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Lotta di classe in Africa

La guerra civile è nella natura del capitalismo visto che le due classi principali della società, la borghesia e il proletariato, vivono un rapporto di sfruttamento dell'una sull'altra. E' un fenomeno, quello della polarizzazione di classe, che si diffonde in tutto il mondo e da qualche anno sta scuotendo il continente africano tra manifestazioni, scioperi e rivolte.

Sull'onda di imponenti manifestazioni, che hanno portato in piazza ad Algeri un milione di persone l'8 marzo, e di scioperi generali che hanno bloccato università, uffici, fabbriche e porti, la settimana scorsa il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika si è dimesso. Il suo successore, Abdelkader Bensalah, sta subendo lo stesso trattamento dato che le proteste continuano. I manifestanti chiedono un vero cambiamento e questo, secondo loro, passa per la completa sostituzione della vecchia classe dirigente legata a Bouteflika.

Come avvenuto durante la Primavera araba del 2011, la mobilitazione è stata spontanea e senza leader e ha costretto i sindacati e le opposizioni ad accodarsi. L'agenzia Ansa informa che ieri la polizia antisommossa è intervenuta per disperdere i manifestanti ad Algeri mentre stavano marciando verso il palazzo del governo. Nella stessa giornata grosse manifestazioni hanno interessato le principali città del Paese.

In Marocco, il mese scorso decine di migliaia di insegnanti sono scese in piazza contro il caro-vita, e al grido di "Liberté, dignité, justice sociale" hanno chiesto la stabilizzazione dei maestri precari e migliori condizioni di lavoro. Sabato 23 marzo, al termine di un grande corteo, un nutrito gruppo di insegnanti si è accampato davanti alla sede del Parlamento a Rabat, ma la polizia di re Mohammed VI ha disperso l'accampamento con l'uso di idranti, gas lacrimogeni e manganelli. La paura del governo e del re è che il Marocco venga contagiato dal virus della rivolta che ha colpito l'Algeria, ha attecchito in Tunisia (le ultime rivolte risalgono a dicembre scorso quando un giornalista si è dato fuoco per protestare contro la disoccupazione), e che potrebbe diventare virale in Egitto, una polveriera con oltre 100 milioni di abitanti dove dalla caduta di Mubarak la miseria non è diminuita e le proteste sono state duramente represse da polizia ed esercito: nel paese, secondo l'organizzazione non governativa irlandese Front Line Defenders, più di 200 lavoratori sono stati arrestati tra il 2016 e il 2018.

Da segnalare anche quanto sta accedendo in Sudan, dove da dicembre dell'anno scorso i manifestanti scendono in piazza chiedendo le dimissioni del presidente Omar Al-Bashir, al potere da più di trent'anni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sembra sia stato l'aumento dei prezzi del pane e della benzina, che ha colpito le fasce più povere della popolazione. Il 6 aprile scorso, un milione di persone ha attraversato le strade della capitale (6 manifestanti sono stati uccisi dalla polizia e quasi 2500 persone sono state arrestate), scandendo lo slogan "pace, giustizia, libertà". Al termine della manifestazione, una folla si è radunata davanti al quartier generale dell'esercito a Khartum chiedendo ai militari di schierarsi dalla parte del popolo. Secondo il manifesto del 9.4.19, dall'inizio del sit-in "al calar del sole, e poi per l'intera notte, i manifestanti hanno invocato i militari di staccare la spina al regime di Bashir, al potere dal 1989. Ci sono stati canti e balli e molti hanno cenato in strada: vari gruppi si sono organizzati per portare acqua e cibo ai manifestanti, così da permettere la prosecuzione del presidio, tutt'oggi presente."

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