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Occupy OaklandLotte in corso. AMERICHE

Sciopero dei rider in Brasile - 1 luglio 2020Questo primo luglio in tutto il Brasile è stato realizzato un grande sciopero contro le imprese di delivery. L'iniziativa, nata a San Paolo ma cresciuta in tutte le grandi città e aree metropolitane del paese, e gestita da gruppi di lavoratori in maniera totalmente auto-organizzata, ha avuto una diffusione enormemente maggiore rispetto alle proteste realizzate nel settore negli ultimi anni, e sta mettendo in luce, in una situazione che per il Brasile è totalmente drammatica per via della pandemia, della crisi economica e dell'infame disuguaglianza sociale, il ruolo sempre più centrale dei lavoratori del delivery e della logistica urbana in generale per mantenere in vita importanti settori economici.

Le condizioni di vita e di lavoro dei salariati americani sono in continuo peggioramento, anche a causa della pandemia. A ciò si assomma la violenza di un sistema che risponde esclusivamente agli interessi dell'1%.

I conducenti di autobus di New York e Minneapolis si sono schierati dalla parte della propria classe rifiutandosi di trasportare i manifestanti arrestati dalla polizia durante i cortei in risposta all'assassinio di George Floyd lo scorso 25 maggio, morto per soffocamento durante un fermo della polizia a Minneapolis. Il TWU Local 100, che rappresenta gli impiegati del trasporto pubblico nella Metropolitan Transportation Authority di New York City, ha affermato che i suoi membri non lavorano per il dipartimento della polizia di NY e che perciò non vogliono farsi strumento della repressione statale. I video degli autisti che suonano il clacson in supporto ai manifestanti in strada hanno fatto il giro dei social network.

Sciopero in un Mc Donald's di OaklandIn un contesto di miseria assoluta crescente, dovuto anche alla pandemia, sono sempre meno accettabili le paghe da fame, e le violenze verbali e fisiche attuate rispettivamente da datori di lavoro e polizia. I senza riserve scendono in piazza contro il sistema dell'1%.

Lo sciopero al McDonald's di Oakland tra la 45ema strada e la Telegraph Avenue, cominciato martedì 26 maggio e proseguito anche il giorno seguente, arriva giusto una settimana dopo la protesta dei lavoratori della multinazionale del panino (#ProtectAllWorkers) in 20 città degli Stati Uniti contro quella che hanno definito la risposta fallimentare dell'azienda per la tutela dei dipendenti dalla pandemia.

Proteste nel quartiere El Bosque, a sud di SantiagoNegli Stati Uniti, dove i contagiati da Covid-19 sono 1,68 milioni e i morti 98.902, le misure di lockdown hanno spinto quasi 39 milioni di persone nel girone infernale della disoccupazione. Il passaggio da crisi sanitaria a crisi economica e sociale è stato breve, e non solo negli Usa.

L'America Latina, attuale epicentro della pandemia, registra 2,4 milioni di contagi e 143.000 decessi. In Brasile 391.222 persone hanno contratto il virus, oltre 24.500 sono morte, e quasi 39 milioni sono senza lavoro. Anche il Messico è stato colpito duramente dalla pandemia, contando quasi 70.000 casi di contagio e più di 7000 deceduti. In Guatemala la popolazione è scesa in strada, disperata, sventolando bandiere bianche per segnalare la mancanza di cibo, causata dalle misure di quarantena che hanno aggravato una situazione già drammatica: più del 60% dei guatemaltechi vive in povertà, e il tasso di malnutrizione infantile è fra i più alti al mondo. In Bolivia, a Cochabamba, l'11 maggio scorso i militari hanno represso con la forza (lacrimogeni e, sembra, anche pallottole) le mobilitazioni dei senza riserve contro il governo Añez. E il 25 maggio è tornato a farsi sentire l'Ecuador con nuove manifestazioni, organizzate da sindacati e vari movimenti, contro i licenziamenti e la miseria crescente. Secondo la Commissione economica per l'America Latina e i Caraibi (Eclac), quest'anno 215 milioni di persone (il 34,7% della popolazione regionale) cadranno nella povertà a causa degli effetti della pandemia.

Scioperi in Usa per il Covid 19Lunedì 30 marzo decine di lavoratori di Instacart, società che si occupa del servizio di consegna di generi alimentari presente in oltre 5.500 città degli Stati Uniti, hanno scioperato chiedendo aumenti salariali e misure di sicurezza per evitare il contagio da Coronavirus. A partire dalla stessa giornata, anche i dipendenti di Amazon sono entrati in agitazione, scioperando in diversi hub logistici del paese.

Una cinquantina di lavoratori hanno bloccato il magazzino di Staten Island, a New York, dove un dipendente è risultato positivo al Covid-19. Durante la protesta uno degli organizzatori, Chris Smalls, è stato licenziato; la notizia ha fatto il giro del paese ed è stata ripresa anche da alcuni media mainstream. In sciopero anche i lavoratori Amazon di Chicago, che hanno chiesto che le strutture produttive vengano chiuse e sanificate, e che gli addetti lasciati a casa siano pagati.

Martedì 12 novembre è stata una giornata d'azione dei lavoratori dei fast-food, che si sono mobilitati in tutto il mondo contro il gigante del panino. Il movimento, nato a New York nel 2012 da poche decine di lavoratori, si è esteso a tutti gli Stati Uniti e oltre, arrivando a coinvolgere decine di migliaia di salariati.

I lavoratori di Detroit, riuniti sotto la sigla #FightFor15, ieri sono scesi in sciopero marciando per le strade della città per denunciare le molestie sessuali subite da alcune lavoratrici da parte dei capi dei ristoranti, e per chiedere aumenti salariali e la libertà di organizzazione sul posto di lavoro. Gli slogan urlati sono stati "I believe that we will win!" e "On strike! On Strike! For $15 and union rights!".

Scontri in CileOltre un milione di persone è sceso in piazza ieri per chiedere la caduta del governo e un cambiamento radicale. Le proteste a livello nazionale contro il carovita stanno aumentando nonostante il coprifuoco e i proiettili della polizia.

Giorni fa il presidente Piñera aveva aperto alla piazza promettendo in cambio della fine delle mobilitazioni una serie di misure economiche a favore delle fasce più deboli, tra cui l'aumento della pensione minima, il congelamento dell'aumento delle bollette dell'elettricità, e maggiori tasse per i più ricchi. Ma non ha ottenuto gli effetti sperati.

La città di Matamoros al confine tra Messico e Stati Uniti conta ormai quasi mezzo milione di abitanti. Negli ultimi anni è stata oggetto di un'immigrazione di massa in seguito all'aumento del numero di maquiladoras, cioè officine di montaggio di imprese multinazionali americane (ma anche giapponesi e tedesche) impiantate per utilizzare manodopera disposta ad accettare salari ben più bassi rispetto a quelli americani.

A Matamoros lo stipendio mensile medio nelle maquiladoras oscilla dai 190 ai 337,60 dollari al mese a seconda della mansione dell'operaio nell'azienda. In media il salario nella città è del 30% più basso rispetto alla media nazionale. E quest anno le imprese si sarebbero rifiutate di pagare il bono anual, un'integrazione variabile al salario che viene contrattata annualmente, perché secondo le loro stime sarebbe stato coperto dall'aumento del salario minimo (9 dollari al giorno) deciso dal nuovo Presidente della Repubblica Andrés Manuel López Obrador.

Da circa una settimana gli insegnanti di Los Angeles sono in agitazione. Lo sciopero è giunto dopo un braccio di ferro durato un mese con il sistema scolastico e quasi due anni di negoziati con il Los Angeles Unified School District. Le parti non hanno raggiunto un accordo e gli insegnanti hanno deciso di scendere in piazza, invitando genitori e studenti ad unirsi a loro.

Dopo la rottura delle trattative lo United Teachers Los Angeles (UTLA), il sindacato che rappresenta circa 30 mila insegnati, ha intrapreso la strada della lotta. I lavoratori chiedono classi più piccole, più personale di supporto e salari più alti; il Los Angeles Unified School District si è reso disponibile a soddisfare alcune delle richieste, ma il presidente dell'UTLA Alex Caputo-Pearl ha definito le offerte del distretto "terribilmente inadeguate", e così lunedì 14 gennaio lo sciopero è cominciato.

In otto città degli Stati Uniti circa 8.000 impiegati degli hotel Marriott stanno scioperando per ottenere l'aumento dei salari e migliori condizioni di lavoro. Le paghe non sono aggiornate rispetto ad inflazione e costo della vita, e i lavoratori lamentano di dover fare due o tre lavori per poter vivere: "We've said it before, we'll say it again - one job should be enough! We're fighting for our livelihoods and our families. Come join us!"

Sebbene la mobilitazione coinvolga solo alcune migliaia di lavoratori, Unite Here (che rappresenta circa 20.000 dipendenti del gruppo Marriott e altri 250.000 impiegati in settori correlati) la definisce come il più grande sciopero del settore alberghiero nella storia degli Stati Uniti. Più di 20 gli hotel colpiti dalla protesta nelle città di Boston, San Francisco, Honolulu, Kauai, Detroit, San Diego, Oakland e San Jose.