chicago86

FEEDBACK

Questo sito nasce con l'intento di contribuire alla nascita di un Coordinamento dei Lavoratori in Lotta e perciò la discussione ed i contatti tra lavoratori sono fondamentali. Questa sezione è quindi la più interattiva. Tutti possono contribuirvi, evitando però i piagnistei sui diritti cancellati, la rassegnazione e lo spirito di sacrificio imperante. Questo è un sito di lotta e di coordinamento e questi sono i presupposti da cui vogliamo partire.

Crisi e disoccupazione

salario garantitoAffrontare quotidianamente, e nella pratica, le sfide che l'attività politica ci pone davanti, significa anche dotarsi degli strumenti analitici in grado di aggredire quelli che sono i nodi e le problematiche della crisi. Uno di questi nodi é sicuramente la disoccupazione che, nel quadro di crisi capitalistica, si eleva a fenomeno strutturale. Accanto, infatti, alla ristrutturazione del processo produttivo, abbiamo ormai una sostanziosa fetta di forza lavoro stabilmente esclusa dal mercato. Tra la popolazione giovanile tale fenomeno ha ormai abbondantemente superato il 30%. Genova, in questo, é un'apripista. Affrontare, dunque, la questione degli strumenti che la forza lavoro ha nell'opporsi a queste dinamiche, diventa una necessità sempre più pressante. In questa sezione cerchiamo d'iniziare a farlo da diversi punti di vista. Da una parte con un'iniziale ragionamento sul salario garantito, parola d'ordine sempre più d'attualità, ma anche strumento per ricomporre quella frammentazione - tra lavoratori, disoccupati e precari - cui oggi ci condannano. Dall'altra, iniziando a valutare tali dinamiche nello scenario genovese, dove sono centinaia i milioni stanziati dalla Uè, dallo Stato e dalla Regione, ma dove é altrettanto chiaro che la gestione capitalistica della disoccupazione non può che tramutarsi nell'ennesimo e lucroso business.

Perché rivendicare il salario garantito?

Attestandoci al solo conteggio di qualche mese fa, erano ormai più di 150 i casi di crisi aziendali sul tavolo del Ministero del Lavoro, se a questi, poi, ci aggiungiamo le centinaia di chiusure di piccole e medie imprese, le delocalizzazioni, i licenziamenti e i mancanti rinnovi contrattuali, possiamo avere, a spanne, un quadro generale di quanto la crisi capitalistica morda e di quali possano essere gli scenari futuri.

Orizzonti in cui la necessità di un ragionamento, tanto politico quanto sindacale, sulla rivendicazione del salario garantito si fa sempre più pressante. Man mano che le dinamiche di crisi si approfondiscono, con l'espulsione e/o l'esclusione di sempre più massicci strati di forza lavoro dalla sfera produttiva, la parola d'ordine del salario garantito per i disoccupati, diventa sempre meno un esercizio di dialettica teorica, e sempre di più una necessità materiale per la forza lavoro potenziale, e in generale, per l'intera classe lavoratrice.

Questo non è solo facilmente desumibile dalle statistiche sulla disoccupazione, ma ci viene quotidianamente confermato dal nostro intervento all'interno delle lotte e delle mobilitazioni, dove i lavoratori, a fronte della chiusura dell'azienda o della sua delocalizzazione, imparano sempre di più sulla propria pelle i limiti della lotta corporativa e aziendalista, che rinuncia a priori alla lotta per la garanzia del salario, lavoro o non lavoro. Non solo, dunque, tale rivendicazione assume un ruolo sempre più importante come strumento di difesa per i disoccupati o per quei lavoratori che rischiano di diventarlo, ma diventa, anche, una parola d'ordine sempre più comprensibile anche per gli strati meno politicizzati e coscienti, visto l'evolversi della realtà materiale.

Elementi, questi, necessari alla riflessione, ma non sufficienti. Occorre, dunque, un ulteriore passaggio nel ragionamento. A tal fine, poco ci interessa declinare nello specifico di una "formuletta" caratteristiche e modalità d'erogazione di un futuribile salario garantito.

Ci basti qui intenderlo come salario erogato a tempo indeterminato da Stato e/o padroni a tutti quegli strati di forza lavoro che per una ragione o per l'altra (licenziamenti, inocuppazione, disoccupazione temporanea o permanente, mancato rinnovo contrattuale, ecc..) sono espulsi e/o esclusi dal mercato del lavoro; salario in grado di garantire una sopravvivenza dignitosa, o meglio in grado di garantire la ricreazione, riproduzione e formazione quotidiana di una forza lavoro potenziale ma attualmente inutilizzata.

Da questo punto di vista, dunque, il salario garantito non è la panacea di tutti i mali, non è, e non potrà essere, la soluzione a quelle contraddizioni (disoccupazione, sfruttamento, crisi di sovraproduzione ecc..) insite nella produzione capitalistica e risolvibili esclusivamente con il superamento della stessa. Esso però, si struttura come strumento di difesa, su un terreno esplicitamente di classe, della forza lavoro - occupata, sottoccupata e disoccupata - che tutela le proprie esigenze e i propri interessi all'interno della società capitalistica, al pari di, e in opposizione a, tutte le altre classi e stratificazioni sociali.

In che modo? E attraverso quali meccanismi? Innanzitutto, la rivendicazione del salario garantito svolge tali funzioni perché è una parola d'ordine generalizzante e unificante. Una rivendicazione che unisce - invece di dividere - i diversi settori della classe lavoratrice, collegando la forza lavoro occupata a quella disoccupata e sottoccupata, dandogli stessi obiettivi, dotandola di strumenti di difesa per tutti i suoi settori. In questo senso, il salario garantito svolge un ruolo di ricomposizione di classe e di rottura della concorrenza tra forza lavoro, ponendo un freno, dunque, alle conseguenze della disoccupazione e alla repressione salariale. Infatti, fin tanto che i rari momenti di lotta, mobilitazione e sciopero saranno esclusivamente caratterizzati da obiettivi e rivendicazioni corporative, aziendaliste e settoriali, tale ricomposizione e unità non si attuerà mai. Perché mai, infatti, un disoccupato dovrebbe aiutare, solidarizzare e magari partecipare a una lotta di un gruppo di lavoratori, poniamo di una singola azienda, tesa, per esempio, all'esclusiva difesa del "posto di lavoro"? Il disoccupato senza coscienza vedrà sempre quella lotta come una cosa aliena ai suoi interessi, perchè "tanto loro il lavoro ce l'hanno, io no". Se, invece, quegli stessi operai, di fronte alla crisi aziendale, ponessero la rivendicazione del salario garantito, al posto della difesa dello stabilimento o all'angusta lotta per la cassa integrazione, potrebbero incontrare l'interesse, la solidarietà e l'aiuto anche del disoccupato, che in tale rivendicazione riconoscerebbe un obiettivo anche per lui e per la sua condizione. Ragionamento naturalmente valido anche in senso contrario, infatti se i movimenti e comitati dei disoccupati ponessero, al di là dell'assunzione, la parola d'ordine del salario garantito, potrebbero trovare la solidarietà e l'appoggio di strati di lavoratori occupati, consci del fatto che il salario garantito sia una rete e uno strumento di difesa anche per loro, soprattutto in una fase in cui la crisi capitalistica distrugge l'illusione del posto fisso e rende sempre più realistico, per tutta la forza lavoro, il pericolo della disoccupazione.

Impostare una battaglia reale sul salario garantito crea, poi, un ulteriore ponte di collegamento tra occupati e disoccupati. Infatti, un salario garantito ai disoccupati, poniamo di 1.200 € al mese, costituirebbe, di fatto, un livello minimo salariale per gli occupati, dato che nessuno accetterebbe un lavoro con una remunerazione inferiore a quel livello, obbligando, dunque, i datori di lavoro ad aumentare i bassi salari almeno a 1200 € e ponendo così un freno alla concorrenza tra forza lavoro. Parallelamente, i disoccupati attraverso la garanzia di salario sarebbero molto meno soggetti al ricatto salariale/occupazionale (accettare qualsiasi lavoro/salario) limitando, in questo caso, anche la possibilità di strumentalizzazione delle masse di senza - lavoro, pericolo, politicamente, sempre dietro l'angolo e di cui la storia, più o meno recente, è ricca di esempi.

La ricomposizione degli interessi di classe, in secondo luogo, non si limiterebbe al trovare una convergenza oggettiva tra occupati e non occupati; ma imbastirebbe una piattaforma comune di ricollegamento tra i diversi settori degli occupati.

Lavoratori che, nell'attuale fase, sono, invece, separati e parcellizzati in decine di mobilitazioni impostate sulla difesa del posto di lavoro che alla fine della fiera non si traduce in altro che nella difesa dello stabilimento, cioè nella difesa dei mezzi di produzione del padrone. In questi scenari di crisi aziendale, infatti, la difesa del posto di lavoro non solo isola il gruppo di lavoratori in lotta dal resto della forza lavoro, indebolendo in questo senso la forza della lotta stessa, ma spesso riduce gli scioperanti a essere arma e strumento in mano al padrone di turno nella battaglia per strappare ai concorrenti gli aiuti statali, nello spingere alla ricerca di un nuovo acquirente, oppure semplicemente nello sfiancare la resistenza operaia verso obiettivi utopistici per rendere, poi, più accettabili i peggioramenti delle condizioni salariali e di lavoro sotto il ricatto della chiusura. La rivendicazione del salario garantito, in questa prospettiva, da una parte, rompe l'isolamento dei lavoratori in lotta, dotandosi in questo modo di un obiettivo unificante, comprensibile e condivisibile da parte di altri lavoratori anche non direttamente coinvolti dalla "crisi aziendale" che accrescono e allargano, così, il potenziale di lotta della vertenza. Dall'altra, rompe la logica del ricatto occupazionale, spostando la questione dalla difesa del posto di lavoro, alla difesa della forza - lavoro, togliendo così spazio alle strumentalizzazioni padronali e riportando la vertenza su un chiaro terreno di classe.

E ciò costituisce un vantaggio, qualsiasi sia il futuro dell'azienda. Nel caso, infatti, che la "crisi aziendale" non porti alla chiusura, questo significa che la produzione in quell'azienda è ancora in grado di creare profitto. Ciò significa che, lotta o non lotta, l'azienda sarebbe comunque rimasta aperta; cambiando proprietario, ricevendo aiuti statali, non importa.

A questo punto, la battaglia impostata sul salario garantito avrebbe accellerato la chiusura della vertenza, non cedendo sulle condizioni di lavoro, e sostenendo con la garanzia di un salario pieno i lavoratori, nel caso di fermi produttivi, ristrutturazione degli impianti, ecc.. Nel caso, invece, di chiusura dell'azienda, perché non più profittevole dal punto di vista capitalistico, nessuna difesa del posto avrebbe potuto evitarla, lasciando gli isolati lavoratori con un pugno di mosche, o al massimo, con qualche mese di cassa integrazione e poi di mobilità. In tal caso, la lotta per il salario garantito sarebbe arrivata allo stesso scenario, garantendo però i lavoratori dalla disoccupazione con un salario pieno e avendo facilitato l'allargamento potenziale della mobilitazione a lavoratori di aziende non in crisi, e quindi, con un superiore potenziale di lotta.

Detto questo, sarebbe un'illusione pensare che la rivendicazione del salario garantito possa risolvere ogni situazione a favore della forza lavoro, o che essa sia la parolina magica valevole in ogni contesto. Come già detto, diffidiamo dalle "formulette" precostituite a tavolino, che vanno poi calate nelle situazioni reali e che trovano poi soluzione nei rapporti di forza tra le classi. Sulla base, però, dei ragionamenti fin qui sviluppati, resta comunque il fatto che il salario garantito esprima tutto il suo potenziale, potendo giocare un importante ruolo nella ricostruzione di una piattaforma rivendicativa di riferimento per l'intera forza lavoro. Piattaforma in cui, poi, l'elemento del salario garantito risulta inscindibile rispetto almeno altre due parole d'ordine, quali la diminuzione dell'orario di lavoro a parità di salario e che tutte le risorse vadano a sostenere gli ammortizzatori sociali, e non, come finora accaduto, vengano letteralmente pappate da falliti e bancarottieri.

Nel tentare di progredire ulteriormente in questo iniziale ragionamento sul salario garantito, vogliamo, però, effettuare un ultimo passaggio, cercando di affrontare le principali obiezioni, o le strumentalizzazioni, che vengono contrapposte/ frapposte a questo tipo di rivendicazione. Gli argomenti addotti sono dei più svariati, espressione politica ed ideologica di diversi filoni e correnti di pensiero, come di diversi strati e classi sociali. Ci limitiamo, qui, ai tre filoni principali. Il primo è quello riconducibile all'area degli economisti, giornalisti e esponenti politici liberisti, espressione di settori della grande borghesia nazionale ed internazionale. La principale obiezione che viene mossa alla rivendicazione del salario garantito è quella che genericamente viene mossa alla richiesta di qualsiasi ammortizzatore sociale. Tale rivendicazione, insomma, fomenterebbe parassitismo e assistenzialismo. L'ottenimento da parte della classe lavoratrice di un salario per i disoccupati indurrebbe quest'ultimi, da una parte, a non cercare più lavoro, vista la copertura economica che il salario gli darebbe, dall'altra sarebbe uno sperpero di "risorse pubbliche" volte al puro assistenzialismo, un contributo all'aumento della spesa pubblica (a detrimento del taglio fiscale) e un sostanziale turbamento (soprattutto a livello salariale) dei meccanismi autoregolatori del mercato. In linea di massima, quindi, una delle più grandi preoccupazioni che desta tale rivendicazione resta quella che chiamano, dal loro punto di vista, "il disincentivo nella ricerca dell'occupazione"; cioè, guardandolo da un altro punto di vista, l'erogazione di un salario garantito, spezzando la concorrenza tra la forza lavoro, da una parte, rende molto meno agevole la repressione salariale degli occupati, dall'altra, impedisce la costituzione di un bacino di disoccupati alla mercé delle necessità di mercato, rendendo molto più problematica la ricerca di forza lavoro a basso costo. Un gran problema, siamo assolutamente certi, per il padrone, uno strumento di difesa, invece, per la forza lavoro. Sull'assistenzialismo. La rivendicazione del salario garantito non é una richiesta pietistica o un appello per un sostegno assistenziale ai 'poveri'; essa costituisce la pretesa di pagamento per una forza lavoro temporaneamente non impiegata nel processo produttivo, ma disponibile "alla vendita". Vogliono questi signori un bacino di forza lavoro disponibile da inserire, nei casi in cui il processo produttivo lo esiga, nella produzione? Bene, questa 'disponibilità' va remunerata, al pari del salario erogato all'occupato, non costituendo altro che il corrispettivo monetario attraverso il quale la forza lavoro si ricostituisce e si riproduce. Forse, la forza lavoro non occupata non ha bisogno di ricrearsi quotidianamente (mangiare, vestirsi, riprodursi, istruirsi e addestrarsi) per essere venduta sul mercato?

Ma passiamo oltre. La seconda corrente/filone fa, invece, riferimento all'area keynesiana, certamente non meno rappresentativa di settori grande - borghesi rispetto la precedente. Area che, soprattutto nell'ultimo periodo, a fronte di un incancrenirsi delle dinamiche di crisi e a un aumento più che progressivo dei disoccupati, ha iniziato a confrontarsi e riflettere sulla questione del salario garantito. Le posizioni che emergono, più che rappresentare un'opposizione al salario garantito, diventano un tentativo di assorbimento e strumentalizzazione di tale parola d'ordine, cercando di piegarla alle necessità della crisi e della "ripresa capitalistica". Le uscite e dichiarazioni degli ultimi mesi di varie personalità sulla necessità d'introduzione di un salario garantito - vedi il ministro Fornero, il Presidente dell'eurogruppo uscente Jean - Claude Junker o l'economista Joseph Stigliz - certo lavorano in questo senso. Ma, in che maniera? E con quali obiettivi? Nonostante la variegate formule e formulette articolate, la totalità delle proposte fatte non vanno al di là della logica assistenziale del sussidio, naturalmente pensato come sussidio temporaneo e soprattutto legato a rigidissimi meccanismi di ricollocamento. La logica della Riforma Fornero, con l'introduzione dell'ASPI (Assicurazione sociale per l'impiego) va in quella direzione. Cioè una forma di sussidio esclusivamente riservata ai lavoratori licenziati a partire dal 2013 (esclusi dunque lavoratori licenziati precedentemente, che dovranno accontentarsi di una mini ASPI, inoccupati, precari, ecc.), ridicolo in termini quantitativi (75% del passato stipendio e che non può superare i 1.119 € lordi), temporaneo (varie le limitazioni temporali in base agli anni anagrafici, in linea di massima varia dai 12 ai 18 mesi). A ciò si aggiunga il fatto che l'assegno si riduce con il tempo (-15% dopo 6 mesi, -30% dopo 12) e prevede l'impossibilità per il disoccupato di rifiutare qualsiasi offerta di lavoro (anche se peggiorativa rispetto il precedente impiego), pena la perdita del sussidio. Presentato, dunque, come intervento sociale a sostegno dei disoccupati, l'ASPI, in realtà, non rappresenta altro che il classico piatto di lenticchie, dietro al quale, però, si cela la necessità da parte dello Stato di rispondere alle esigenze della produzione capitalistica. Cioè il tentativo di costruzione di un meccanismo che renda più facile il rastrellamento di forza lavoro temporanea, flessibile, sotto ricatto della perdita del sussidio e, dunque, disposta (per meglio dire obbligata) ad accettare ogni tipo di occupazione, di salario e di condizione lavorativa. Da una parte, dunque, si renderebbe più capitalisticamente efficiente la selezione della forza lavoro, dall'altra, si renderebbe quest'ultima più debole, frammentata, preda di una concorrenza spietata. Niente di più lontano dal salario garantito come sopra inteso. Il salario garantito, infine, viene osteggiato da tutti quei gruppi e settori, per lo più provenienti dalla piccola borghesia, che teorizzano, in contrapposizione ad esso, l'istituzione di un ammortizzatore "universale" quale il reddito di cittadinanza (che poi negli anni ha preso diverse denominazioni: reddito minimo garantito, reddito di esistenza, ecc.). Tralasciando tutta l'eclettica cornice ideologica dentro la quale s'inserisce tale rivendicazione (vedi le 10 tesi sul reddito di cittadinanza di Andrea Fumagalli) quello che, alla fine di tante elucubrazioni, viene proposto è "un'erogazione monetaria distribuita a tutti coloro dotati di cittadinanza e di residenza".

Se nel tempo questa prima formulazione, di fine anni '90, è stata limata ed estesa al di là della cittadinanza, si tratta, comunque, di un reddito minimo erogato a tutti, cioè a tutte le classi sociali, e che sostituisce gli altri ammortizzatori sociali (cassa integrazione, sussidio di disoccupazione, prepensionamento, ecc..) ma cumulabile ad altri redditi (tanto da lavoro, quanto da impresa e rendita!). Fin dalle prime battute, dunque, non si può non notare come questa proposta trasudi interclassismo da ogni suo poro. Padroni e finanzieri, piccolo - borghesi e salariati, tutti insieme appassionatamente nel percepire il reddito garantito, perchè cittadini. Una visione e una rivendicazione che, insomma, esula da ogni chiara visione di quella che è la società capitalistica, dalla sua divisione in classi sociali, fornendo, così, nuovo armamentario alle teorie che ci vogliono tutti uguali, tutti cittadini con pari dignità. Invece di elaborare strumenti che dotino la forza lavoro di una coscienza della propria situazione, del proprio ruolo e dei propri interessi nell'attuale società, si abbraccia l'universalismo indefinito, disarmando i salariati degli strumenti di difesa immediati, e alimentando così illusioni, neanche tanto nuove. Il salario garantito, da strumento di lotta su di un terreno di classe, viene sostituito al reddito che avrebbe come obiettivo quello di concorrere "a garantire la cittadinanza economica e sociale".

Ennesima illusione di pensare di poter riformare questa società, di trasformare diritti formali in diritti sostanziali, senza incidere nel rapporto di forza tra le classi, anzi includendole tutte in una fantomatica cittadinanza. Ma cerchiamo di chiarire il tutto con un esempio. Per restare nell'attualità, poniamo che a Taranto lo stabilimento Ilva chiuda, lasciando a casa tutti i suoi operai, più quelli dell'indotto (10 - 12.000 operai, per tenerci bassi). Un problema, certo, per gli operai licenziati, ma anche per l'economia dell'intera città o, per essere più precisi, per le altre classi e strati sociali. Il bottegaio, l'avvocato, il commercialista, il banchiere, il padrone di casa i cui "redditi" dipendono dal salario operaio, si troverebbero anche loro in difficoltà. Con l'introduzione di un reddito di cittadinanza, tutti avrebbero la loro parte, l'operaio, il bottegaio, l'avvocato, ecc...L'operaio licenziato, però, dovrebbe vivere solo di quel reddito, spendendolo in merci e servizi. Ciò significa che buona parte del reddito ricevuto dovrebbe essere trasferito al bottegaio nel fare la spesa, all'avvocato nel pagare la parcella, al banchiere nel pagamento degli interessi sul prestito, al padrone di casa nel pagamento dell'affitto.

Tutte queste figure, insomma, oltre a ricevere il loro "reddito garantito" riceverebbero anche una parte di quello dell'operaio licenziato. Il tentativo di ridistribuzione, quindi, oltre a riprodurre gli stessi rapporti sociali di produzione e di distribuzione propri della società capitalistica, penalizzerebbe, però, ulteriormente la forza lavoro, rispetto le altre classi.

Ecco, qui, le magie dell'interclassismo! In più, se la perdita del salario da parte dei lavoratori licenziati, avrebbe, per esempio, potuto obbligare il bottegaio a diminuire i prezzi per continuare a vendere e il padrone di casa a diminuire l'affitto per affittare; l'introduzione del reddito di cittadinanza permetterebbe tanto il bottegaio, quanto il padrone di casa di mantenere gli stessi prezzi o lo stesso affitto, se non ad aumentarli, perché con il loro "reddito garantito" si potrebbero permettere di resistere molto più a lungo senza vendere merci o senza affittare l'appartamento sfitto. Con l'erogazione di un salario garantito, invece, il lavoratore licenziato sarebbe pienamente sostenuto dotandolo di un'arma di difesa, permettendo indirettamente la sopravvivenza anche alle altre classi, ma senza che quest'ultime si avvantaggino e arricchiscano ulteriormente e doppiamente, come nel caso del reddito garantito a tutti. Un'illusione, quest'ultima, tanto utopica, quanto pericolosa per la classe lavoratrice e per un percorso di ricomposizione dei suoi interessi.

Con quest'ultima riflessione, chiudiamo qui questo iniziale ragionamento sul salario garantito, sperando di essere riusciti a dimostrare l'importanza e la centralità della questione.

Una questione e una parola d'ordine che, non il nostro volontarismo, bensì la crisi capitalistica, mette e metterà sempre di più all'ordine del giorno.

A noi, ai lavoratori, agli studenti e ai disoccupati il compito di lavorare e dotarci di tutti gli strumenti teorici e pratici per affermare questa rivendicazione, non solo e non tanto nella dimensione del dibattito, ma nell'attività pratica di classe che dovremo saper svolgere tanto nelle lotte, quanto nei quartieri e sui posti di lavoro.

[tratto da http://lanternarossa.wordpress.com]

Share |
e-max.it: your social media marketing partner
You are here: Feedback Crisi e disoccupazione

News lotte in corso

News dal ventre della balena

News feedback