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Asia

Cina, l'esercito assedia gli operai in rivolta stop ai viveri per piegare un villaggio

wukandi Giampaolo Visetti

Le regioni industriali sono colpite da scioperi.  A Wukan il pugno duro dei soldati. La crisi di Europa e Usa contagia anche la Cina, scossa dai venti di rivolta più forti degli ultimi vent´anni. Da settimane le regioni industriali della costa sono colpite da ondate di scioperi, milioni di operai perdono il posto di lavoro e migliaia di aziende, minate dal calo delle esportazioni, falliscono e chiudono. Per la prima volta il "modello Cina", fondato sulla produzione a basso costo destinata all´estero, mostra i suoi limiti: la crescita rallenta e il governo di Pechino teme che il virus dell´instabilità, dalla zona euro si diffonda anche in Oriente. Simbolo delle sommosse che scuotono la seconda potenza economica del mondo è il villaggio di Wukan, nella contea di Shanwei, cuore del ricchissimo Guangdong.

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Anche i cinesi si incazzano. La fabbrica si sposta da dove il lavoro costa poco a dove costa pochissimo: proteste e scontri

dongguanMigliaia di operai hanno dato vita a violente proteste contro i licenziamenti e i tagli dei salari a Dongguan, una città industriale nella provincia del Guangdong, nella Cina meridionale. Secondo il quotidiano Mingpao di Hong Kong le proteste si sono verificate in una fabbrica di proprietà della taiwanese Yue Cheng, che produce scarpe sportive per marchi internazionali come New Balance, Nike e Adidas. I lavoratori hanno dato vita alle proteste ieri, dopo che erano stati annunciati tagli ai salari e i licenziamenti di 18 dirigenti di medio livello.La fabbrica ha circa ottomila dipendenti. Il China Labour Bulletin di Hong Kong, una pubblicazione di esuli cinesi che segue con attenzione le vicende industriali, afferma che circa settemila operai hanno preso parte alle proteste. Secondo il Mingpao ieri pomeriggio gli scioperanti si sono scontrati con la polizia e dieci lavoratori sono rimasti feriti. Gli operai sostengono che la direzione intende spostare la fabbrica nella vicina provincia dello Jiangxi, dove i salari sono più bassi che nel Guangdong, una delle regioni più industrializzate della Cina.

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Libano, battaglia sul salario minimo

lavoratori in LibanoDopo il parere negativo del Consiglio della Shura sul decreto governativo che prevede l’innalzamento dei salari nel settore privato e pubblico, l’esecutivo crea una commissione che tenga conto del tasso di inflazione. E mentre il sindacato mette fretta al governo, gli imprenditori presentano una controproposta.

Beit Sahour (Cisgiordania), 1 novembre 2011, Nena News (nella foto, lavoratori libanesi nel settore delle costruzioni) – Il costo della vita in Libano cresce e divora i salari dei lavoratori. E così da due settimane governo e sindacati si interrogano sui possibili interventi, rallentati dalle accuse di violazione della legge e dalle proteste delle organizzazioni degli imprenditori.

Ieri, la Confederazione Generale del Lavoro ha chiesto al governo di porre fine ai tentennamenti: basta procrastinare il decreto per l’incremento dei salari. E oggi il Consiglio dei Ministri discuterà la decisione dello Shura Council, senato consultivo libanese, di rispedire al mittente il pacchetto di misure previsto dall’esecutivo la scorsa settimana.

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Tra gli schiavi del Guangdong rivolta nella fabbrica del mondo

di Giampaolo Visetti

Da settimane qui è esplosa la protesta degli operai sfruttati con orari massacranti e paghe da fame. Il pugno del regime non basta. E Pechino teme una scintilla che potrebbe bruciare il miracolo economico. Questa regione produce l'11% del Pil nazionale e un terzo delle esportazioni. È in corso una mobilitazione collettiva per i diritti riconosciuti dalle democrazie. Un cartello divelto dice: "Servire il Popolo". Nessuno lo ha raccolto.

Zengcheng - Da qualche giorno sembrano represse, ma l'icona spezzata della propaganda post-maoista è ancora qui, non rimossa, sulla strada. È sorprendente che qualcuno a Zengcheng abbia avuto il coraggio di abbattere pubblicamente il verbo sacro della propaganda. Ancora più strano è però che la polizia e l'esercito del Guangdong, schierati per far cessare con le cattive le sommosse, abbiano dimenticato in mostra cocci tanto imbarazzanti.

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Cina, la rivolta degli operai nella capitale dei blue jeans

blue_jeansdi Giampaolo Visetti
Pechino, 16 Giugno 2011

Salari bassi, corruzione e sfruttamento. Nella regione del Guangdong migliaia di lavoratori sono scesi in strada. Chiedono più diritti, il rispetto dei proprietari delle aziende, assistenza sociale. E Pechino manda l'esercito. Qui si guadagna da 45 a 90 euro al mese per turni da 18 ore. Chi protesta viene picchiato.

Milioni di cinesi la sera intonano vecchie canzoni rivoluzionarie nei parchi delle metropoli e ieri la nazione si è fermata per il debutto del kolossal sulla fondazione del partito comunista, glorificazione cinematografica estrema del maoismo. A novant'anni dalla nascita del più longevo autoritarismo della storia moderna, la Cina non riesce però a nascondere proteste e rivolte di massa che la scuotono come mai negli ultimi sessant'anni. Le insurrezioni degli ultimi giorni, a differenza di quella di piazza Tiananmen nel 1989, non scoppiano per ragioni politiche, o per sete di libertà e democrazia.

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