero allora otto ore della giornata di lavoro per produrre l'equivalente del sostentamento giornaliero dell'operaio, secondo il suo tenore di vita di prima. Il pluslavoro cadrebbe dunque da sei ore a quattro ore e il saggio del profitto dal 100 al 50 per cento. Chiedendo un aumento di salario, l'operaio esigerebbe soltanto il maggior valore del suo lavoro, come ogni altro venditore di una merce il quale, non appena sono aumentati i costi della sua merce, cerca di farsi pagare questo maggior valore. Se i salari non aumentassero, o se non aumentassero abbastanza per compensare il maggior valore degli oggetti di prima necessità, il prezzo del lavoro cadrebbe al di sotto del valore del lavoro e il tenore di vita dell'operaio peggiorerebbe.

Ma può aver luogo una modificazione anche in senso opposto. Grazie all'aumentata produttività del lavoro, la stessa quantità di oggetti di prima necessità per il consumo medio giornaliero potrebbe cadere da tre a due scellini, cioè non sarebbero più necessarie sei ore ma solo quattro ore della giornata di lavoro per produrre l'equivalente del valore di questi oggetti di prima necessità. L'operaio sarebbe allora in grado di comperare con due scellini tanti oggetti di uso corrente quanti ne comperava prima con tre. In realtà il valore del lavoro sarebbe diminuito, ma a questo minor valore corrisponderebbe la stessa quantità di merci di prima. In tale caso il profitto salirebbe da tre a quattro scellini e il saggio del profitto dal 100 al 200 per cento. Benchè il tenore di vita assoluto dell'operaio fosse rimasto immutato, il suo salario relativo, e perciò la sua condizione sociale relativa sarebbe peggiorata rispetto a quella del capitalista. Se l'operaio opponesse resistenza a questa diminuzione dei salari relativi, egli non tenderebbe ad altro che a conseguire una partecipazione all'aumento delle forze produttive del suo lavoro, e a mantenere la sua precedente condizione sociale relativa. Così i padroni delle fabbriche inglesi, dopo l'abolizione delle leggi sul grano e violando apertamente le solenni promesse fatte durante la propaganda contro queste leggi, ridussero i salari, in generale del 10 per cento. In un primo tempo essi riuscirono a far fronte alla resistenza degli operai; ma in seguito, per circostanze sulle quali non posso ora soffermarmi, gli operai riguadagnarono questo 10 per cento che avevano perduto.

Secondo. I valori degli oggetti di prima necessità e per conseguenza il valore del lavoro, possono restare gli stessi, ma il loro prezzo in denaro subire una variazione in seguito a una precedente variazione del valore del denaro. Se si scoprissero miniere d'oro più ricche, e così via, la produzione di due once d'oro, per esempio, non costerebbe maggior lavoro di quanto ne costava prima un'oncia. Il valore dell'oro cadrebbe allora della metà, cioè del 50 per cento. Poichè i valori di tutte le altre merci sarebbero allora espressi dal doppio del loro primitivo prezzo in denaro, lo stesso avverrebbe anche del valore del lavoro. Dodici ore di lavoro, che erano prima espresse in sei scellini, sarebbero ora espresse in dodici scellini. Se i salari dell'operaio rimanessero a tre scellini, invece di salire a sei, il prezzo in denaro del suo lavoro non corrisponderebbe più che alla metà del valore del suo lavoro e il suo tenore di vita peggiorerebbe in modo spaventoso. Questo avverrebbe in misura più o meno grande anche se il suo salario, pur aumentando, non aumentasse nella stessa proporzione in cui il valore dell'oro è diminuito. In questo caso non si sarebbe verificato nessun cambiamento, né delle forze produttive del lavoro, né della domanda e nell'offerta, né nei valori. Nulla sarebbe cambiato, all'infuori delle denominazioni monetarie di questi valori. Sostenere in tali casi che l'operaio non deve chiedere con insistenza un aumento proporzionale dei salari, equivale a dirgli che egli deve accontentarsi di essere pagato con dei nomi invece che con delle cose. Tutta la storia passata prova che ogni volta che si produce una simile svalutazione della moneta, i capitalisti sono immediatamente pronti ad approfittare di questa occasione per frodare gli operai. Una scuola molto numerosa di economisti afferma che, in seguito alla scoperta di nuovi paesi ricchi di miniere d'oro, al migliore sfruttamento di quelle d'argento e alla fornitura del mercurio più a buon mercato, il valore dei metalli preziosi è nuovamente caduto. Ciò spiegherebbe la lotta generale e simultanea sul Continente per ottenere salari più alti.

Terzo. Abbiamo supposto finora che la giornata di lavoro abbia limiti determinati. Ma la giornata di lavoro non ha in sé nessun limite costante. La tendenza continua del capitale è di prolungarla fino al suo estremo limite fisico, perchè nella stessa misura aumentano il pluslavoro e quindi il profitto che ne deriva. Più il capitale riesce ad allungare la giornata di lavoro, più grande è la quantità di lavoro altrui di cui esso si appropria. Durante il secolo diciassettesimo, e anche nei primi due terzi del diciottesimo, una giornata di dieci ore era la giornata di lavoro normale in tutta l'Inghilterra. Durante la guerra contro i giacobini, che fu in realtà una guerra dei baroni britannici contro le masse operaie inglesi, il capitale celebrò delle orge, e prolungò la giornata di lavoro da dieci a dodici, quattordici, diciotto ore. Malthus, che non può in nessun modo essere sospettato di essere un sentimentale piagnucoloso dichiarò, in un opuscoletto apparso verso il 1815, che se le cose fossero continuate in quel modo, la vita della nazione sarebbe stata minacciata alle sue radici. Qualche anno prima dell'introduzione generale delle macchine di nuova invenzione, verso il 1765, apparve in Inghilterra un opuscoletto dal titolo: Saggio sull'industria [12]. L'anonimo autore, nemico giurato della classe operaia, si diffonde sulla necessità di estendere i limiti della giornata di lavoro. Tra l'altro, egli propone a questo scopo la istituzione di case di lavoro, le quali, come egli dice, dovrebbero essere "case di terrore". E quanto dovrebbe essere lunga la giornata di lavoro, che egli propone per queste "case di terrore"? Dodici ore: precisamente il tempo che dai capitalisti, dagli economisti e dai ministri fu richiesto nell'anno 1832 non soltanto come la giornata di lavoro esistente nella realtà, ma come il tempo di lavoro necessario per un ragazzo al di sotto di dodici anni.

L'operaio, quando vende la sua forza-lavoro, e nel sistema attuale egli è costretto a farlo, concede al capitalista l'uso di questa forza, ma entro certi limiti ragionevoli. Egli vende la sua forza-lavoro per conservarla, - lasciando a parte il suo logorio naturale -, ma non per distruggerla. Quando egli vende la sua forza-lavoro al suo valore giornaliero e settimanale, è implicito che questa forza lavoro non sarà soggetta in un giorno o in una settimana al consumo o al logorio di due giorni o di due settimane. Prendiamo una macchina del valore di mille sterline. Se essa si consuma in cinque anni, aggiungerà a questo valore duecento sterline all'anno, cioè il valore del suo logorio annuo è inversamente proporzionale al tempo in cui essa si consuma. Ma ciò distingue l'operaio dalla macchina. La macchina non si consuma esattamente nella stessa proporzione in cui viene utilizzata, mentre l'uomo deperisce in misura molto maggiore di quanto sia visibile dalla semplice addizione quantitativa del lavoro.

Nei loro sforzi per riportare la giornata di lavoro alla sua primitiva, ragionevole durata, oppure, là dove non possono strappare una fissazione legale della giornata di lavoro normale, nei loro sforzi per porre un freno all'eccesso di lavoro mediante un aumento dei salari e mediante un aumento che non sia soltanto proporzionale all'eccesso di lavoro spremuto, ma gli sia superiore, gli operai adempiono solamente un dovere verso sé stessi e verso la loro razza. Essi non fanno altro che porre dei limiti alla appropriazione tirannica, abusiva del capitale. Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano. Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all'infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell'industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione.

Il capitalista, prolungando la giornata di lavoro, può pagare salari più elevati, e ciò nonostante ridurre il valore del lavoro se l'aumento del salario non corrisponde alla maggiore quantità di lavoro estorto e al conseguente più rapido declino della forza-lavoro. Questo risultato può essere conseguito anche in altro modo. I vostri statistici borghesi vi racconteranno, per esempio, che i salari medi delle famiglie che lavorano nelle fabbriche del Lancashire sono aumentati. Essi dimenticano però che ora, al posto dell'uomo, capo della famiglia, vengono gettati sotto le ruote del Juggernaut [13] capitalista anche sua moglie e forse tre o quattro bambini, e che l'aumento dei salari globali non corrisponde al plusvalore totale estorto alla famiglia.

Anche entro determinati limiti della giornata di lavoro, quali esistono in tutte le branche di industria soggette alla legislazione di fabbrica, un aumento dei salari può diventare necessario, sia pure soltanto per mantenere il vecchio livello del valore del lavoro. Se si aumenta l'intensità del lavoro un uomo può essere costretto a consumare in un'ora tanta forza vitale quanta ne consumava prima in due ore. Ciò si è prodotto realmente, in un certo grado, nelle industrie soggette alla legislazione di fabbrica, in seguito al ritmo più celere delle macchine e al maggior numero di macchine in azione che un solo individuo deve ora sorvegliare. Se l'aumento dell'intensità del lavoro o l'aumento della massa di lavoro consumata in un'ora marcia di pari passo con la diminuzione della giornata di lavoro, sarà l'operaio che ne trarrà beneficio. Ma se questo limite viene superato, egli perde da una parte ciò che guadagna dall'altra; e dieci ore di lavoro possono essere per lui altrettanto dannose quanto lo erano prima dodici ore. Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per gli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore tensione del lavoro, l'operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza.

Quarto. Voi tutti sapete che la produzione capitalistica, per ragioni che non occorre spiegarvi ora, attraversa determinati cicli politici. Essa attraversa successivamente un periodo di calma, di crescente animazione, di prosperità, di sovraproduzione, di crisi e di stagnazione. I prezzi di mercato delle merci e i saggi di profitto del mercato seguono queste fasi, ora cadendo al di sotto della loro media, ora superandola. Se considerate il ciclo intero, troverete che uno scarto del prezzo di mercato è compensato da un altro, e che nella media del ciclo i prezzi di mercato delle merci sono regolati dai loro valori. Ebbene, durante la fase della discesa dei prezzi di mercato e durante le fasi della crisi e della stagnazione, l'operaio, quando non perde del tutto la sua occupazione, deve contare sicuramente su una diminuzione dei salari. Per non essere defraudato, egli deve persino, quando i prezzi di mercato scendono a tal punto, contrattare con il capitalista per determinare in quale proporzione una diminuzione dei salari è divenuta necessaria. Se durante le fasi della prosperità, allorchè si realizzano extraprofitti, egli non ha lottato per un aumento dei salari, non riuscirà certamente, nella media di un ciclo industriale, a mantenere neppure il suo salario medio, cioè il valore del suo lavoro. Sarebbe il colmo della pazzia pretendere che l'operaio, il cui salario nella fase discendente del ciclo è necessariamente trascinato nella corrente generale sfavorevole, si debba escludere da un compenso corrispondente durante la fase del buon andamento degli affari. In generale i valori di tutte le merci si realizzano solo attraverso la compensazione dei prezzi di mercato, che variano incessantemente, grazie alle continue oscillazioni della domanda e dell'offerta. Sulla base del sistema attuale, il lavoro non è che una merce come le altre. Esso deve quindi subire le stesse oscillazioni per raggiungere un prezzo medio che corrisponda al suo valore. Sarebbe sciocco considerarlo da una parte come una merce, e d'altra parte volerlo porre al di fuori delle leggi che determinano i prezzi delle merci. Lo schiavo riceve una quantità fissa e costante di mezzi per il suo sostentamento; l'operaio salariato no. Egli deve tentare di ottenere, in un caso, un aumento di salari, non fosse altro, almeno, che per compensare la diminuzione dei salari nell'altro caso. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo.

Quinto. In tutti i casi che ho considerato, e che sono il 99 su 100, avete visto che una lotta per l'aumento dei salari si verifica soltanto come conseguenza di mutamenti precedenti ed è il risultato necessario di precedenti variazioni della quantità della produzione, delle forze produttive del lavoro, del valore del lavoro, del valore del denaro, della estensione o dell'intensità del lavoro estorto, delle oscillazioni dei prezzi di mercato, dipendenti dalle oscillazioni della domanda e dell'offerta e corrispondenti alle diverse fasi del ciclo industriale: in una parola, sono reazioni degli operai contro una precedente azione del capitale. Se considerate la lotta per un aumento dei salari indipendentemente da tutte queste circostanze, e prendete in considerazione solo i mutamenti dei salari, trascurando tutti gli altri mutamenti dai quali essi derivano, partite da una premessa falsa per arrivare a false conclusioni.



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