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Se anche il Dragone apre al sindacato

La Foxconn, l'enorme azienda che produce in Cina, per conto della Apple, la totalità degli iPhone e degli iPad in circolazione sul pianeta, ha annunciato che consentirà ai propri dipendenti di eleggere liberamente i propri rappresentanti sindacali. La notizia è senz'altro positiva, ma perché arriva proprio ora, quando l'economia del gigante asiatico comincia a frenare?

La notizia è di qualche giorno fa, e a darla è stato per primo il Financial Times. Lo scorso 4 febbraio il prestigioso quotidiano finanziario ha annunciato che la Foxconn, una delle aziende più grandi del mondo per numero di addetti, consentirà ai suoi dipendenti cinesi di eleggere liberamente i propri rappresentanti sindacali.

Il colosso taiwanese, che impiega oltre un milione di persone, è famoso non solo perché uno dei suoi principali committenti è la Apple (è nei tredici stabilimenti Foxconn situati in Cina che viene prodotta la totalità degli iPhone, iPad e iPod in circolazione sul pianeta), ma anche perché, negli ultimi due anni, è stato oggetto di scandali, inchieste giornalistiche e campagne internazionali che ne hanno denunciato il modo di trattare le maestranze.

Nel 2010, una serie di suicidi di operai che lavoravano e vivevano all'interno dell'enorme impianto produttivo di Longhua, nella zona economica speciale di Shenzen, ha aperto il caso sui media internazionali (v. MicroMega 8/2010). Nei mesi successivi, la stessa Apple, preoccupata per il danno di immagine subito a causa dello scandalo Foxconn, ha cominciato a fare crescenti pressioni sul management di quest'ultima perché accettasse una serie di ispezioni da parte della Fair Labor Association, un'organizzazione no profit il cui scopo è quello di monitorare a livello mondiale le condizioni dei lavoratori e la loro rispondenza alle leggi nazionali e internazionali.

Le ispezioni hanno appurato, com'era prevedibile, gravi violazioni delle stesse leggi sul lavoro cinesi, condizioni lavorative e abitative spaventose (i centinaia di migliaia di dipendenti Foxconn vivono di fatto all'interno degli impianti produttivi, che non a caso vengono considerati spesso alla stregua di centri urbani a sé stanti), ed hanno messo nero su bianco una serie di misure che l'azienda avrebbe dovuto adottare per rimediare alla situazione. Fra queste, c'era anche l'elezione di una rappresentanza sindacale che fosse reale espressione dei lavoratori, richiesta alla quale la Foxconn, con il suo annuncio di qualche giorno fa, dice ora di volersi adeguare entro luglio 2013.

Il fatto, in sé certamente positivo, merita tuttavia un inquadramento più generale per essere meglio valutato. Il rallentamento della corsa dell'economia cinese nel 2012 (+7.8%, il dato più basso da tredici anni a questa parte), legato principalmente alla diminuzione delle esportazioni verso Europa e Stati Uniti (che pure sono tornate a crescere, non è ancora dato capire quanto stabilmente, nell'ultimo trimestre dell'anno), ha comportato di fatto anche una restrizione della domanda di lavoro da parte delle grandi aziende manifatturiere che operano in Cina. Ad ammetterlo, lo scorso novembre, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a margine del diciottesimo congresso del Partito comunista cinese, è stato lo stesso vice ministro delle risorse umane e della sicurezza sociale Yang Zhiming. "La crescita dei nuovi posti di lavoro nelle nostre città", aveva detto in quell'occasione ai giornalisti l'alto funzionario "è andata calando a partire da aprile […]. La Cina dovrà affrontare un problema di eccesso di manodopera ancora per molto tempo".

In sostanza, l'hub manifatturiero mondiale situato principalmente nelle zone sud-orientali del paese ha smesso di essere isolato dalle dinamiche globali, perlomeno stando ai dati economici di buona parte dell'ultimo anno. Ma perché, allora, aprire ai sindacati in un contesto di crescita calante e di diminuzione della domanda di lavoro? Perché consentire una maggiore autonomia conflittuale (ancora tutta da verificare) alle centinaia di migliaia di operai che negli ultimi decenni hanno trasformato la Cina nella seconda potenza economica del pianeta, laddove in tutto il mondo la crisi è utilizzata per rimettere in discussione diritti acquisiti e per ridurre all'obbedienza il sindacato?

In realtà, come ha fatto notare recentemente dalle colonne del Guardian Richard Seymour, intellettuale marxista e dirigente del Socialist Workers Party che di tanto in tanto firma alcuni commenti sul quotidiano britannico, alla base di una decisione come quella presa dalla Foxconn e dal governo di Pechino c'è probabilmente anche l'esigenza di offrire una valvola di sfogo ai conflitti riguardanti questioni salariali e organizzative che vedono da qualche anno protagonisti i lavoratori cinesi. Controllare e addomesticare la crescente insubordinazione operaia è un'esigenza sempre più vitale per le aziende che operano sul territorio del gigante asiatico, così come lo è per la nomenclatura del Pcc.

Del resto, non è ancora affatto chiaro se l'annuncio di Foxconn andrà o meno considerato in futuro un semplice specchietto per le allodole. I membri dei nuovi consigli di fabbrica, assicura oggi l'azienda taiwanese, saranno eletti in maniera libera e trasparente dal singolo "operaio massa" che assembla quotidianamente centinaia di apparati elettronici (in passato era il management a scegliere i candidati e a controllare il processo elettorale). Tuttavia, poiché in Cina è illegale fondare nuovi sindacati indipendenti, l'unico "contenitore" possibile per tali rappresentanze sarà quello offerto dalla confederazione ufficiale, la Federazione pancinese dei sindacati (Acftu). Non è difficile immaginare la quantità di occasioni e appigli legali che quest'ultima avrà per sostituirsi agli eletti nella contrattazione collettiva con la direzione aziendale, rendendo di fatto innocua la (parziale) libertà sindacale appena conquistata. A ciò si aggiunga che il sindacato ufficiale è legato a doppio filo al Pcc, la cui retorica è in questa fase mossa dall'ossessione della stabilità e tutta incentrata sulla necessaria "armonia" della società cinese. Inutile dire che l'Acftu tende normalmente, nella sua opera di mediazione fra le esigenze del capitale e quelle del lavoro, a schierarsi dalla parte del primo.

Di energia straripante e più che meritevole (agli occhi di imprenditori e governo) di inquadramento e controllo, in effetti, i lavoratori delle enormi fabbriche del sud-est cinese ne hanno espressa non poca negli ultimi anni. Se presso l'opinione pubblica occidentale continua ad essere radicata l'immagine del lavoratore con gli occhi a mandorla ipersfruttato e sottopagato che produce in silenzio le merci a basso costo che inondano i nostri negozi, va detto che la realtà del mondo del lavoro cinese è al contrario tutt'altro che statica e intrisa di rassegnazione.

A partire dai primi anni Novanta, la Cina ha visto un progressivo intensificarsi del conflitto di classe, con un decisivo salto di qualità dopo il 2010. I protagonisti dei numerosissimi episodi in cui la conflittualità latente è esplosa in scioperi spontanei, manifestazioni e scontri con le forze dell'ordine sono stati i membri della "nuova" classe operaia riversatisi in massa nelle città industriali del sud-est per sfuggire a un destino di miseria rurale. Si è trattato per lo più dei mingong, i lavoratori temporanei, provenienti dalle regioni contadine dell'interno, che trascorrono talvolta anche alcuni anni della propria vita immersi negli orari di lavoro massacranti di grandi aziende come la Foxconn.

Negli enormi complessi produttivi dove prestano la propria manodopera, questi (spesso molto giovani) operai e operaie vivono sostanzialmente da prigionieri, in condizioni abitative e igienico-sanitarie assolutamente precarie, isolati e mal visti, in quanto immigrati, dalla popolazione circostante. Anche per questo, in alcuni casi, gli episodi di insubordinazione e di scontro aperto di cui si sono resi protagonisti, cominciati magari con un'astensione spontanea dal lavoro, sono proseguiti con scontri aperti non solo con le forze dell'ordine ma anche con la popolazione indigena, accusata di avere un atteggiamento discriminatorio nei confronti dei nuovi arrivati.

Nell'ultima fase, quella che si è aperta con gli scioperi allo stabilimento Honda di Nanhai nell'estate del 2010, la lotta di questi lavoratori ha cominciato a cambiare pelle e a trasformarsi da difensiva in offensiva. Alla Honda, come anche, poche settimane dopo, alla Denso, un'azienda giapponese produttrice di componenti per automobili che rifornisce la Toyota, gli scioperanti hanno ottenuto significativi aumenti salariali, e lo stesso è avvenuto in diverse altre occasioni nei mesi successivi. Nell'estate del 2011, ben due insurrezioni operaie di massa si sono verificate nelle aree manifatturiere di Chaozhou e Guangzhou, e stavolta si è arrivati allo scontro aperto, oltre che con i residenti, anche con lo Stato. A Guangzhou è dovuto intervenire l'esercito e, nonostante le smentite ufficiali, è molto probabile che diverse persone siano state uccise.

L'altro obiettivo principale, oltre a quello degli aumenti salariali, che le lotte via via più radicali dei mingong si sono poste negli ultimi due anni è stato proprio quello di poter eleggere direttamente i propri rappresentanti. Se gli aumenti sono stati spesso concessi, in taluni casi anche con un maggiorazione del 50%, iniziative come quella della Foxconn dimostrano che anche la questione della rappresentanza e, in prospettiva, del controllo su ritmi e orari di lavoro comincia a diventare decisiva. Per le grandi corporation che operano in Cina, come anche per lo Stato cinese, la posta in gioco è quindi ora quella di gestire e addomesticare, in una fase in cui l'economia del paese comincia a frenare, una forza lavoro più fiduciosa che in passato nella propria capacità di spuntarla e più consapevole della propria centralità e dei propri diritti.

Marco Zerbino

[tratto da http://temi.repubblica.it]

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