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Questo sito nasce con l'intento di contribuire alla nascita di un Coordinamento dei Lavoratori in Lotta e perciò la discussione ed i contatti tra lavoratori sono fondamentali. Questa sezione è quindi la più interattiva. Tutti possono contribuirvi, evitando però i piagnistei sui diritti cancellati, la rassegnazione e lo spirito di sacrificio imperante. Questo è un sito di lotta e di coordinamento e questi sono i presupposti da cui vogliamo partire.

In sciopero fino alla pensione!

Ci risiamo, è successo di nuovo. Mi dicevo basta, adesso è l'ora di cambiare registro, non sei più un ragazzino, bisogna che ti trovi un lavoro serio e inizi a farti una vita. Qualcosa del tipo tutti i giorni nel solito posto, otto ore come minimo, e attaccamento, dedizione e gratitudine al datore di lavoro. "Datore di lavoro", che stronzata di locuzione! Riniziamo a chiamare le cose con il loro nome: padrone! Forse si allevierà per un po' la nausea che ci assale ogni mattina al risveglio.

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Riflessioni sulla vertenza Almaviva

Riceviamo e pubblichiamo:

In queste ore e giornate di augurio voglio esprimere un pensiero per i lavoratori Almaviva di Roma. La loro vertenza è giunta ad una conclusione brutta, amara per i licenziamenti e per la divisione con altri lavoratori di altri siti, in primis quello di Napoli.

Dagli anni '70 è la prima volta, per le medie e grandi aziende (è una precisazione dovuta in quanto i lavoratori di piccole o piccolissime imprese o tutto il nero e sommerso i licenziamenti tout court sono sempre avvenuti), che non si giunge ad un accordo e si evitino i licenziamenti. Senza entrare nei meandri di tutta la vicenda, tre cose sono da sottolineare, la prima la RSU SLC-CGIL unanimemente contro l'accordo, la seconda la decisione aziendale di non retrocedere e di procedere con i licenziamenti, la terza è all'oggi il mancato intevento delle "istituzioni", se non una tiepida interposizione del governo.

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Referendum Costituzionale e battaglie tra fazioni della borghesia

Pubblichiamo qui di seguito un documento inviato alla nostra casella postale sul Referendum Costituzionale e le ragioni del No. Curiosamente il volantino, a firma "Partito Operaio", elenca tutti i motivi per cui "non abbiamo nessun interesse a difendere la Costituzione", per poi concludere che "anche in questa situazione possiamo far sentire il nostro peso, con lo strumento miserabile della scheda e dell'urna votando NO al referendum".

Non è l'unico caso, da settimane sui social network circolano numerosi appelli per la costruzione del "No sociale al referendum costituzionale", e il sindacalismo di base ha organizzato per il 21 ottobre uno sciopero nazionale anche a sostegno del "No al referendum costituzionale in nome degli interessi materiali dei lavoratori".

Che dire di questa campagna per il No?

L'attivistico bisogno di "muovere il culo", come diceva un nostro vecchio compagno, porta di fatto a schierarsi dalla parte dei difensori dello status quo. Noi non parteggiamo né per il No né per il Sì: né per chi vuole conservare così com'è la Costituzione, né per chi vuole ammodernarla. Ci schieriamo unicamente dalla parte della classe lavoratrice:

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Nei prossimi anni non troverai un lavoro decente, perché il capitalismo sta crollando

La morte del capitalismo è realtà. Ma quali effetti produce nell'interiorità di tutti noi? È tempo di riconoscere questa sofferenza, per poi cominciare a costruire una civiltà planetaria inclusiva in armonia con la Terra. Le riflessioni e le analisi di Joe Brewer in un articolo di portata generazionale.

Il dolore che senti è il capitalismo che muore

Può essere spiazzante sapere che nei prossimi anni non troverai un lavoro decente, non salderai i tuoi prestiti studenteschi, e non darai nessun acconto per una casa – anche se ti sei laureato in una università di alto livello o hai referenze fantastiche dopo tutti gli stage non retribuiti che ti hanno portato fin qui, dove ti trovi in questo momento.

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Mettersi in sintonia con il futuro

Scioperi in Fca, lotte nella logistica, notti in piedi e altro ancora

Il Primo Maggio si avvicina e, come l'anno scorso, utilizziamo questa data per fare un piccolo bilancio sul lavoro svolto e ragionare sulle prospettive.

Su Chicago86 abbiamo pubblicato alcuni documenti significativi di delegati e lavoratori che mettono in discussione l'attuale modello corporativo, intendendo l'azione sindacale come "scontro per affermare gli interessi degli operai contro gli interessi dei padroni" (Comunicato di delegati Piaggio, Continental, Same). La molla che ha fatto scattare queste prese di posizione è stato il comportamento della Fiom verso i delegati di Melfi e Termoli che hanno organizzato scioperi in Fca (ex Fiat) contro ritmi e turni di lavoro massacranti.

Prese di posizione significative, dicevamo, ma che rimanendo all'interno del perimetro della - pur necessaria - solidarietà tra fabbriche non romperanno mai le asfissianti gabbie di categoria e di mestiere, gabbie che in ultima analisi impediscono l'unità dei lavoratori.

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Il mondo in mano all'1% di super miliardari

Rapporto Oxfam. Si allarga sempre più velocemente la forbice tra ricchi e poveri. La metà delle proprietà sono concentrate nei portafogli di 62 persone. Lo studio arriva alla vigilia del forum di Davos

Quando il movimento Occupy Wall Street lanciò lo slogan "siamo il 99%" probabilmente non immaginava che solamente pochi anni dopo quel 99% sarebbe realmente stato la parte più povera del pianeta. Eppure oggi l'1% più ricco della popolazione ha un patrimonio superiore a quello del rimanente 99%. Sono alcuni dati contenuti nell'ultimo rapporto di Oxfam sulle diseguaglianze, presentato in vista del Forum di Davos dei prossimi giorni.

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I robot ci ruberanno il lavoro? Era ora!

E' veramente stupefacente che pur disponendo di sofisticate automazioni e di complessi algoritmi d'intelligenza artificiale gli esseri umani dedichino ancora così tanto tempo al lavoro.

Ancor più sensazionale però, è il fatto che gli stessi lavoratori temano a tal punto di rimanere disoccupati, da sperare che i processi produttivi non vengano automatizzati.

Ma il colmo dei colmi è che anche i lungimiranti sindacalisti, che in teoria dovrebbero prodigarsi per tutelare i lavoratori, accettino l'automatizzazione consapevoli del fatto che comporterà un esclusivo vantaggio per gli sfruttatori o ripudino anch'essi l'avvento delle automazioni, invece di organizzare una ben più desiderabile alternativa, nella quale i moderni mezzi produttivi, strappati dal dominio de capitale, siano finalmente impiegati per ridurre il lavoro umano, pur assicurando un reddito decoroso ai lavoratori.

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Il bisogno dell'ozio

L'ozio è stato considerato variamente nel tempo: padre dei vizi dalla morale tradizionale, elogiato come un'ideale dalla morale marxista di Lafargue; oggi l'ozio è diventato una necessità biofisica.

Di Claudio Della Volpe

Il pamphlet di Lafargue è in effetti intitolato "il diritto all'ozio", mentre "l'elogio dell'ozio" è una raccolta di saggi di Bertrand Russell, ma l'ozio di fatto non entra nell'argomento dei saggi.

Mi direte ma cosa dici? Una necessità addirittura? Forse una richiesta utopica, passi, ma addirittura una necessità! Suvvia volpino non offendere l'intelligenza!

La questione è: quale è la principale forza produttiva che ha trasformato la Terra negli ultimi secoli?

La risposta è semplice: il lavoro umano.

Prima per un milione di anni con l'uso del fuoco; poi per dieci millenni l'uomo ha alterato il paesaggio con attività agricole; infine negli ultimi 150 anni in particolare un sistema automatico di macchine alimentate dai combustibili fossili (e attualmente anche dalle rinnovabili sia pure in piccola parte ancora) ha sostituito il lavoro umano fisico e la forza animale. In modo crescente il lavoro umano è diventato lavoro di sorveglianza delle macchine, ma rimane necessario; lavoro collettivo, di sorveglianza e soprattutto basato su una crescente conoscenza delle forze naturali, quindi quello che Marx chiama nei Grundrisse "individuo sociale".(K. Marx Frammento sulle Macchine)

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Il modello Expo è ovunque

Tutti presi dalle immagini che trasmettono i telegiornali degli scontri del Primo Maggio a Milano, ci siamo forse dimenticati di collocare quanto successo nella città meneghina in una dimensione globale?

Il Primo Maggio 2015 ci sono state manifestazioni e cortei in paesi in cui da tempo non se ne aveva notizia: pensiamo all'Iran, all'Iraq, alla Malesia, a Myanmar, all'Indonesia e a Taiwan. In altri, vedi Turchia e Corea del Sud, si sono svolte mobilitazioni di massa dove migliaia di lavoratori hanno sfidato polizie armate fino ai denti e pronte a reprimere senza pietà. Negli Stati Uniti durante la May Day i movimenti contro la violenza poliziesca si sono del tutto spontaneamente uniti a quelli dei lavoratori in lotta per l'aumento del salario.

Quindi il proletariato c'è, è in salute e scende in piazza per rivendicare migliori condizioni di vita. Il contesto in cui si inserisce questo movimento è quello della crisi epocale del capitalismo, con polarizzazioni sociali mai viste prima: gli economisti ci informano che il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale possiede il 30-40 per cento del reddito totale, mentre il 10 per cento più povero deve accontentarsi del 2 per cento.

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Primo Maggio, giornata di lotta contro il lavoro

Chicago86La chiamano Festa del Lavoro, eppure la storia del Primo Maggio affonda le sue radici nella lotta contro il lavoro. Quel giorno, nel 1886, furono centinaia di migliaia i lavoratori che a Chicago e in tutti gli Stati Uniti scioperarono per la riduzione della giornata lavorativa. In una lotta senza frontiere non si appellavano a costituzioni solenni o a codici scritti, rivendicavano 8 ore di lavoro e migliori condizioni di vita.

Oggi questa storia sembra dimenticata. L'approvazione dei decreti attuativi del Jobs Act provoca patetiche raccolte di firme per un nuovo Statuto dei Lavoratori. O, ancor peggio, appelli per la difesa di quello in via di cancellazione: un capolavoro d'ipocrisia parlamentare infarcito d'interclassismo e di riverenza verso i principi astratti della democrazia borghese, che è stato per decenni uno strumento di controllo sindacale dell'iniziativa operaia. Non ne piangeremo di certo la fine, e nemmeno grideremo all'offensiva padronale perchè, da quando è nato, il capitalismo è sempre all'attacco.

E' ormai chiaro che la borghesia, non sapendo più che pesci pigliare, si dedica al completo scorticamento del proletariato, riuscendo a togliergli tutte quelle garanzie che sono fonte di corruzione politica e opportunismo. In tal modo, paradossalmente ma non troppo, la borghesia stessa elimina quegli istituti che sono impedimento al libero manifestarsi della lotta rivendicativa. Via dunque i contratti di categoria a scadenza fissa, via le leggi di tutela, via persino la contrattazione locale ormai sostituita dal ricatto basato sulla religione del lavoro.

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