chicago86

Gli scioperi nei "Roaring Twenties"

[da "Lotta comunista", maggio 2010 ]

L'uscita dalla Prima guerra mondiale vede, negli USA, un sovrapporsi di vari eventi che toccano i lavoratori e il movimento operaio. Gli effetti della ristrutturazione post-bellica moltiplicano per dieci in due soli anni i di­soccupati (da mezzo milione a cinque milioni, il 12% della popolazione attiva), che richiederanno altri due o tre anni per essere riassorbiti nella successiva ripresa.

Dall'altro lato c'è il clima politico, le notizie dell'Ottobre rosso, che contagiano le avanguardie del movimento operaio statunitense e in parte anche i sindacati, di­versi dei quali saranno guidati da dirigenti socialisti o comunisti.

Ma il clima muta rapidamente: da relativa­mente favorevole ai sindacati durante la guerra, quan­do erano state ottenute conquiste rivendicative impor­tanti, alla "rivincita" da parte degli industriali di tutti i settori. Sono anni di dure battaglie, per cercare di non fare passi indietro; sono l'esemplificazione del fatto che nessuna conquista rivendicativa è "per sempre". La disoccupazione, la ristrutturazione, non aiutano queste battaglie di difesa. I sindacati crescono: la ne­cessità di organizzarsi, di avere casse di sciopero, viene compresa e negli anni cruciali del 1919-1921 gli iscritti crescono, superano i cinque milioni, quasi un salariato su cinque. I settori sindacalmente più forti (primi fra tutti i minatori, poi i tipografi) sono quelli che hanno meno oscillazioni di iscritti, sia in crescita che nel successivo calo. I settori più deboli e meno orga­nizzati (tessile, abbigliamento) hanno fiammate di sindacalizzazione che si esauriscono in pochi anni, sotto i colpi della reazione industriale. Globalmente le Unions, ancora organizzate sulla base del mestiere (il sindacalismo industriale emergerà nel successivo de­cennio), inizieranno a perdere iscritti già dal 1921 con un'emorragia ininterrotta fino all'anno 1933, al quale giungeranno con forza dimezzata. Gli scioperi sono numerosi, ma lo erano stati altret­tanto anche negli anni di guerra, in particolare dal 1916: vengono valutati più di 4 milioni i partecipanti agli scioperi nell'anno cruciale 1919. Ma il carattere delle lotte operaie di quegli anni lo si ricava da alcuni importanti episodi, che danno il polso del clima di al­lora negli Stati Uniti d'America. Ne ricordiamo due. Nella siderurgia nel 1919 fu lancia­ta una battaglia, principalmente contro il colosso United States Steel, per imporre la presenza sindacale in fabbrica e la bandiera delle 8 ore (l'orario era allora di 12 ore). È guidata da William Z. Foster, un sindacali­sta di origine IWW ma poi confluito nell'AFL, che cer­ca di "amalgamare" ben 24 sindacati di mestiere in una lotta unitaria; un anticipo del sindacalismo d'indu­stria. Più che una lotta è una guerra: organizzazione, solidarietà e casse di sciopero da una parte; repres­sione, polizia e guardie armate, legge marziale nelle città, campagne di stampa dall'altra, incluso l'utilizzo di decine di migliaia di crumiri, scelti accuratamente nella razza (neri) e nella nazionalità per creare divisio­ni fra i lavoratori. A fine settembre 250 mila lavoratori siderurgici scendono in sciopero nelle città dell'acciaio (Pittsburgh, Youngstown, Johnstown ecc). La battaglia è dura; ma il lavoro sui fianchi, coordinato da governo, industriali e relativa stampa, e apparato repressivo dello Stato, man mano divide e disgrega il fronte dei lavoratori che è costretto a cedere le armi l'8 gennaio 1920. Una sconfitta che segnerà il decennio. Nelle miniere di antracite della Pennsylvania nel 1922 fu lanciato quello che, secondo lo storico Ronald Filippelli, è stato un "confronto epico fra capitale e la­voro [...] il più grande sciopero di minatori nella storia della nazione". Motivo: reazione alla diminuzione dei salari che le compagnie volevano imporre. 600 mila i partecipanti; le compagnie non possono usare i cru­miri sia perché il lavoro in miniera è altamente spe­cializzato, sia perché una legge dello Stato impone due anni di apprendistato per scendere sottoterra. Inizia nell'aprile e finisce in settembre: 163 giorni di chiusura dei pozzi, che avranno conseguenze sul mercato dei combustibili in un momento di ristruttu­razione delle fonti energetiche. L'United Mine Workers è ben organizzata, e giunge ad un accordo: i salari non caleranno, le trattative salariali verranno fatte a cadenza annuale. Un pareggio che vale, nei clima di lotte di difesa di quegli anni, una vittoria.

Fonti: Ronald Filippelli, "Labor in the USA: a History", New York, 1984;
N. Schlager, "St. James Encyclopedia of Labor History worldwide", Famington, 2004;
Ronald Filippelli, "Labor Conflict in the United States", New York, 1990;
"Employment and earnings, United States, 1909-1975", Bureau of Labor Statistics, Washington DC;
"Historical Statistics of the US", Bureau of Census, 1975.

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