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Contrastiamo la precarietà in Biennale

corderie Biennale Venezia

Riflessioni collettive sulla macchina culturale a propellente umano

Da qualche decennio si è cominciato a riferirsi a Venezia come macchina culturale. Il termine, innocuo all’apparenza, nasconde una molteplicità di operazioni di “valorizzazione” del patrimonio artistico e culturale dove il recupero di palazzi e strutture di pregio architettonico costituisce un’importante opportunità per imprese edili e di restauro per macinare ingenti profitti. A questo si assomma la crescente “vocazione al contemporaneo” con l’ingresso di privati (vedi Pinault a Punta della Dogana e Palazzo Grassi) a gestire spazi ed eventi di risonanza mondiale. Perciò Venezia si trova a sopportare una pressione antropica di notevole entità, soprattutto nei periodi in cui coincidano più eventi, che viene gestita con l’utilizzo di nuove figure flessibilizzate da ingranare nella macchina per farla funzionare a pieno regime.

La Biennale nelle sue molteplici realtà - Esposizione internazionale d’Arte, Architettura, Cinema, Teatro, Musica e Danza - muove un indotto ricettivo fondamentale per l’economia lagunare, sia per quanto concerne il privato - alberghi, trasporti, ristoranti, merchandising -  che per il settore pubblico - Comune di Venezia in primis. Lo dimostra il numero di visitatori che nemmeno in tempi di crisi ha subito flessioni considerevoli. Eppure la gestione dei servizi esternalizzati sta conoscendo un pericoloso attacco da parte degli stessi enti e dei loro esecutori sul campo (agenzie interinali, cooperative e quant’altro) al fine di abbassare ulteriormente il costo della manodopera.

In linea con la deregolamentazione del mercato del lavoro anche la Biennale si è trasformata in un “rottamificio” per studenti, giovani in cerca di primo impiego e persone espulse dal cosiddetto lavoro a tempo indeterminato.

Nell’estate del 2009 i lavoratori somministrati temporaneamente dall’agenzia interinale Adecco per svolgere i servizi di guardiania per la 53ª Esposizione Internazionale d’Arte sono scesi in sciopero per rivendicare una corretta applicazione degli accordi sindacali e per far riassumere alcuni dipendenti inspiegabilmente esclusi. Quest’anno purtroppo, a pochi mesi dall’inizio della 12ª Mostra Internazionale di Architettura, i sindacati all’insaputa dei dipendenti stagionali hanno sottoscritto un accordo (24 maggio 2010) con Biennale che sancisce una drastica riduzione del personale stagionale e del monte ore complessivo. A causa di ciò molte persone rimarranno senza lavoro e parecchie altre, sebbene assunte, non matureranno i requisiti minimi per beneficiare degli ammortizzatori sociali.

Ovviamente in tutto questo c’è qualcosa che non va e, mentre la classe politico-imprenditoriale fa da silenziatore, i lavoratori sono costretti sempre più ad afferrare quelle pochissime garanzie che vengono loro accuratamente centellinate.

Cominciamo col dire che la stagionalità in Biennale, così com’è impostata, non può funzionare. Non esiste, infatti, un solo parco lavoratori da cui attingere di volta in volta per i diversi eventi organizzati da Biennale durante l’intero anno, in modo tale da garantire una giusta distribuzione del lavoro a tutti. Ogni realtà settoriale (danza, cinema, teatro, ecc.) si è dotata, grazie alle agenzie e alle cooperative “amiche”, di più dipendenti, che finiscono con il sottrarsi a vicenda la possibilità di operare per tutta l’annualità per poi sopperire al periodo lavorativo “scoperto” col misero assegno di disoccupazione qualora se ne fossero maturati i requisiti.

E non può passare sotto silenzio l’introduzione delle figure dei mediatori culturali che l’Università Ca’ Foscari, con lo scopo di ammaestrare al “nuovo” mercato del lavoro gli studenti,  fornisce gratuitamente a privati e fondazioni quali Biennale e Musei Civici Veneziani. In tempi passati la si sarebbe considerata somministrazione gratuita di manodopera e sarebbe stata punita quale reato. Questi studenti, ingannati sul loro futuro che non sarà diverso da quello di ogni precario in questo Paese, ricoprono un ruolo professionale che prevederebbe un congruo stipendio, mentre nei fatti ricevono simbolici crediti formativi e vengono utilizzati per sostituire i guardiasala durante le astensioni dal lavoro per protesta.

Ma in tal modo, si sa, il costo del lavoro si abbassa e la macchina continua a girare.

Si arriva così al dunque: se il Comune di Venezia che “cogestisce” Biennale assieme alla Fondazione non si farà carico d’ora innanzi di riformulare i contratti di lavoro reinternalizzando i dipendenti stagionali, non potrà allora esimersi dal riconoscere durante i periodi di non attività il salario di disoccupazione garantito per questi lavoratori di serie b, poiché essi garantiscono alla macchina culturale la produzione incessante di una cospicua rendita di posizione di cui non beneficiano minimamente.

In città le categorie contrattualmente a rischio vengono tenute a bada da una presenza sindacale che promette il tiepido rispetto dei contratti e nel frattempo chiude gli occhi di fronte alla drammatica frammentazione delle realtà lavorative anche quando sono contigue come nel caso del circuito culturale. Per contrastare veramente il sistema di sfruttamento basato sulla precarizzazione dilagante è indispensabile che la classe lavoratrice si unisca e pretenda dalle istituzioni tutte un cambio di rotta quanto mai necessario.

22 Giugno 2010

[tratto da www.culturainlotta.altervista.org]

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