chicago86

Robuste lotte operaie in Cina contro il Capitale “comunista”

honda_strike

Novembre 2010

In occidente l’ideologia dominante porta ad esempio ai lavoratori italiani quelli di Cina, che sarebbero da sempre incapaci di lotta di classe e passivamente pronti a sottomettersi allo sfruttamento per “una ciotola di riso”. È questo, semplicemente, un falso post-coloniale, che si sta ancora una volta smascherando all’evidenza quando, dall’inizio di quest’anno, sono filtrate fin qui notizie di innumerevoli scioperi e risoluti episodi di lotta degli operai cinesi.

È normale che, per oscurare completamente queste orgogliose manifestazioni dei salariati, i buffoni di corte e i media della classe dominante si occupino invece delle lotte intestine (letterale) del penoso teatrino della politica borghese nostrana.

A nessuno sfugge il significato profondo della lotta di questa importante porzione della classe internazionale dei lavoratori. In quest’immenso paese, nelle zone più industrializzate, dalle quali solo possono giungere notizie, centinaia di fabbriche hanno interrotto la produzione per giorni e giorni, con storie e modalità diverse, una lotta operaia che spesso è riuscita ad inceppare gli ingranaggi del capitale, rompendo le catene del sindacalismo di regime ed ottenendo quasi ovunque significativi aumenti salariali. I casi sono così numerosi da far prevedere una generale mobilitazione proletaria di tipo difensivo nel cuore di quell’aggressivo e rampante capitalismo, che solo per necessità di confondere l’orientarsi della classe operaia verso la sua emancipazione non si vergogna (per adesso ancora) a denominarsi comunista. Il termine appropriato sarebbe fascista, nota sottospecie della dittatura borghese ormai esportata dall’Italia, ove ebbe il collaudo, in tutto il mondo.

Centinaia di fabbriche sono state investite da questa ondata di scioperi: Brother Industries - Foshan Fengfu Autoparts Atsumitec- Honda Auto Parts Manufacturing - Honda Lock Factory - Foxconn - Mitsumi Electric - Foxconn - Merry Electronics- Smartball Inc -Kok International Etc - Omron Automobile Electronics - Toyoda Gosei, etc. etc. «Ogni giorno dai nostri dipendenti ci arrivano richieste di aumenti salariali fuori da ogni logica», queste le parole di un frustrato imprenditore straniero del settore tessile.

Va ricordato che in Cina gli scioperi sono vietati dallo Stato comunista; i sindacati sono “proprietà statale“, e non hanno aderito a nessuna di quelle mobilitazioni. Sappiamo però che gli operai ad essi iscritti vi hanno partecipato con coraggio.

Tra gli scioperi più significativi quello ad oltranza indetto a Tianjin, città portuale a un centinaio di chilometri da Pechino, dalla totalità dei tremila dipendenti della Mitsumi Electric, fabbrica giapponese di prodotti elettronici. Numerose altre fabbriche giapponesi in territorio cinese, per esempio quelle dell’indotto di Honda e Toyota, hanno subito dagli inizi di maggio un’inaspettata forte ondata di lotte. Alla Honda di Foshan dopo decine di giorni di sciopero gli operai hanno ottenuto un aumento di stipendio del 24%, dichiarando che la loro battaglia, dopo una pausa, sarebbe continuata fino al raggiungimento del 50% di aumento salariale. Gli scioperi, sempre illegali, si sono poi estesi a molte delle zone industriali del paese e a numerosi settori industriali.

Il governo cinese per porvi un argine, agli inizi di giugno, ha annunciato l’innalzamento del salario minimo in 30 grandi città. A Pechino per esempio, l’aumento è stato di 160 yuan, corrispondenti a 23,5 dollari, circa il 15% in più, poco rispetto a quanto ottenuto in quelle fabbriche dove gli operai hanno scioperato per giorni.

Dopo trent’anni di sconvolgente nuova urbanizzazione e proletarizzazione il dragone operaio torna ad imporre la sua forza ad una classe borghese che si è enormemente arricchita. Oggi l’operaio che trova lavoro nelle varie industrie ha un’età compresa tra 18 e 25 anni, non gli basta risparmiare per mandare i soldi a casa come faceva suo padre, abitando gli squallidi dormitori racchiusi nel muro di cinta della fabbrica. Anche per gli effetti della politica del figlio unico, varata da Mao a metà degli anni 70, la giovane forza lavoro inizia a essere molto richiesta per le catene di montaggio; questo permette un potere di contrattazione della forza lavoro senza precedenti nella storia dei rapporti di forza tra le classi in Cina.

La sottomissione degli operai ai borghesi è un fatto economico e non di tipo culturale, secondo presunti opposti moduli di mentalità e civiltà fra occidente ed oriente.

Le convulsioni del capitale mondiale e la lotta di classe, vero motore della storia, determinano condizioni fino a ieri imprevedibili: già oggi per alcune merci da vendere sul mercato statunitense è più conveniente produrre in Messico che in Cina. Considerazioni che si possono applicare anche in Europa, visti gli stipendi dei lavoratori di alcuni paesi dell’Est europeo. La lotta di classe con la sua forza, la sua irruenza, la sua inevitabilità busserà a breve alle porte di questi salariati e dei loro padroni. Altrimenti la “ciotola di riso” la daranno presto ai proletari di occidente, in mancanza della loro vera e risoluta mobilitazione di classe a fianco dei lavoratori del mondo intero.

[tratto da www.international-communist-party.org]

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