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Egitto: rivoluzione e lotte sociali

Egittodi ASSIA BOUTALEB

Pubblichiamo questo articolo apparso su "Le Monde" lo scorso 11 febbraio perché ha il merito di leggere la rivoluzione egiziana attraverso lo sviluppo della lotta di classe. Dimostra che, lungi dall'essere un evento privo di radici e di futuro, l'insorgenza ha una profonda genealogia e vive dentro un processo che resta completamente aperto, contro il principale credo di cui sono portatori i Fratelli Musulmani, cioè quello neoliberale.

Se della rivoluzione egiziana del 2011 si ricorda la figura del giovane internauta connesso, se si scopre, nel 2013, quella più cupa, del giovane incappucciato, vestito di nero, ce n'è un'altra che la maggior parte dei media ignorano anche se il suo ruolo è incontestabile nel ciclo di mobilitazione che interessa l'Egitto da circa due anni, e fin dalla fine degli anni '90: quella del piccolo salariato, che sia un operaio, un funzionario oppure un impiegato.

Meno mediatizzati degli scontri tra militanti politici e forze dell'ordine, più costanti e regolari degli episodi di protesta che si manifestano nelle strade, le mobilitazioni del mondo del lavoro sono l'altra faccia, altrettanto cruciale ed espressiva, di questa rivoluzione.

La forza e l'incisività delle lotte che si declinano in termini economici e si coniugano al presente della questione sociale sono indispensabili ai fini della comprensione del gesto rivoluzionario.

Ne sono un rifrattore e intrattengono con esso un rapporto omotetico, nella forma e nella sostanza. Sono anche il sostrato, vale a dire una delle chiavi di lettura delle fiammate di violenza, di collera e di protesta che anche la più piccola scintilla politica riesce ad accendere nell'Egitto di oggi.

Una rivoluzione non segue la teoria della generazione spontanea. Quella egiziana non contravviene alla regola; se la contestazione che si è cristallizzata il 25 gennaio 2011 con l'occupazione di piazza Tahrir fu imprevedibile non di meno si inscrive in un ciclo di proteste indipendenti delle formazioni politiche e per iniziativa degli operai e dei giovani.

Occupazione di tutta la città

Soltanto per il 2007, l'Egyptian Workers and Trade Union Watch, conteggia 580 azioni rivendicative (nel 2004 erano 191). Nel settembre del 2007, 22.000 operai della fabbrica tessile Ghazl Al-Mahalla, fiore all'occhiello della terza città del paese, Mahalla Al-Koubra, entrano in sciopero per reclamare un miglioramento delle loro condizioni di lavoro e un salario minimo.

Per la prima volta in Egitto, un operaio eletto del comitato per lo sciopero, Sayyid Habib, dichiara, durante un meeting: " Noi sfidiamo il governo […] Ci battiamo per i nostri diritti e la caduta del governo". La politicizzazione delle rivendicazioni sociali è esplicita.

Qualche mese più tardi, è dalla stessa fabbrica, nell'aprile del 2008, che uno sciopero conduce all'occupazione di tutta la città. Essa resta, ancora oggi, un ricordo vivido per i militanti sindacali e politici tanto per la ferocia della repressione (gli scontri con le forze di polizia hanno provocato un morto e 331 feriti) quanto perché segna una tappa nella sincronizzazione delle lotte sociali e politiche.

Il primo maggio 2010, un assembramento di operai di diverse fabbriche, si forma davanti al Parlamento e intona degli slogan senza ambiguità: "Un salario minimo giusto o che il governo torni a casa", " Abbasso Mubarak e tutti quelli che alzano i prezzi". Prova supplementare, qualora ce ne fosse bisogno, della stretta sovrapposizione dei movimenti sociali nella trama rivoluzionaria.

Ci sia sufficiente ricordare, che è al cuore della stessa occupazione di piazza Tahrir, durante i diciotto giorni che conducono alla fuga del presidente Hosni Mubarak, la fondazione, il 30 gennaio del 2011, del primo sindacato indipendente dell'Egitto: La Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti (EFITU), che chiama immediatamente uno sciopero generale, molto partecipato.

Tuttavia, l'evento è uno dei meno mediatizzati della sommossa popolare. Ciò non impedisce la fine, ed è questa una delle conquiste della rivoluzione, del monopolio dell'onnipotente Federazione dei sindacati egiziani (ETUF) fondata da Nasser.

La libertà sindacale è riconosciuta per decreto il 12 marzo del 2011, e in agosto la direzione nazionale dell'ETUF è sciolta, ciò che costituiva la prima rivendicazione dell'EFITU. Ma questo risultato è fragile ed ambivalente. Libertà sindacale riconosciuta ma azione collettiva criminalizzata: è ugualmente per decreto che in marzo, il Consiglio supremo delle forze armate incaricato della transizione, punisce con una multa di 5537 euro ogni incitazione all'organizzazione di sit-in o di azioni che intralciano il lavoro delle autorità pubbliche.

La caduta del regime di Mubarak non ha placato la collera

La sanzione è di 55.377 euro e di almeno un anno di prigione per ogni azione violenta che provoca la "distruzione dei mezzi di produzione" o è "suscettibile di turbare l'unità nazionale, la sicurezza pubblica e l'ordine sociale". L'imprecisione dei termini favorisce una interpretazione molto estensiva, come dimostra la condanna alla prigione, da parte di un tribunale militare, il 29 giugno del 2012, di cinque operai della società di gas e petrolio Petrojet, colpevoli di essersi accampati per due settimane davanti al ministero del petrolio, per domandare la stabilizzazione di 200 impiegati precari.

La caduta del regime di Mubarak non ha placato la collera, tutto il contrario. Scioperi ricorrenti bloccano le aziende e le strade dei centri cittadini. Nei settori industriale e terziario, sono rivendicati il miglioramento delle condizioni di vita e una riformulazione del diritto del lavoro egiziano.

Nel 2011 secondo l'Ong Sons of the Land Association for Human Rights hanno avuto luogo più di 1400 azioni collettive che hanno coinvolto non meno di 60.000 lavoratori, ovvero più di due o tre volte di un tempo. Mai accaduto nella storia dell'Egitto. Per il solo mese di settembre del 2012, il Centro egiziano per i diritti economici e sociali censisce circa 300 azioni collettive operaie.

Le rivendicazioni restano le stesse (salario minimo e condizioni di lavoro) alle quali si aggiungono delle domande politiche: la richiesta che alcuni direttori di uffici e servizi siano "allontanati" (degagés nel testo originale, Ndt), e che "i piccoli Mubarak" di ogni tipo subiscano la stessa sorte rivoluzionaria.

In questo gli operai egiziani condividono con il popolo il miglioramento conquistato con la sommossa: il potere di dire, la riconquista delle loro voci, in assenza dei loro diritti. In effetti, gli esempi di cambio di direzione sono rari, poco numerosi durante la gestione della transizione guidata dall'esercito, sempre più rari sotto il regno dei Fratelli musulmani.

Evochiamo anche la sempre più grande sconnessione tra le espressioni e le formulazioni della questione sociale e le traduzioni politiche della tormentata transizione. Si deve, necessariamente, constatare che le lotte sociali, con tutto quello che comportano in termini di rivendicazioni socio-economiche, sono fallite ai piedi dell'arena politica.

Un popolo in impoverimento cronico

Non soltanto pochi partiti menzionano gli interessi dei lavoratori e degli operai, ma anche i nuovi sindacati conoscono delle precarie condizioni di intervento: per mancanza di risorse, la maggior parte non dispone né di sedi né di quadri.

Un anno dopo la fuga di Hosni Mubarak, l'Etifu pur vantando di raggruppare 200 sindacati e 2 milioni di membri è il teatro di scissioni in espansione. Difficile quindi stabilirne la potenza reale.

Cerchiamo di essere precisi: le dimensioni economiche e sociali non sono assenti dai programmi dei partiti politici, vecchi e nuovi, e l'ottimo risultato del candidato nasserista alle presidenziali Hamdeen Al-Sabahi, nonchè fondatore del partito Al-Karama e che giunge a capitalizzare il 20,7% dei suffragi espressi al primo turno, si spiega per la sua vicinanza ai movimenti sociali.

Rimane il fatto che Khaled Ali, il vecchio direttore del centro egiziano per i diritti economici e sociali e leader sindacale, abbia raccolto soltanto lo 0,6%. La competizione per i seggi parlamentari non è mai stata così favorevole; non meno di 25 deputati del primo Parlamento postrivoluzionario possono essere considerati vicini alla causa operaia.

Segno dei tempi o paradosso drammatico di un paese che conosce una situazione economica catastrofica e che ha tutti gli indicatori finanziari in rosso?

In ogni caso il potere in carica resta, nel migliore dei casi, sordo di fronte al disastro dell'economia egiziana e allo smarrimento di un popolo sulla strada di un cronico impoverimento o per lo meno poco ricettivo e, nei peggiori, reprime.

In effetti è sbagliato credere che il progetto dei Fratelli musulmani sia un reale progetto di società nel senso pieno del termine: se è conosciuto – fin troppo – come propriamente sociale per via degli aspetti relativi ai costumi e alla promozione della morale, esso è più che superficiale sulla questione sociale ed è più che vago rispetto alla frattura sociale.

Tuttavia i Fratelli hanno delle opinioni più chiare e precise di quanto si creda rispetto all'economia. Il credo neoliberale, con quello che implica in termini di privatizzazione dell'educazione, della sanità, dei trasporti e dell'energia, non è, per loro, una scoperta delle ingiunzioni del FMI.

Lo indossano e lo rivendicano esplicitamente nel loro programma che fu l'unico, durante la campagna presidenziale, a incoraggiare gli investimenti esteri nelle infrastrutture principali e la liberalizzazione centralizzata degli scambi commerciali.

"Pane, dignità e giustizia sociale"

Lo slogan della rivoluzione "pane, dignità e giustizia sociale" conserva, dopo due anni, tutta la sua pertinenza. Se la violenza dei black bloc (fondati sul modello dei gruppi radicali europei) ha potuto sorprendere, se quella delle forze dell'ordine ha potuto rimanere intatta, è perché mantengono non di meno una misura comune con la violenza sociale che perdura, al di là e a fianco della rivoluzione.

La dinamica e la posta in palio di quest'ultima non sono riducibili né alla frattura semplificata tra laicità e islamismo, né alla mera alternativa tra pacifismo e violenza, né ancora all'illusoria distinzione tra Stato civile e Stato militare.

18 febbraio 2013 - * Traduzione di Antonio Alia.

[tratto da www.uninomade.org]

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