chicago86

Il 1° maggio è una giornata internazionale di lotta

1° Maggio 2002

Nel 1889 fu proclamata una giornata di lotta mondiale per la riduzione della giornata lavorativa. Essa doveva cadere il 1° di ogni mese di maggio ed era una sfida del proletariato nei confronti della classe avversaria, al di sopra delle nazionalità, delle categorie, di ogni divisione tra lavoratori.

Oggi in molti paesi il 1° Maggio è ormai una manifestazione popolare, una "festa" che non ha più nulla a che vedere col suo significato originario. Peggio: è una manifestazione di solidarietà delle organizzazioni sindacali verso le istituzioni e l'economia nazionale, perciò a sostegno degli interessi di un paese contro l'altro, perciò oggettivamente inserita in una politica patriottica di concorrenza fra Stati, perciò di concorrenza fra i lavoratori stessi.

Ma non basta. Oggi i lavoratori sono chiamati anche a solidarizzare per una parte della borghesia (quella "democratica") contro l'altra (i Le Pen, gli Haider, i Berlusconi), in un tentativo che non a caso rispolvera i temi della resistenza antifascista, quando le varie partigianerie avevano combattuto a fianco dell'imperialismo russo-americano contro quello dell'Asse italo-tedesco.

La crisi, diventata ormai cronica da quando è terminato il ciclo di ricostruzione postbellica, obbliga all'intensificazione dello sfruttamento nel tentativo, da parte di ogni capitalismo nazionale, di far concorrenza ai suoi simili. Ed è una crisi che non ha soluzione entro il sistema capitalistico mondiale. Non vi saranno altri boom economici come quelli del dopoguerra. La concorrenza commerciale diventa sempre più spietata; quindi i governi dei singoli paesi dovranno prendere provvedimenti sempre più drastici in campo economico e sociale per aumentare lo sfruttamento. Il fatto è che tutti i paesi stanno già adottando le stesse misure per ottenere gli stessi risultati, e la situazione non può che peggiorare. Le fazioni borghesi di destra e di sinistra si affrontano in una lotta senza esclusione di colpi usando anche il proletariato come carne da elezioni: l'esperienza ci ha insegnato che queste fazioni non sono in disaccordo sulla necessità di applicare i provvedimenti suddetti, si combattono solo sul chi deve farlo e come.

Questa logica o la si fa propria fino in fondo, o la si rifiuta fino in fondo. Non vi sono vie di mezzo, e sindacati e partiti "socialisti" e "comunisti" da anni dimostrano quale strada chiaramente percorrono: quella di assumersi fino in fondo la responsabilità nello sfruttamento del proletariato per salvare le borghesie e le sue patrie, accettando persino la guerra.

Tutto questo comporta effetti che sono sotto gli occhi di tutti: un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori di tutto il mondo. Da un lato, nei paesi industrializzati, si assiste alla scomparsa d'ogni residua parvenza di combattività classista delle organizzazioni che si ricollegano al movimento operaio; dall'altro si assiste, ovunque, alle manifestazioni mai sopite dello scontro fra le classi. Finché ci sarà conflitto tra capitale e lavoro, ci sarà conflitto fra la classe dei capitalisti e la classe dei lavoratori. Così, man mano che peggiorano le condizioni di vita, esplodono manifestazioni, lotte e rivolte nei paesi più diversi: episodi a prima vista slegati l'uno dall'altro, ma intimamente connessi, perché le borghesie hanno un bisogno generalizzato di alzare il livello di sfruttamento, giocando anche sulla mobilità della manodopera attraverso le frontiere.

Il capitalismo è un fenomeno mondiale, la crisi è mondiale, la lotta di classe non può avere frontiere o interessi nazionali o, peggio ancora, legati a quelli di fazioni nazionali borghesi.

Le condizioni di miseria crescente coinvolgono masse enormi di uomini appartenenti a strati sociali diversi: contadini, diseredati, operai, profughi, ecc. Ma solo il moderno proletariato industriale può dare una risposta univoca e coerente allo stato di decomposizione della società capitalistica, alla guerra sotterranea e palese che si stanno facendo gli Stati, alla crescente condizione di schiavitù salariata, la sola che masse di giovani hanno di fronte. E' da questa classe che deve partire un indirizzo univoco che dia un'impronta al movimento degli altri strati sociali. E' questa classe che deve reimpadronirsi del programma rivoluzionario e dar vita al suo vero partito, che non è né di destra né di sinistra e non si schiera con nessuno.

[tratto da www.quinterna.org]

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