chicago86

FEEDBACK

Questo sito nasce con l'intento di contribuire alla nascita di un Coordinamento dei Lavoratori in Lotta e perciò la discussione ed i contatti tra lavoratori sono fondamentali. Questa sezione è quindi la più interattiva. Tutti possono contribuirvi, evitando però i piagnistei sui diritti cancellati, la rassegnazione e lo spirito di sacrificio imperante. Questo è un sito di lotta e di coordinamento e questi sono i presupposti da cui vogliamo partire.

Il sindacato americano

iww_ny_1914Dall'IWW al movimento Occupy

Gli anni che seguono la fine della guerra civile negli Stati Uniti sono caratterizzati da un rapido sviluppo della capacità produttiva. Concorrono a questo risultato diverse cause strutturali: l'abbondanza di risorse naturali, un'enorme quantità di manodopera a basso costo, il più grande mercato unito del mondo non gravato da dazi, dogane o qualsiasi altra barriera alla circolazione delle merci; di conseguenza l'area del mondo con la più vasta possibilità di consumo. Alcuni dati sono molto indicativi: nei due decenni successivi alla guerra civile (1865/1885) viene messa in coltura una superficie vasta quanto le isole britanniche e la Svezia, con un aumento del potenziale produttivo esponenziale. Nell'ambito delle attività industriali, la produzione USA passa dal quarto posto del 1860 al primo posto del 1894 quando supera la produzione della Gran Bretagna e della Germania insieme. Lo strumento principale attraverso cui gli USA si impongono come potenza industriale mondiale è il protezionismo ma assume un'importanza crescente anche l'accentramento dei capitali e della produzione. Nascono i trusts: la Standard Oil di Rockefeller, la Morgan, la United States Steel Corporation.

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Global Spring

Note sul movimento OccupyENGLISHFRANÇAISEРОССИЯESPAÑOL

general_strike_oakland_2novVi sono particolari momenti nella storia in cui avvenimenti di per sé poco rappresentativi celano nelle loro pieghe potenzialità esplosive che solo in seguito si rivelano chiaramente per quello che sono.

Uno di questi fu la manifestazione che ebbe luogo a San Pietroburgo la domenica del 22 gennaio 1905, quando migliaia di operai, schierati pacificamente dietro immagini religiose, recarono un'umile supplica allo zar Nicola II. Nessuno poteva immaginare che dietro a quelle immagini sacre vi fosse l'ombra minacciosa della rivoluzione che avanzava da ovest verso est e che di lì a poco avrebbe svelato tutto il suo furore, provocando nel giro di una dozzina d'anni la conquista del potere in Russia da parte della classe operaia.

La dinamica storica, quando non può fare diversamente, procede anche così: spinge avanti uomini e istituti verso rotture inconsapevoli ma irreparabili nei confronti di tutta un'epoca.

Se oggi dicessimo che dietro il movimento Occupy, nato sette mesi fa a Zuccotti Park, agisce, magari ad insaputa dei singoli militanti, niente meno che la rivoluzione mondiale susciteremmo sicuramente grasse risate nel movimento antagonista nostrano, tutto sbilanciato sul fronte ideologico e scoperto su quello dei risultati pratici che il movimento reale sta conseguendo. E' significativo invece che la stessa affermazione provocherebbe meno perplessità all'interno dello stesso movimento americano: "the only solution is WorldRevolution" (home page del sito occupywallst.org).

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Dagli operai della Fincantieri un esempio di lotta di classe

fincantieriQuando, nella mattinata del 4 gennaio, i lavoratori della Fincantieri di Sestri Ponente hanno occupato l’aeroporto "Cristoforo Colombo", costringendo gli aerei a partire vuoti, Marta Vincenzi, sindaco di Genova, è rimasta tanto sorpresa da lasciarsi sfuggire il segreto del "sostegno" delle autorità ai  lavoratori: "Da parte mia e del Cardinale (che strana coppia!) non sono mancate le sollecitazioni a trovare una soluzione. Non è possibile che il governo convochi un tavolo solo dopo manifestazioni e scioperi come quello che ha visto bloccare l’aeroporto Colombo. L’esecutivo di Monti deve considerare che ogni ritardo nelle decisioni può comportare problemi di ordine pubblico". Ecco svelato il vero motivo di tanto interesse delle istituzioni locali, laiche ed ecclesiastiche: la lotta di classe turba i piani dei nostri amministratori, occorre bloccarla. L’"appoggio" delle autorità locali non ha lo scopo di salvare i posti di lavoro o i salari, ma di distogliere i  lavoratori  dai conflitti della strada e della fabbrica in rivolta  per ricondurli alle quiete stanze della trattativa corporativa gestita da sindacalisti flessibili, alla concertazione, parola che sostituisce l’espressione troppo "brutale": collaborazione di classe.

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Sull'uscita di Fiat da Confindustria e alcuni temi collegati

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"Fiat, che è impegnata nella costruzione di un grande gruppo internazionale con 181 stabilimenti in 30 paesi, non può permettersi di operare in Italia in un quadro di incertezze che la allontanano dalle condizioni esistenti in tutto il mondo industrializzato."
Lettera di Sergio Marchionne a Emma Marcegaglia. Torino, 3 ottobre 2011

L’industria dell’automobile, per l’ampiezza sia in termini materiali che di valore, ha un impatto e un peso così grande e preponderante sull’economia che non può non riflettere nella società ogni suo mutamento interno di una certa importanza.

La Fiat, ad esempio, rappresenta in Italia un metro di paragone per le altre aziende nazionali, sia in campo politico che in quello sindacale. Non è un mistero che i contratti di lavoro nazionali dei metalmeccanici abbiano sempre tratto ispirazione da quanto avveniva nella casa automobilistica torinese con un effetto domino sulle altre categorie.

Anche la rottura che la Fiat ha operato in questi giorni con Confindustria troverà i suoi imitatori e non mancherà, seguendo una testata esperienza, di produrre effetti a valanga.

Lo strappo avvenuto non è un colpo di testa di qualche sprovveduto, bensì il suggello a trasformazioni già in atto da almeno vent'anni nel "modo di fare l’automobile" che impongono necessariamente conseguenze anche nel mondo del lavoro. Il divorzio che si è consumato era nell’aria almeno da quando Fiat, da grande fabbrica nazionale, ha cominciato a "disintegrarsi" portando fuori dal suo perimetro la produzione dei componenti, trasformandosi così da grande costruttore di automobili in assemblatore di componenti prodotti altrove.

La fabbrica da verticale si è fatta orizzontale: in un sistema integrato di assemblatori, fornitori principali e secondari, appaltatori e sub appaltatori e così via, ogni elemento, benché formalmente indipendente dagli altri, si trova integrato come non mai in quella che costituisce una gigantesca filiera internazionale del valore, la quale per funzionare presuppone una strettissima coordinazione. E' questo sistema di "pianificazione industriale", che non ci sta ad essere imbrigliato in regole fisse, ad essere entrato in rotta di collisione con Confindustria, a riprova del fatto, dove ce ne fosse bisogno, che i vari Marchionne non sono nè buoni nè cattivi ma incolori personificazioni di una rete di interessi aziendali.

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Sull'accordo di giugno

accordo_giugnoRiceviamo e pubblichiamo. Chicago86

Luglio 2011

L'accordo tra CGIL, CISL, UIL e Confindustria su contrattazione e rappresentanza firmato il 28 giugno, ha sollevato, giustamente, dure critiche da esponenti sindacali della Fiom e da elementi di base del principale sindacato italiano. Nessuna di queste, però, ha denunciato che il patto sociale siglato, anticipazione del massacro sociale in arrivo, non è una novità ma una coerente manifestazione della politica sindacale adottata dalla Cgil dalla sua rifondazione nel secondo dopoguerra.

La natura corporativa del patto di giugno che accorda, fra le altre misure, la facoltà ai padroni di stravolgere il contratto nazionale, in funzione del peso dei propri interessi aziendali, è figlio legittimo di quell'antifascismo resistenziale, che la CGIL rappresenta "coerentemente" dagli anni 30 e culminato il 3 giugno 1944 firmando il patto di Roma che decretava la rinascita dall'alto della burocrazia sindacale come cinghia di trasmissione degli interessi nazionali a cui subordinare quelli dei lavoratori.

La CGIL unitaria è stata costruita in tutta fretta dai partiti antifascisti per prevenire una eventuale fondazione dal basso del sindacato. Tale circostanza si stava, in effetti, già verificando nel Sud del paese, dove venivano ricostituite dai lavoratori, in modo del tutto spontaneo, le gloriose camere del lavoro pre-fasciste.

Si dimentica troppo spesso che la CGIL è nata in continuità e non in rottura con il corporativismo fascista, sulla base di un patto di vertice, tutto politico, tra i principali partiti italiani antifascisti: quello stalinista, quello democristiano e quello socialista, gli stessi che formeranno, da lì a poco, anche il governo di unità nazionale, con la vigile benedizione dell'imperialismo americano vincitore.

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Resoconto della prima assemblea pubblica di Chicago86

Sabato 28 maggio alle ore 15.00 a Roma in Via Galilei 57 si è tenuta l'Assemblea per il coordinamento dei lavoratori in lotta. Hanno partecipato circa 30 persone, ognuna portatrice di esperienze diverse: sindacali, auto organizzati, lavoratori incazzati e gruppettari della Sinistra in crisi. Dopo una breve presentazione del progetto di Chicago86, ci siamo confrontati sulla possibilità di sopravvivenza che hanno i singoli coordinamenti di lavoratori in lotta e sulla conseguente necessità di allargare i perimetri delle lotte al di là delle asfissianti gabbie di categoria e di mestiere. L'unica possibilità di sopravvivenza per questi organismi immediati è quella di legarsi a rivendicazioni unificanti quali il salario ai disoccupati e la drastica riduzione della giornata lavorativa in un'ottica di sganciamento da qualsivoglia responsabilità verso i destini dell’economia nazionale.

Si è discusso anche delle pratiche autolesioniste oggi in voga in molti posti di lavoro e dei tentativi di superarle: se fino ad ora si è assistito agli atti disperati quali le arrampicate sui tetti delle aziende in crisi o gli scioperi della fame per attirare l'attenzione dei media, recentemente si è arrivati all’occupazione diretta di sedi amministrative come hanno fatto gli operai di Fincantieri a Castellamare di Stabia. Sotto i colpi della crisi economica il paradigma sindacale sta cambiando e la velocità con cui il movimento operaio critica sé stesso è assolutamente imprevedibile.

Alcuni intervenuti hanno notato come nell'arco di qualche mese, partendo dalle rivolte del Maghreb, la situazione sia andata generalizzandosi sempre più velocemente grazie all'uso dei social network. Non si tratta di esaltare gli strumenti al posto della lotta, ma di capire che la lotta va condotta con gli strumenti e l'organizzazione adeguati sia allo scopo che alla situazione sul campo.

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Sulla manifestazione della FIOM a Roma

manifestazione Fiom 16 ottobre 201030 ottobre 2010

Pubblichiamo questa email arrivata alla casella postale di Chicago86. Un comunicato scritto bene, un po' troppo freddo a nostro avviso. Non condivisibile l'appello finale sull'unione dei sindacatini di base. Meglio appellarsi all'unione e al coordinamento dal basso dei lavoratori in lotta. "Prima viene l'azione e poi la coscienza". Bene, proprio così. Però che strano, secondo il testo tutto è colpa della coscienza che decide l'azione. I sindacatoni cattivi fabbricano con coscienza lo spettacolo-manifestazione di Roma (16 ottobre) per ingannare le masse. Spettacolare esibizione di volontà? Invece arrancano anche loro, col fiatone da scoppiati, non sanno più che pesci pigliare... mentre la crisi continua. - Chicago86 -

arrowbluarrowbluarrowbluDa Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

La manifestazione FIOM del 16 ottobre ha visto una grande partecipazione di operai metalmeccanici e di lavoratori delle federazioni locali della CGIL che avevano dato la loro adesione. Indubbiamente è stato un successo per la FIOM, per la sinistra CGIL, e per la CGIL tutta, quindi per il sindacalismo di regime.

Ma è solo un apparente paradosso sostenere che è lo stesso sindacalismo di regime che deve temere dal successo delle proprie iniziative.

Da materialisti sosteniamo che, per gli individui come per le classi, prima viene l’azione, dopo la coscienza. È un fatto positivo in sé che gli operai scendano nelle strade per la difesa della loro condizione, al di là delle insegne sotto le quali sfilano. Dall’esperienza pratica del successo di una manifestazione sindacale come quella del 16 ottobre decine di migliaia di operai traggono rinnovata fiducia nell’organizzazione che l’ha proclamata e costruita, è vero. Ma anche nella forza e capacità di mobilitazione della propria classe.

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