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Rivolta e repressione in Nicaragua

Dalle notizie che arrivano dal Nicaragua, sembra che il bilancio delle proteste degli ultimi giorni sia di 63 morti, 15 dispersi e almeno 160 feriti da colpi di arma da fuoco. Si tratta della mobilitazione più imponente da quando nel 2007 l'ex guerrigliero sandinista Daniel Ortega è tornato al potere.

Le motivazioni che hanno portato a scontri di tale entità risiedono nella contestata riforma pensionistica del governo di Managua, che prevedeva un aumento dei contributi per lavoratori e datori di lavoro e una diminuzione del cinque per cento delle pensioni. L'Economist ha scritto che in questi anni Ortega "ha governato unendo la retorica di sinistra con una politica di destra, lasciando che il settore privato e la Chiesa cattolica agissero liberamente ed evitando diatribe con gli Stati Uniti". Dopo anni di rapida crescita, l'economia del paese ha iniziato a rallentare e si sono decisi dei "tagli" alla spesa pubblica.

Le proteste sono partite dalle università e si sono diffuse via social media in tutto il paese coinvolgendo altre fasce sociali. Il ritiro della riforma, il 20 aprile scorso, non ha placato la rivolta. Adesso l'obiettivo della piazza è la rinuncia al potere da parte di Ortega e della sua vice, la moglie Rosario Murillo. La mediazione è affidata alla Chiesa cattolica nicaraguense, che ieri ha organizzato una grande manifestazione "per la pace e la giustizia" a Managua. Nel corso della giornata il cardinale Leopoldo José Brenes Solórzano, arcivescovo della capitale, ha detto: "Siamo venuti in pellegrinaggio come un unico popolo, uniti nella fede per il Signore Gesù, fratelli nel dolore per tante vite perse", e con il "desiderio di giustizia, pace e riconciliazione"… tra le classi sociali.

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