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La Confederazione Generale del Lavoro

Indice
La Confederazione Generale del Lavoro
La rinascita del sindacato
La scissione di Montesanto
Verso il congresso di Salerno
Il congresso di Salerno
La svolta
La CGL e le lotte contadine
Note
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altra resistenzaAnche al Sud, come al Nord, la caduta del fascismo scatena le energie popolari; le manifestazioni di strada sfociano nella distruzione dei simboli del passato regime mentre la classe operaia campana si mobilita nell'intento di far cessare la guerra. Numerosi sono i casi, dalle Puglie agli Abruzzi, in cui le dimostrazioni colpiscono i simboli tradizionali dell'oppressione contadina, distruggendo i ruoli delle imposte e incendiando i municipi.

Anche qui, come al Nord, la repressione badogliana non si fa attendere molto [1]. Il 28 luglio a Bari, durante una manifestazione di piazza, la polizia uccide 23 lavoratori e ne ferisce 60. Il 16 agosto cinquecento lavoratori dell'Uva di Torre Annunziata formano un corteo e le forze dell'ordine tornano a sparare. A Portici vi è un'altra manifestazione il 29 agosto. A Castellammare di Stabia il 2 settembre un migliaio di operai dell'Avis Meccanica si muovono in corteo e chiedono "pace e pane". I carabinieri li disperdono con bombe a mano provocando 5 feriti e le SS collaborano arrestando 10 operai.

La popolazione è esasperata per la mancanza di generi alimentari, che sono scomparsi dal mercato normale, mentre le strade interrotte ostacolano l'approvvigionamento diretto nelle campagne. Il proletariato urbano è inoltre preoccupato per i bombardamenti dei "liberatori". Dal 19 agosto al 6 settembre 1943 Napoli subisce ben quindici bombardamenti aerei [2]. Una sorte non diversa conoscono le altre città del Mezzogiorno: Salerno, Bari, Foggia, Taranto.

Il fronte militare nel frattempo si sposta sempre più a Nord e il 9 settembre raggiunge Salerno, in attesa di puntare su Napoli, che sarà raggiunta alla fine del mese.

I nazisti, che nel lasciare la capitale partenopea danno il via al saccheggio e alla fucilazione di cittadini inermi, provocano l'esplosione della rabbia popolare. Per quattro giorni, dal 28 settembre al primo ottobre, Napoli si trasforma in un vasto campo di battaglia. L'esercito degli Alleati sopraggiunge quando i tedeschi si sono già arresi all'improvvisato esercito partenopeo [3].

Al momento dell'arrivo degli Alleati il Sud si trova in una situazione disastrosa. La catastrofe militare aggrava uno stato di arretratezza sociale ed economica non indifferente.

I dati possibili di raffronto si fermano a prima della guerra, ma sono in ogni caso indicativi. Secondo i risultati del censimento industriale del 1937-40, gli addetti all'industria nel Sud (isole escluse) sono il 10 per cento del totale nazionale, mentre la popolazione è pari al 24 per cento. La percentuale cala all'8 per cento se si tiene conto soltanto dell'industria con forza motrice e al 6.5 per cento se si considera la sola industria organizzata tecnicamente [4]. Suddividendo gli addetti riguardanti l'industria dei beni strumentali, la Campania assorbe in questo periodo il 69.2 per cento della forza lavoro, la Puglia il 16.5, l'Abruzzo e il Molise il 9.3, la Calabria il 4.7 e la Basilicata lo 0.03 [5].

Va subito detto, però, che non è esatto stabilire automaticamente un'equazione tra arretratezza economica e arretratezza politica, anche perché la realtà del Sud è il prodotto tipico di una società capitalista. Se si considera il Meridione come l'aspetto negativo e "necessario" dello sviluppo ineguale del capitalismo, e non come "non sviluppo" tout court, si comprende perché già nel decennio della prima guerra mondiale i socialisti di sinistra rivendicassero per il Sud una politica non diversa da quella praticata su tutto il territorio nazionale dal Partito Socialista [6].

"Esistono tutti gli elementi - ha scritto lo storico Luigi Cortesi in riferimento al periodo 1943-45 - che possono indurre a considerare la lotta politica e civile che allora si svolse in Campania non come capitolo atipico della storia nazionale, o come serie di effimeri fuochi di paglia rispetto all'incendio della "vera" Resistenza e della "vera" Liberazione, ma come parte organica del fatto storico complessivo nel quale ciascuna città o regione - Roma e Milano non meno che Napoli, l'Emilia e il Veneto non meno che la Campania - apporti proprie peculiarità e propri livelli di partecipazione [7]."

Questo giudizio sulla Campania si può estendere a tutto il Sud.

La storiografia ha legato i fatti della Resistenza ad un'area geografica che si estende dall'Italia del Nord al Centro sostenendo che il Mezzogiorno non ha conosciuto una vera e propria lotta partigiana.

La Resistenza al Sud si è certamente ristretta nel tempo per il semplice motivo che la Liberazione è avvenuta più rapidamente che al Nord, ma ciò non toglie che episodi di lotta al nazifascismo si siano verificati anche in questa parte d'Italia [8].

Anzi, il risveglio del popolo fu immediato e - contrariamente a quanto suggerisce la storiografia contemporanea - il Sud seppe dimostrare una prontezza di riflessi politici e militari più accentuata rispetto al Nord. Non si attese l'evolversi della situazione per alzare le armi contro i tedeschi [9]. È ovvio comunque che le forme in cui si espressero queste lotte assunsero connotazioni diverse rispetto al Nord.

La lotta politica nel Mezzogiorno durante questo triennio rispecchia infatti il livello, più o meno arretrato, di quella che si verifica sul piano nazionale. Ed in ogni caso la struttura delle classi si riflette sull'aspetto quantitativo delle lotte.

Che l'arretratezza economica del Sud non influisca invece sulla forma qualitativa della politica delle classi subalterne lo dimostra l'esistenza, anche durante il fascismo, di una coscienza politica socialista simile a quella presente su tutto il territorio italiano.

Nel periodo fascista l'opposizione di sinistra al regime aveva infatti mantenuto al Sud la sua attività [10]. Negli anni trenta numerosi erano i gruppi di sinistra e la Campania può essere presa come il campione più avanzato di tale situazione.

Vi erano gruppi di comunisti "ufficiali", cioè fedeli alla linea del partito, che si erano ricostituiti spontaneamente tra il 1927 e il 1929. La prima saldatura di cui si ha notizia avviene tra alcuni operai della Precisa, delle Officine Ferroviarie Meridionali (tra cui Gennaro Rippa, Franco Panico e Salvatore Cetara) ed il tipografo Salvatore Castaldi.

Questi entrano in contatto con gli intellettuali Emilio Sereni e Manlio Rossi Doria e, nel 1928, formata la prima cellula, riescono a pubblicare il foglio clandestino «L'Antifascista», al quale collaborava anche il giovane Eugenio Reale.

Questa diramazione "ortodossa" vivrà, tra alti e bassi, fino alla ricostituzione vera e propria del partito nel 1943 [11].

Nello stesso periodo vi era nel napoletano un altro gruppo comunista, considerato dal PCI trotskysta in quanto aveva «delle riserve sulla politica di Stalin».

Esso faceva capo a Eugenio Mancini [12] e vi gravitavano, tra gli altri, Pasquale Barbera, Leonardo Russo, Vincenzo La Rocca, i fratelli Libero ed Eugenio Villone, Vincenzo Ingangi e Mario Palermo [13].

Un movimento più vicino alle posizioni che vengono di solito definite "bordighiane" nasce più tardi e fa capo a Ludovico Tarsia: comprende, come registra una nota di polizia, «una fitta schiera d'intellettuali e professionisti antifascisti ed esercita una grande influenza in mezzo alla gioventù studentesca» [14].

Anche se, come pare, non vi sono diretti legami organizzativi col proletariato, l'influenza ideologica del raggruppamento rimane un fatto essenziale. Molti operai di Barra e di Pozzuoli, come alcune cellule tra i marittimi del porto, si definiscono, in questa fase, "bordighiani" [15].

Un altro movimento eterogeneo formato da militanti socialisti e comunisti dissidenti darà vita nel 1940 al gruppo Spartaco. Esiste pure un gruppo di «azione socialista» di tendenza "estremista" formato da anarchici, sindacalisti e comunisti dissidenti guidato da Rocco D'Ambra e Gennaro Capozzi [16]. Vi è da segnalare, inoltre, un movimento di sinistra guidato da Lucia Giunchi e Armando Puglia [17].

Punto di riferimento dell'antifascismo napoletano era la Libreria del Novecento, aperta nei pressi di Piazza del Gesù da due seguaci della sinistra "bordighiana", Ugo Arcuno e Salvo Mastellone sede di transito di tutti gli oppositori di sinistra al fascismo [18]. Un'altra libreria (Denken), situata nel Palazzo della Prefettura, era luogo d'incontro di altri antifascisti partenopei e di passaggio, tra cui Giorgio Amendola e Mario Palermo.

Scoppiata la guerra, i militanti della sinistra comunista, impropriamente definiti trotskysti, «partecipano attivamente alla lotta», sotto la guida di Ludovico Tarsia e Ugo Arcuno [19]. Anche il neonato Gruppo Spartaco si mostra particolarmente attivo in questo periodo [20].

A partire dall'estate del 1942 a Capua i comunisti Corrado Graziadei e Paolo Ricci, che tengono i contatti col partito, stampano clandestinamente il giornale «Il Proletario», che viene distribuito in tutta la Campania e soprattutto negli ambienti operai.

In tali ambienti (a parte il nucleo legato a Tarsia) il mito e l'attrazione dell'Unione Sovietica assumono un peso rilevante. Spartaco, per fare solo un esempio, nel novembre del 1942 diffonde cinquemila copie del discorso tenuto da Stalin per l'anniversario della rivoluzione bolscevica [21]. Irretiti dal "fascino" sovietico, privi di una originale elaborazione teorica, tutti i gruppi citati si troveranno impreparati di fronte agli avvenimenti del dopo armistizio. Gli eventi dopo il 25 luglio finiranno infatti per rimodellarne la fisionomia.

La ricostruzione del PCI al Sud non avviene mediante l'ingrossamento dell'ossatura organizzativa preesistente, ma tessendo "a grappolo" la rete dei gruppi nati autonomamente.

Nelle settimane a cavallo tra la fine di marzo e l'inizio di aprile del 1943 rinasce la Federazione campana del partito con a capo Vincenzo Gallo, Vincenzo La Rocca, Eugenio Mancini, Eduardo Spinelli e Mario Palermo [22]. Come si può notare dai nomi, alcuni appartengono alla schiera di coloro che avevano avuto «riserve sulla politica di Stalin» e ciò avrà delle conseguenze sulla crisi che investirà il PCI napoletano dopo l'8 settembre.

Con il crollo del fascismo ritornano, chi prima chi dopo, anche i confinati e tra questi Salvatore Cacciapuoti; Velio Spano ed Eugenio Reale rientrano a Napoli, l'uno da Tunisi, l'altro da Roma.

Il partito che si ricostituisce nel 1943 raccoglie molti degli iscritti che avevano a suo tempo militato nelle file del PCd'I. Vi confluiscono però anche molti giovani che la situazione di sfascio economico-sociale, causata dalla guerra, ha spinto verso posizioni radicali.

Ma anche qui, come al Nord, sono i "vecchi" che reggono le fila da un punto di vista teorico cercando di riallacciarsi, più o meno confusamente, alla politica comunista che avevano vissuto fino al 1926.

Molti di loro sono rimasti alle Tesi di Roma e non sono al corrente degli avvenimenti che hanno caratterizzato la svolta degli anni trenta nella politica sovietica e nei Partiti Comunisti. Se qualcuno ne ha avuto sentore ha udito forse parlare di non ben definiti Fronti Popolari senza giungere però alla necessaria revisione ideologica.

Gli ex aderenti al PCd'I pensano alla Russia in termini mitici e la vedono ancora come il bastione rivoluzionario di un tempo, che si pone quale compito - in un modo o nell'altro - la distruzione del capitalismo.

Non appena si diffondono le nuove idee comuniste si accende un ampio dibattito fra i militanti della Calabria, della Puglia, della Sicilia, della Lucania e della Campania [23]. Molti, venendo a conoscenza delle posizioni assunte dal PCI, non credono alle loro orecchie e sostengono che si tratta di una tattica momentanea per rafforzare l'organizzazione ed ingannare il nemico.

In Campania l'opposizione interna alla politica della direzione riuscirà ad avere una notevole influenza, sino a portare ad una spaccatura, anche organizzativa.



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