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Questo sito nasce con l'intento di contribuire alla nascita di un Coordinamento dei Lavoratori in Lotta e perciò la discussione ed i contatti tra lavoratori sono fondamentali. Questa sezione è quindi la più interattiva. Tutti possono contribuirvi, evitando però i piagnistei sui diritti cancellati, la rassegnazione e lo spirito di sacrificio imperante. Questo è un sito di lotta e di coordinamento e questi sono i presupposti da cui vogliamo partire.

Il bisogno dell'ozio

L'ozio è stato considerato variamente nel tempo: padre dei vizi dalla morale tradizionale, elogiato come un'ideale dalla morale marxista di Lafargue; oggi l'ozio è diventato una necessità biofisica.

Di Claudio Della Volpe

Il pamphlet di Lafargue è in effetti intitolato "il diritto all'ozio", mentre "l'elogio dell'ozio" è una raccolta di saggi di Bertrand Russell, ma l'ozio di fatto non entra nell'argomento dei saggi.

Mi direte ma cosa dici? Una necessità addirittura? Forse una richiesta utopica, passi, ma addirittura una necessità! Suvvia volpino non offendere l'intelligenza!

La questione è: quale è la principale forza produttiva che ha trasformato la Terra negli ultimi secoli?

La risposta è semplice: il lavoro umano.

Prima per un milione di anni con l'uso del fuoco; poi per dieci millenni l'uomo ha alterato il paesaggio con attività agricole; infine negli ultimi 150 anni in particolare un sistema automatico di macchine alimentate dai combustibili fossili (e attualmente anche dalle rinnovabili sia pure in piccola parte ancora) ha sostituito il lavoro umano fisico e la forza animale. In modo crescente il lavoro umano è diventato lavoro di sorveglianza delle macchine, ma rimane necessario; lavoro collettivo, di sorveglianza e soprattutto basato su una crescente conoscenza delle forze naturali, quindi quello che Marx chiama nei Grundrisse "individuo sociale".(K. Marx Frammento sulle Macchine)

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Il modello Expo è ovunque

Tutti presi dalle immagini che trasmettono i telegiornali degli scontri del Primo Maggio a Milano, ci siamo forse dimenticati di collocare quanto successo nella città meneghina in una dimensione globale?

Il Primo Maggio 2015 ci sono state manifestazioni e cortei in paesi in cui da tempo non se ne aveva notizia: pensiamo all'Iran, all'Iraq, alla Malesia, a Myanmar, all'Indonesia e a Taiwan. In altri, vedi Turchia e Corea del Sud, si sono svolte mobilitazioni di massa dove migliaia di lavoratori hanno sfidato polizie armate fino ai denti e pronte a reprimere senza pietà. Negli Stati Uniti durante la May Day i movimenti contro la violenza poliziesca si sono del tutto spontaneamente uniti a quelli dei lavoratori in lotta per l'aumento del salario.

Quindi il proletariato c'è, è in salute e scende in piazza per rivendicare migliori condizioni di vita. Il contesto in cui si inserisce questo movimento è quello della crisi epocale del capitalismo, con polarizzazioni sociali mai viste prima: gli economisti ci informano che il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale possiede il 30-40 per cento del reddito totale, mentre il 10 per cento più povero deve accontentarsi del 2 per cento.

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Primo Maggio, giornata di lotta contro il lavoro

Chicago86La chiamano Festa del Lavoro, eppure la storia del Primo Maggio affonda le sue radici nella lotta contro il lavoro. Quel giorno, nel 1886, furono centinaia di migliaia i lavoratori che a Chicago e in tutti gli Stati Uniti scioperarono per la riduzione della giornata lavorativa. In una lotta senza frontiere non si appellavano a costituzioni solenni o a codici scritti, rivendicavano 8 ore di lavoro e migliori condizioni di vita.

Oggi questa storia sembra dimenticata. L'approvazione dei decreti attuativi del Jobs Act provoca patetiche raccolte di firme per un nuovo Statuto dei Lavoratori. O, ancor peggio, appelli per la difesa di quello in via di cancellazione: un capolavoro d'ipocrisia parlamentare infarcito d'interclassismo e di riverenza verso i principi astratti della democrazia borghese, che è stato per decenni uno strumento di controllo sindacale dell'iniziativa operaia. Non ne piangeremo di certo la fine, e nemmeno grideremo all'offensiva padronale perchè, da quando è nato, il capitalismo è sempre all'attacco.

E' ormai chiaro che la borghesia, non sapendo più che pesci pigliare, si dedica al completo scorticamento del proletariato, riuscendo a togliergli tutte quelle garanzie che sono fonte di corruzione politica e opportunismo. In tal modo, paradossalmente ma non troppo, la borghesia stessa elimina quegli istituti che sono impedimento al libero manifestarsi della lotta rivendicativa. Via dunque i contratti di categoria a scadenza fissa, via le leggi di tutela, via persino la contrattazione locale ormai sostituita dal ricatto basato sulla religione del lavoro.

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Note sullo sciopero sociale

The Global SquareLa pratica dello "sciopero sociale" è una realtà affermata nel mondo. L'occupazione di un parco, di una piazza, di un ponte, di un incrocio stradale, di un porto, fino all'occupazione di una grande città, rivela un fenomeno in continua ascesa che passando da un paese all'altro, da un'esperienza all'altra, accumula forza ed estensione.

Un po' di storia

Agli inizi del '900 parole come sindacato e sciopero si trovano dall'altra parte della barricata rispetto a libertà e democrazia. Marx ed Engels nel Manifesto del 1848, trattando la fase embrionale del movimento operaio, avvertono che ogni movimento economico e sociale conduce a un movimento politico e assume importanza grandissima in quanto estende l'associazione e la coalizione proletaria; le conquiste puramente economiche, invece, sono precarie e non intaccano lo sfruttamento di classe.

I primi moti sindacali vengono repressi dalla borghesia e assumono perciò caratteri rivoluzionari. I capitalisti, accusando gli operai di voler ricostruire le corporazioni del Medioevo, stroncano con la forza gli scioperi, ma ben presto comprendono l'importanza dell'associazionismo economico. Come i partiti socialisti, che attraverso il maneggio delle leve sindacali cercano di orientare la classe operaia, così anche quelli borghesi, controllando queste strutture, riescono a influenzare una parte del proletariato. Ad una prima fase di repressione brutale di qualsiasi manifestazione, segue quindi una seconda di tolleranza in cui la borghesia intuisce che reprimere selvaggiamente gli scioperi non fa altro che esasperare i conflitti spingendoli verso uno sbocco rivoluzionario. A cavallo della Seconda Internazionale si formano forti partiti socialisti e nascono movimenti sindacali di massa. Essendo un periodo caratterizzato da uno sviluppo relativamente tranquillo del capitalismo e dall'assenza di guerre, prende piede il "riformismo", quel fenomeno politico che porterà il proletariato al disastro della prima guerra mondiale.

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Intervista a un lavoratore di Eataly Firenze

Strike meeting Roma settembre 2014Abbiamo intervistato un lavoratore di Eataly a cui l'azienda non ha rinnovato il contratto a tempo determinato in scadenza a fine agosto. Ancora una volta abbiamo conferma di come le parole dei padroni (riguardo i problemi della disoccupazione giovanile in questo caso) siano ben distanti dai fatti. Sabato 30 e domenica 31 agosto i lavoratori di Eataly Firenze sciopereranno per l'intera giornata; alle 12 di sabato e alle 22.30 di domenica sono previsti due presidi di solidarietà.

Come hai iniziato a lavorare per Eataly?

Ho sempre lavorato in ristoranti in centro a Firenze. Essendo all'epoca disoccupato ed avendo saputo dell'apertura di Eataly ho contattato direttamente l'azienda, non mi sono mai affidato ad agenzie interinali. Sono stati loro che hanno girato il curriculum all'agenzia. Sono molti comunque a essere stati assunti tramite l'agenzia.

Peraltro ci sarebbe un limite legale all'assunzione tramite agenzie interinali, no?

Il limite legale esiste ed è dell'8% ma va in deroga quando c'è una startup ovvero una nuova apertura. Sicuramente ci sono dei limiti sui tempi determinati. Ma gli ultimi regolamenti approvati, vedi legge Fornero e Jobs Act, annullano ogni possibilità di vertenza, perché permettono di assumere molto di più a tempo determinato e senza bisogno di dare spiegazioni di carattere tecnico, produttivo o organizzativo.

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#strikemeeting. E' tempo di "sciopero sociale"

Strike meeting Roma settembre 2014 A settembre ci sarà un confronto pubblico, in una tre giorni di incontri e workshop, rivolto innanzitutto alle lavoratrici ed ai lavoratori flessibili, precari, esternalizzati, disoccupati, cassintegrati, autonomi e a tutti quei soggetti colpiti dalla crisi che insieme alle reti sociali, alle forme di autoconvocazione e autorganizzazione dei lavoratori, alle componenti sindacali di base e conflittuali, agli studenti ed ai movimenti ragioneranno su come trasformare gli scioperi generali in veri scioperi sociali che blocchino produzione, circolazione e distribuzione. Ossia che facciano male alle controparti padronali ed estendano lo sciopero classico nei settori dove questo non è "previsto" o di difficile attuazione per gli effetti della ricattabilità e delle controriforme del mercato del lavoro.

STRIKE MEETING || 12-13-14 settembre 2014, Roma

È tempo di sciopero sociale contro austerity e precarietà!

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Contro il feticismo del lavoro

di Paolo Mottana

Il lavoro è il grande imperativo. Esaurita e vituperata oltre ogni limite (anche da molti dei suoi protagonisti ahimè) la controcultura degli anni Sessanta e Settanta, nessuno osa più criticare quello che a buon diritto si può considerare il ritrovato e unanimemente plaudito mito del lavoro, anzi il feticismo del lavoro.

Tutti vogliono lavorare (anche nelle condizioni di sfruttamento più spaventose), la mancanza di lavoro precipita in uno stato di prostrazione con aggiunta di senso di colpa e frustrazione che ha pochi rivali. Non solo: quando lo si ha, se ne vuole di più, la gara a riempire la propria agenda di impegni è, senza ombra di dubbio, una delle gare più spietate e brutali. La sbirciatina che il collega getta sulla tua agenda, sperando che si riveli semivuota, è inevitabile. Per quanto mi riguarda, concedo molte soddisfazioni ai colleghi. E temo di non riuscire a far loro capire che, per me, si tratta di un motivo di vanto.

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Report assemblea nazionale di Torino #civediamolundici

assemblea palazzo Nuovo TorinoSabato 31 maggio 2014 abbiamo partecipato all'assemblea nazionale di Torino in vista della mobilitazione contro il vertice europeo sulla disoccupazione dell'11 luglio. L'incontro si è tenuto a Palazzo Nuovo, sede dell'università, ed è cominciato verso le 15.30 davanti ad una platea di circa trecento persone, composta da gruppi provenienti dall'estero (Germania, Francia e Grecia) e da molte località italiane. Di seguito la trascrizione del nostro intervento.

Ciao a tutti, aggiungeremo un po' di cose rispetto a quanto è stato detto: innanzitutto pensiamo che in previsione della giornata dell'11 luglio sia importante un ragionamento sulle parole d'ordine.

Prima però dobbiamo capire cos'è questa crisi, cos'è la crisi del capitalismo: pensiamo che questa crisi sia passeggera, che sia una crisi di natura congiunturale, oppure pensiamo che sia una crisi di natura strutturale?

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Organizzare l'inorganizzabile. Conversazione con Valery Alzaga. Precarietà e lotte globali

seiuIl tema della precarietà ha assunto oggi connotati globali. A tutti i livelli e a prescindere dal tipo di attività lavorativa svolta: dai lavori di servizio a quelli più direttamente produttivi, da quelli di cura a quelli a maggior intensità cognitiva. La frammentarietà e la condizione di precarietà che caratterizzano tali attività necessitano nuove modalità di organizzazione e nuove forme di intervento sindacale. In questo video – a cura di Officina Multimediale – presentiamo una conversazione con Valery Alzaga, "labour organizer della Service Employees International Union" (come si definisce lei), su questi temi, a partire dalle pratiche e dalle esperienze delle lotte di "Justice for Janitors" e di "Change to win" negli Usa. Buon ascolto!

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L'ora dei forconi

Da domenica notte (8 dicembre) è stato proclamato "l'inizio della fine del mondo". Ovunque si sono radunati gruppi di manifestanti, picchetti, cortei, presidi, ecc. In genere poche persone in ogni raggruppamento, ma nel totale certamente molte. Di fatto il blocco è riuscito, l'Italia bottegaia "s'è desta". Programmi: niente. Parola d'ordine: "mandiamo a casa i politici". Poco altro. Fiancheggiatori: fascisti, ultrà del calcio, centri sociali, studenti, qualche sinistro di passaggio. Insomma, il popolo. Molteplici coordinamenti. In alcuni casi prove riuscite di efficienza organizzativa, in altri il caos. La crisi morde tutte le classi man mano si allunga e si aggrava. La piccola borghesia scoppia di rabbia, ha qualcosa da perdere e diventa radicale. Il proletariato per adesso non conquista la piazza. Da una parte è precario, schiavizzato e tenta lotte disperate. Dall'altra è paralizzato dal terrore di perdere il lavoro. Perciò via libera, per adesso, a coloro che percepiscono come prospettiva terrificante quella di essere espropriati. E imprecano contro i "colpevoli" che "annientano" le loro aspirazioni. Per una curiosa coincidenza l'8 dicembre è anche l'anniversario del tentato "Golpe Borghese", i cui protagonisti confluirono nel sottobosco della P2, ricettacolo di rappresentanti delle mezze classi.

[Tratto dalla newletters 204 di n+1, 9 dicembre 2013]

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