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Da mesi milioni e milioni di persone manifestano nelle piazze di molti paesi del mondo. Si tratta di un movimento globale non coordinato, che per adesso non esce dai confini dei paesi coinvolti, ma è evidente che c'è una qualche ragione oggettiva per una tale persistenza e determinazione. In molti casi questi enormi incendi sociali appaiono del tutto sproporzionati rispetto alla scintilla che li fa esplodere, come l'aumento del prezzo di alcuni generi alimentari in Iran e della benzina in Francia, la corruzione politica in Bulgaria e Algeria o la modifica della legge sull'estradizione a Hong Kong.

È un fenomeno che ha senza dubbio le sue radici nella crisi mondiale iniziata nel 2008 e nelle tecnologie di rete che facilitano la comunicazione. La "miseria relativa crescente" (i redditi bassi crescono meno di quelli alti), si è da tempo trasformata in "miseria crescente" senza il primo aggettivo (i redditi bassi diminuiscono mentre crescono quelli alti). La condizione di intere popolazioni peggiora con l'ampliarsi del divario fra i minimi e i massimi. Aumenta quindi la povertà assoluta e tendono a scomparire le mezze classi, quelle più sensibili alle variazioni di reddito e che hanno qualcosa da perdere. Le mezze classi proletarizzate sono dunque il nerbo di questa ondata senza precedenti. Il proletariato, per adesso in coda, non riesce a dare la propria impronta.

La forza del proletariato sta nella sua condizione sociale, non nel numero (e comunque i salariati nel mondo sono un miliardo e mezzo). Le condizioni che permettono di definire classista in senso proletario un movimento di massa sono il suo obiettivo e i suoi metodi, non la percentuale di appartenenti a una stessa classe effettivamente in lotta. Dal punto di vista materiale, basato sull'esperienza storica, tutti coloro che "non hanno altro da perdere che le loro catene", cioè che non hanno riserve in caso di crisi o cambiamento epocale, sono candidati alla condizione proletaria. Le odierne eruzioni sociali di massa non sono nemmeno "movimenti", e non possono riflettere altro se non il motivo contingente che porta in piazza milioni di persone.

Ma dietro a questo motivo c'è una profonda crisi della legge del valore: il capitale si valorizza di meno cercando nella produttività di valorizzarsi di più. Matura, in questo contesto di miseria assoluta crescente, un senso di disagio profondo che sta mobilitando sia coloro che hanno già perso qualcosa, sia coloro che temono di perdere qualcosa.

n+1, newsletter numero 237, 31 dicembre 2019

[tratto da www.quinterna.org]